Si vuol trasformare le statali in private dove deciderà solo il direttore generale la cui volontà sarà legge. Il collegio docenti trasformato in organo precario costituito da yes men. E’ la vittoria della mobilità e della flessibilità, ultime panacee di governanti inetti
Finalmente l’indignazione, la rabbia, la protesta, la mobilitazione. In tutte le città, in tutte le piazze d’Italia, la rivolta silenziosa dei lumini, dei docenti vestiti a lutto è apparsa come il primo forte segnale di una vera opposizione, l’inizio, ci si augura, della ‘nuova’ liberazione.
Una manifestazione, diffusa attraverso i social forum, che ha attraversato lo stivale come un brivido. Riuscita persino a Siracusa (ma anche a Noto e Rosolini) dove circa 200 persone si sono riunite in piazza Duomo, ‘lottando’ contro il vento che voleva spegnere tutti i lumini cimiteriali accesi: una metafora se si vuole. Non era scontato che riuscisse in una città che stenta a riappropriarsi, in ogni ambito, del diritto al rispetto di sé e alla tutela dei propri beni. Ma l’ansia dei primi presenti al raduno si è sciolta in un sorriso di soddisfazione via via che affluivano davanti al duomo, con passo esitante (saremo i soli?), i piccoli gruppi che gli abiti a lutto confondevano nella soffusa luce della piazza.
E’ la scuola, oggi, il termometro del clima reale determinato dalle scelte del governo Renzi, di un governo che sta attentando a principi costituzionali inviolabili e faticosamente conquistati anche pagando il più alto prezzo della vita. Diritto al lavoro, alla rappresentanza negli organismi elettivi, all’uguaglianza, alla libertà di insegnamento, alla scuola statale e alla sanità pubblica, alla salvaguardia dei beni comuni (le ricchezze monumentali e paesaggistiche, l’acqua!!), a non entrare in guerra, e si potrebbe continuare. Se si muovono i docenti, con tale crescente determinazione, vuol veramente dire che la misura è ormai colma.
Le furiose proteste contro il ministro Giannini, là dove vorrebbe andare a ‘spiegare’ cosa sia la ‘buona’ scuola, sono l’unica risposta possibile, e non criticabile in quanto non democratica, dopo la ridicola sceneggiata della pre consultazione sulla proposta governativa, sbandierata, propagandata, e di cui, chissà perché, non si sono mai divulgati gli esiti. Come si può chiedere ancora di ascoltare bassa retorica se le intenzioni sono ormai lì, scritte sul ddl, evidenti e leggibili da tutti?
“Si cambierà idea quando si comprenderà veramente di quale innovazione si stia parlando” ha dichiarato il ministro quasi avesse, quale interlocutore, non tanto uno squadrista o un abulico (così ha diviso la categoria dei docenti) quanto un minus habens, un deficiente, per giunta ignorante, incapace di comprendere ciò che chiunque, pur dotato di non spiccato acume intellettivo, comprenderebbe. Certo a tutti va lasciata la possibilità di esprimere il proprio punto di vista ma se il dissenso non ha rappresentanza nei luoghi ad essa preposti dal nostro ordinamento, è comprensibile che alzi la voce, che scelga misure forti per farsi ascoltare. E oggi il dissenso non ha rappresentanza in parlamento, eccezion fatta per quel Movimento 5 stelle destinato a crescere se resterà l’unica libera espressione di ciò che chiede una cospicua parte dei cittadini italiani. Troppo imbelle la minoranza del PD.
Questo ddl sulla scuola, di una scuola prefettizia, che ‘compra’ i dirigenti con promesse di sempre più laute retribuzioni, è, senza ombra di dubbio, di stampo fascista. Oltre al finanziamento delle scuole private, ora attraverso il meno diretto strumento delle agevolazioni fiscali (uno sfilacciato velo di Maja), la direzione è quella di trasformare tutte le scuole statali in private dove a stabilire ed essere responsabile delle scelte didattiche, sottratte artatamente al collegio docenti trasformato in organo precario costituito da yes men, è chiamato solo il dirigente la cui volontà sarà legge.
Cancellata con un colpo di spugna l’unità della scuola italiana, il suo essere luogo di formazione e crescita nel rispetto dei valori costituzionali della repubblica, sezionata in piccoli e insignificanti centri di pseudo autonomia autarchici e individualistici, in lotta per accaparrarsi il mecenate più facoltoso. Privatizzata anche in quel comparto fondamentale che è il personale Ata di cui non c’è traccia nel ddl, destinato a scomparire e ad essere soppiantato, in specie per il personale non amministrativo, da un sistema di esternalizzazione dei servizi che oggi racconta la sua efficienza ed efficacia nella pulizia dei nostri edifici scolastici che restano aperti solo grazie all’immobilismo degli uffici di igiene delle asp provinciali.
Lasciata al super manager (‘qualità’ rara tra i dirigenti scolastici) la selezione dei docenti ‘in grado’ di realizzare un piano formativo triennale che sarà sicuramente privo delle stesse risorse finanziarie necessarie. Una selezione che si dice dovrà rispondere a chiari e trasparenti criteri oggettivi, affermazione che agli occhi di tutti manifesta con evidenza quale sia il livello di sarcastica perversione dei nostri legislatori. Docenti costretti al più bieco asservimento perché una qualsiasi irrisoria mancanza (anche inventata) potrà dar luogo a un procedimento disciplinare che certo il giudice del lavoro dichiarerà insussistente, pretestuoso, ma il cui esito, grazie a quell’altro capolavoro che è il job act e la ‘decapitazione’ dell’articolo 18, non andrà oltre il solo risarcimento e la conferma dell’allontanamento dalla scuola di appartenenza.
Con questa riforma si andrebbe semplicemente verso la precarizzazione anche dei lavoratori della scuola: docenti in transito negli albi territoriali (i cui limiti restano un mistero) ogni triennio, come bestie al mercato della fiera in attesa del compratore: il dirigente reclutatore, il ‘caporale’. La vittoria della mobilità e della flessibilità, ultime panacee di governanti inetti. Ma prima di diventare tutti egualmente disponibili come baldracche, a prescindere da anni di ruolo, anzianità di servizio, eccetera, si attraverserà la fase delle diseguaglianze: nel collegio docenti da una parte i ‘privilegiati’, quelli già nell’organico, dall’altra i paria, quelli di nuova nomina, pronti a scavarsi la fossa, gli uni agli altri, per entrare nelle grazie del dirigente sovrano e assicurarsi così il successivo triennio.
E ovviamente eguale trattamento medievale sarà riservato agli studenti, oggetto e non più soggetto del sapere, avviati precocemente al lavoro (in specie manuale nel tentativo di sottrarre opportunità a immigrati e disperati) ai quali sarà negata la continuità didattica, il diritto alla ‘cultura’ ormai subordinata e condizionata da obiettivi imposti dagli sponsor privati, partner del dirigente-manager, chiamati a dispensare alle scuole quelle risorse che il grande rottamatore (e mai termine fu più pertinente), serafico, dichiara espressamente che lo stato non è più in grado di fornire.
E questo è solo una parte di ciò che per ora si legge in un ddl che non vuole nessuno perché l’articolo 21 contiene ben 13 deleghe in bianco per il governo ‘del fare’. Una proposta aberrante non tentata neanche dal peggior Berlusconi che sarebbe stato travolto da quei rappresentanti della ‘sinistra’ che oggi sostengono, difendono, lobotomizzati, una tale sconcezza e che non potrà passare neanche dietro quello specchietto per le allodole delle promesse di stabilizzazione dei precari storici il cui numero si riduce ogni 15 giorni. E sappiamo tutti che arriverà infine alla quota fisiologica del turn over.

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