“Nel SIN di Priolo, su 5814 ettari inquinati risanati solo 400!”

Al via il credito d’imposta per le bonifiche dei Siti di Interesse Nazionale e l’innovazione. Per gli ambientalisti un condono mascherato e vantaggi solo per i privati. Il commercialista Francesco Licini: “Il migliore strumento fiscale per incentivare l’imprenditoria da usare responsabilmente”

Si completa il quadro dei benefici fiscali previsti nel decreto 145/2013 ‘Destinazione Italia’ per chi attiva interventi di bonifica. Si era partiti con gli sgravi per la bonifica dell’amianto: trentamila i siti inquinati già censiti, una parte solo di un totale ancora incerto dato il ritardo con cui le regioni stanno facendo pervenire i dati. Questo il dispositivo: “I soggetti titolari di reddito d’impresa che effettuano nell’anno 2016 interventi di bonifica dell’amianto su beni e strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato” avranno diritto a un credito di imposta pari al 50% delle spese sostenute, a partire da investimenti di importo superiore a 20mila euro. Il fondo messo a disposizione è di 5,7 milioni all’anno tra il 2017 e il 2019. Un credito con “regole speciali” perché non concorrerà alla formazione né del reddito né della base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive (Irap). Inoltre, per agevolare la progettazione degli interventi di bonifica degli edifici pubblici, il governo ha pensato a una dotazione di circa 17,5 milioni di euro (5,5 milioni per l’anno 2015 e 6 milioni rispettivamente per il 2016 e il 2017).

Poi, il 18 maggio scorso, è stata la volta del decreto relativo ai SIN (siti di interesse nazionale) che prevede anche in questo caso il credito di imposta. Il Decreto Direttoriale (DD), Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), Direzione Generale per gli incentivi alle imprese, del 18 maggio 2015, ha approvato modalità e termini di presentazione delle domande per accedere a tale  credito.

Di opposto tenore le valutazioni sul decreto: da una parte l’entusiastico sostegno di chi lo considera strumento efficace per affrontare, e finalmente risolvere, il problema delle bonifiche, dall’altra la decisa opposizione di chi vede perpetuarsi un sistema di favori e ‘clemenza’ nei confronti di chi ha inquinato l’ambiente senza essere mai chiamato a risponderne.

“Milioni di euro ai privati, anche ai peggiori inquinatori, pure se rei confessi e condannati in via definitiva. Gli inquinatori più incalliti, responsabili delle devastazioni del paese e dei danni alla salute per i cittadini, si vedono premiati con il sostegno ai loro profitti. Realisticamente sarà ben difficile assicurare il rispetto degli impegni assunti, visto che ogni giorno il Ministero dell’Ambiente non riesce neanche a far avanzare le procedure amministrative più importanti”.

Inutilmente i movimenti ambientalisti, attraverso i propri rappresentanti in Senato, hanno cercato di fermare il provvedimento, ottenendone solo parziali modifiche, più di forma che di sostanza ritengono.

Per i detrattori si tratta in realtà di un condono mascherato dal doppio effetto: da una parte una ‘premialità’ per chi ha inquinato, dall’altra la sua impunità nel caso si scoprisse solo in un secondo tempo un maggiore grado di inquinamento dell’area, così come spesso si verifica.

Ma lo scontro, che già prevede la chiamata in causa della Commissione Europea, si incentra anche sulla norma che di fatto rende di interesse pubblico qualsiasi nuovo impianto proposto dal privato nell’area inquinata con la beffa dello Stato pronto a finanziare sia attraverso denaro a fondo perduto sia grazie al credito d’imposta. Quanto di più lontano da una politica di risanamento e recupero delle aree inquinate, quindi.

Per avere maggiori chiarimenti sul decreto e sui suoi effetti ci siamo rivolti al dottor Francesco Licini, commercialista e revisore legale, che abbiamo imparato a conoscere, e ad apprezzare, per la sua attività di consulente tecnico di parte di Legambiente nell’affaire Open Land.

Dottor Licini, possiamo spiegare quali sono le novità contenute nel decreto del 18 maggio scorso e soprattutto di quali cifre si parla?

Intanto possono beneficiare delle agevolazioni solo alcune imprese, quelle che operano nei settori espressamente indicati dal decreto. Si tratta delle imprese che hanno sottoscritto, o che sottoscriveranno, gli accordi di programma previsti dal decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, proprietarie di aree contaminate o interessate ad attuare progetti integrati di messa in sicurezza o bonifica e di riconversione industriale e sviluppo economico produttivo di queste stesse aree. Devono essere già costituite e iscritte al Registro delle imprese precedentemente alla data di sottoscrizione degli accordi, avere ad oggetto l’esercizio esclusivo delle attività risultanti appunto dall’accordo e procedere all’acquisto dei beni strumentali previsti dalla norma successivamente alla loro sottoscrizione o adesione. I beni che danno diritto al credito d’imposta sono rigidamente elencati: possono essere fabbricati strumentali, macchinari, veicoli industriali di vario genere, impianti e attrezzature varie, programmi informatici e brevetti.

Solo quelli necessari all’innovazione e alla riconversione industriale dunque?

Sì. L’iniziativa imprenditoriale deve essere diretta alla realizzazione di un nuovo stabilimento o  all’ampliamento della capacità produttiva di uno stabilimento esistente; alla diversificazione della produzione per ottenere prodotti mai fabbricati precedentemente o anche al cambiamento fondamentale del processo di produzione complessivo dello stabilimento preesistente.

Restano, pertanto, esclusi gli investimenti per beni a qualunque titolo già utilizzati.

L’istanza di concessione delle agevolazioni, unitamente alla documentazione prevista, deve essere presentata a partire dal 2 gennaio del 2016 ed entro il 31 dicembre dello stesso anno per gli investimenti realizzati nel periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2015.

Qual è l’entità dell’investimento?

Le risorse stanziate per la concessione di queste agevolazioni, nella forma di credito d’imposta, sono pari complessivamente a 70 milioni di euro: 20 milioni per il 2014 e 50 per il 2015, fatti salvi ulteriori stanziamenti disposti con appositi provvedimenti normativi. L’intensità massima di aiuto spettante per i SIN in Sicilia è pari al 45% dell’investimento ammissibile per le piccole imprese, al 35% per le medie imprese e al 25% per le grandi imprese. Ma forse vale la pena di ricordare en passant che l’accordo di programma del 2008, tra pubblico e privato, prevedeva investimenti per 774 mln di euro solo per il SIN di Priolo.

Quali sono le imprese coinvolte per il SIN di Priolo e quali bonifiche dovranno eseguire?

L’Accordo di Programma del 7 Novembre 2008 si articola in tre tipologie di intervento: la messa in sicurezza e bonifica delle acque di falda e dei suoli e delle falde delle aree pubbliche, la bonifica degli arenili e dei sedimenti delle aree portuali e marino – costiere, comprendendo anche la bonifica e decontaminazione del Porto Grande e del Porto Piccolo di Siracusa dai metalli pesanti ed IPA (idrocarburi policiclici aromatici). Il soggetto attuatore è Sogesid S.p.A. strumento in house del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) e del Ministero delle Infrastrutture (MIT).

Le imprese coinvolte sono tutte le più importanti: Eni S.p.A. Divisione Refining&Marketing, Polimeri Europa, Syndial, Dow Poliuretani Italia, Erg Raffinerie Mediterranee, Sasol, Cementeria Buzzi Unicem.

Se consideriamo che a tutt’oggi a Priolo, ci sono 5.814 ettari inquinati e soltanto il 7% di questo patrimonio è stato restituito agli usi legittimi, cioè qualcosa come 400 ettari, capiamo l’entità del fallimento di tale programmazione!

A suo avviso, questa scelta del governo è corretta o in questo modo si avvantaggiano, con soldi sottratti ai cittadini, quelli che hanno inquinato? Si tratta per caso dell’ennesima vittoria della lobby industriale?

A mio modesto avviso, il credito d’imposta è il miglior strumento fiscale per incentivare l’imprenditoria sana, ossia quelle aziende che producono utili, che creano occupazione e che hanno tutto l’interesse a mantenere ottimi rapporti con il territorio in cui investono

Ciò posto, come per tutti gli strumenti, occorre capire per quale fine vengono utilizzati. Se lo scopo è bonificare i SIN, si tratta chiaramente di una chimera sia per l’esiguità delle somme stanziate che soprattutto per la modalità di attuazione.

Per gli stessi motivi, non credo neanche in una vittoria della lobby industriale.

Per quanto concerne la questione della gestione delle risorse pubbliche occorre prestare molta attenzione perché è difficile quantificare l’eventuale sottrazione di soldi pubblici da poter destinare ad altri scopi: i nuovi investimenti che il credito d’imposta attirerebbe (e che senza tale strumento nessuno implementerebbe) generano sicuramente un gettito d’imposta positivo (oltre alle ricadute occupazionali) a cui va sottratto il credito d’imposta concesso!

Quindi nessun condono mascherato?

Si tratta senza dubbio di un chiaro incentivo fiscale a favore di quelle imprese che hanno operato in siti oggi profondamente inquinati per incuria e violazione delle più elementari forme di tutela ambientale. Lo scopo è quello di convertire gli impianti utilizzando tecnologie moderne e si spera meno inquinanti onorando, al tempo stesso, gli impegni sanciti dagli accordi di programma che pertanto svolgono un ruolo decisivo.

Teoricamente non è e non vorrebbe essere un “condono”, ma se teniamo conto dell’esperienza disastrosa del passato recente – in Sicilia, secondo gli studi di Legambiente, su 347 aree inquinate, nessuna bonifica risulta portata a compimento a tutto il 2014 – è evidente che il rischio che chi ha inquinato ne approfitti è concreto.

Il principio sancito dall’UE (e dal buon senso, aggiungo io) del “chi inquina paga” andrebbe applicato a tutto il mondo industriale. In altri Paesi ci sono riusciti, in Italia la “ragionevole incertezza” sulla individuazione dei responsabili dell’inquinamento delle acque e dei fondali marini, con le conseguenti diverse sentenze del Tar che sancivano l’impossibilità di stabilire in maniera inequivocabile chi avesse inquinato e in che proporzione – e pertanto di ripartire correttamente gli oneri dei costi della bonifica – ha vanificato i tentativi del Ministero dell’ambiente di prescrivere le opere di bonifica a carico delle aziende.

Condivide la considerazione che grazie al credito di imposta, e altri benefit, si andranno a finanziare nuovi impianti in aree che invece dovrebbero essere deindustrializzate e risanate?

Il credito d’imposta per i SIN ha il precipuo scopo di agevolare l’acquisto di beni strumentali nuovi (macchinari, veicoli, impianti, attrezzature, etc) per la realizzazione di un nuovo stabilimento oppure per l’ampliamento e la diversificazione di uno esistente, chiaramente nel rispetto degli obblighi derivanti dalla sottoscrizione degli accordi di programma, a pena di decadenza.

Non si tratta certo di deindustrializzazione e il risanamento dipende dall’effettivo rispetto degli accordi di programma, in passato mai attuati.

Non v’è alcun dubbio che la penisola di Magnisi, Thapsos, uno dei più importanti siti protostorici siciliani, meriterebbe altra finalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

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