Quando il siciliano Cordova “creò” 3 milioni di ducati con carta moneta

Nominato Ministro delle Finanze nel governo guidato dal marchese Torrearsa, trovò una situazione economica disastrosa, in cassa vi erano solo 50.000 lire (11.000 ducati). Con un mix di manovre finanziarie riuscì in soli 5 mesi a far affluire nelle casse della Tesoreria, 14 milioni di lire

Eccoci qui, da dove cominciare se non dai debiti che, ovunque attorno a noi, crescono a dismisura? Uno su tutti il famoso debito pubblico che ha toccato il nuovo record storico di 2200 miliardi. Eppure un nostro concittadino d’adozione, come me, provò con tutto se stesso, consumando la propria vita, ad avvisarci del rischio intrinseco nel concedere a privati il privilegio di inverare la carta moneta. Sì, avete letto e capito bene: rendere vera, reale, dar valore a semplice carta è una magia che realizzano i cittadini accettandola e scambiandosela per la produzione di beni e servizi reali materiali e immateriali.

Giuridicamente si tratta semplicemente di una convenzione sociale assegnare a foglietti di carta di colore e taglio diversi un diverso valore. Una convenzione sociale disciplinata dallo stato tramite il corso legale (obbligo di accettarla) o quello forzoso (non convertibilità con nessun’altra merce o valuta). Questo nostro patriota ci avvisava che la magia di creare carta moneta senza la corrispondente riserva aurea, se proprio fosse pericolosa (innumerevoli evidenze storiche hanno dimostrato il contrario) per lo stato, men che mai doveva esser concessa a degli speculatori, aggiotatori privati senza altri interessi che non i propri. Ci avvisava che coloro che oggi chiamiamo “i mercati” non avrebbero perso tempo a speculare e poter decidere le sorti di tutta una nazione.

Il gioco era semplice, spiegato benissimo da George Washington: alternanza di abbondanza monetaria consistente nello stampare più carta del necessario (creando inflazione) succeduta da  una fase di rarefazione monetaria, come quella attuale che stiamo vivendo, cioè di ritiro, di riduzione della moneta dalla circolazione con deflazione (riduzione dei prezzi), fallimenti e conseguente possibilità di saccheggio di beni reali a danno di imprenditori, cittadini e Stato impossibilitati deliberatamente ad adempiere alle proprie obbligazioni debitorie. Fase in cui “i mercati” si scelgono l’argenteria da portar a casa. A breve, ad esempio, ci toccherà salutare ulteriormente Eni, Finmeccanica e ciò che rimane di una gloriosa ed invidiata industria strategica di Stato. Ma ancor più nefasto per gli interessi dei cittadini, avrebbero stampato la carta per corrompere tutti i politici che da allora invece di servire il proprio Paese e il proprio popolo, si sono serviti di esso indebitandolo di tutta, dico tutta la moneta in circolazione.  

La rivoluzione siciliana del 1848 era nata sotto ottimi auspici, e quando il 13 agosto del 1848, Filippo Cordova nominato Ministro delle Finanze nel governo guidato dal marchese Torrearsa, trovò una situazione economica disastrosa, non si perse d’animo, anche se in cassa vi erano solo 50.000 lire (11.000 ducati). Con un mix di manovre finanziarie incentrate sul motto: “Il popolo dà il suo sangue, ma che cosa danno i ricchi capitalisti?” riuscì in soli 5 mesi a far affluire nelle casse della Tesoreria, 14 milioni di lire (3 milioni di ducati) facendo respirare e rifiorire l’economia reale dell’isola. Un miracolo, una magia considerando che erano state abolite numerose tasse (una su tutte quella sul macinato), che erano stati finanziati 20.000 soldati contro i Borboni ed erano state fortificate le città di Palermo, Catania e Messina. Tutto inverando carta moneta a fini pubblicistici e non privatistico speculativi.

I poteri forti inveirono la prima di una lunghissima serie di volte, i tempi non erano maturi e il Cordova dovette sottostare all’esilio successivo al rientro dei Borboni. Ma la battaglia per una giusta redistribuzione economica, impossibile in un sistema viziato all’origine dalla moneta debito, la combatté fino alla fine dei suoi giorni, nel settembre del 1868, come presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sull’introduzione del corso forzoso. Battaglia che con la sua morte vide soccombere l’Italia tutta, costringendola a destinare ogni anno all’incirca il 15% di ciò che un popolo riesce a produrre, al pagamento dei “creditori”.

Debitori o creditori di tutta la moneta che circola, una scelta politica che aveva il potere di schiavizzare o liberare un popolo. La sconfitta del 1868 successiva alla sua morte fu la sconfitta dell’etica e della morale; essa regalò un trentennio di anarchia creditizio-monetaria a tutto danno del popolo, specialmente del sud e a favore di aggiotatori, speculatori e alcuni banchieri. Bisognerà arrivare al 1893 per veder mitigato questo spolpamento sociale con la prima seria normativa che istituiva, disciplinava e codificava il carattere pubblicistico della Banca d’Italia divenuta unica concessionaria del privilegio dell’emissione monetaria. 

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