Intervista al fondatore del movimento per la Decrescita felice: “Bisogna uscire dalla gabbia di una concezione che confonde il ben essere col molto avere e troppo costruire”, “I marcati rischiano di crollare per effetto della loro abnorme espansione”
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La Civetta intervista Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la “decrescita felice” e autore di “Monasteri del terzo millennio”, straordinaria meditazione su una prospettiva fuori di chiave o di paradigma.
Prof. Pallante, sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco. Il titolo del suo ultimo libro (e della conferenza che ha tenuto nell’ambito del progetto “Siracusa Resiliente”) chiama in causa i “Monasteri del terzo millennio”. Ma lei non propone un ritorno alla vita monastica.
No di certo. L’espressione che dà titolo al libro (e alla relazione) è una metafora. I “monasteri del terzo millennio” non richiederanno né voti di obbedienza, né comunioni di beni mobili e immobili. Saranno semplici luoghi d’incontro in cui si ritroveranno, per elezione e affinità, persone e famiglie che avvertono il disagio e i limiti di una vita fondata sulla produzione di valori di scambio e vogliono riscoprire la dimensione di una esistenza diversa, fondata principalmente, ma non esclusivamente, sulla produzione di valori d’uso, sul dono, sulla reciprocità della “cura”, sul legame con il territorio. In alcuni di questi luoghi stanno già confluendo e confluiranno in misura sempre maggiore, ma in ogni caso statisticamente irrilevante, gruppi di persone che vi abiteranno per scelta, dopo aver abbandonato le aree urbane e i precedenti ruoli di produttori di valori di scambio, in cerca di una evasione dalla economia mercantile.
Le megalopoli sono sempre meno a misura d’uomo. La dimensione del paesino montano o dell’agrivillaggio è quella in cui può essere più facilmente realizzato il bisogno di una vita più autentica. Non è una proposta di vita monastica. Le celle di questi monasteri saranno case autonome e indipendenti. Ciò non esclude che alcune di esse possano essere strutture comunitarie.
Gli economisti mainstream (o seguaci del pensiero unico dominante) non vedono alcun futuro roseo, se non ci sarà la ripresa, se il PIL non tornerà a crescere, se la torta non diventerà più grande…
Vogliono convincerci che il sole di domani sorgerà da occidente. Da molti anni ci vengono a parlare della crescita che ci sarà nel prossimo futuro, proprio mentre correggono al ribasso i dati relativi all’anno in corso. Ormai è una costante. Probabilmente gli aruspici della crescita e i loro portavoce della stampa mentono sapendo di mentire. Perché dovremmo continuare a prestar loro una fede cieca? E poi, se tra le cause della crisi attuale c’è la ricerca affannosa della crescita, tutti i tentativi di superarla facendo leva su di essa sono destinati a fallire: non si può risolvere un problema aggravando le cause che l’hanno generato. La grande eresia della decrescita – ridurre gli sprechi velenosi, per pesare meno sulla Terra e vivere meglio, impedendo alla grande crisi di travolgerci – si sta facendo faticosamente strada, “aiutata” dal disastro che avanza: collasso energetico, climatico, economico-finanziario.
Collasso finanziario? Indubbiamente il mondo della finanza sta attraversando una fase di turbolenza. Si potrebbe anche dire che nei mercati finanziari sia in atto una guerra di tutti contro tutti. Tuttavia molti giovani vengono incoraggiati a diventare trading, cioè operatori finanziari, poiché è proprio nella finanza che alcuni additano opportunità di crescita.
Già, ma si tratta di una crescita tumorale. Più risorse vengono trasferite al sovramondo della finanza speculativa e più se ne sottraggono all’economia reale, alle piccole e medie imprese, alla produzione finalizzata ai consumi più essenziali, alle innovazioni che consentano di risparmiare energia e di inquinare di meno. Si tratta di una crescita vorticosa di capitali che generano altri capitali, di numeri sempre maggiori, di valori avulsi dalla vita reale, inutili, assurdi. Quando non si producono abbastanza beni materiali da scambiare e da consumare, si creano prodotti finanziari fantasma e si illude qualcuno, inducendolo a puntare sul loro valore crescente. Poi si scopre che tali prodotti impacchettano il nulla o una scommessa o dei debiti inesigibili, come i mutui sub-prime. Ma intanto il valore complessivo scambiato sui mercati è salito… Che crescita sarebbe quella? È la crescita della follia, del delirio acquisitivo di valori numerici, avulsi da ogni bene concreto. Per fortuna si comincia ad avvertire una certa consapevolezza di questo insensato sviluppo dei valori finanziari scambiati sul mercato del nulla.
Qualcuno potrebbe obiettarle che sarà pure il mercato del nulla, ma dà lavoro a molti addetti. Come risponderebbe?
Con una domanda: per quanto tempo ancora? O fino a quando? I mercati rischiano di crollare miseramente per effetto della loro abnorme espansione, come la mitica torre di Babele crollò per effetto del suo peso. In ogni caso è già crollata l’attrattività o la seduzione di quella prospettiva. Le persone scoprono già che la vita è altrove, non dentro un monitor che prospetta grafici e cifre. Lo scoprono anche le piccole aziende, che, in quel mondo, rischiano seriamente di soccombere. Lo scoprirà, presto o tardi anche la politica. Spero che avvenga presto. Che lavoro è quello di chi rastrella risorse per darle in pasto al Leviatano del mercato onnivoro? Che farà quando rimarrà tagliato fuori? E cosa contemplerà dopo il suo lavoro? Rovine immani.
No: il futuro non va costruito attraverso una ulteriore crescita della produzione né attraverso neoplasie finanziarie. Se già ora l’anidride carbonica sprigionata da combustibili fossili è superiore alla capacità che l’ecosfera ha di metabolizzarla, è auspicabile una crescita ulteriore, che aggraverebbe i problemi ambientali? No. Probabilmente la crescita non è perseguibile, percorrendo la strada dell’austerità (che comporta una riduzione della domanda di merci); ma non è neanche auspicabile che essa sia perseguita attraverso la strada opposta, quella delle politiche keinesiane, che potrebbero innescare, attraverso una più equa redistribuzione dei redditi, un aumento della domanda. Una crescita quantitativa esaspera il consumo di risorse e compromette definitivamente l’equilibrio della biosfera.
Probabilmente lei ha ragione: ma allora? Diciamo no alla crescita della finanza speculativa, no alla crescita dei prodotti di consumo e ci avvitiamo sempre di più in una spirale che dalla stagnazione ci porti alla decrescita? Definire felice questa prospettiva non è una provocazione? Se già la stagnazione comporta disoccupazione, la decrescita non rischia di affrettare la catastrofe? E il benessere non diventa una chimera? Sbagliano gli economisti o lei si diverte a fare provocatoriamente il bastian contrario?
Lei è cresciuto fisicamente solo fino ad una certa età. Poi ha continuato a svilupparsi non più in altezza ma in conoscenza, in cultura, in consapevolezza, in responsabilità… Dobbiamo capirci bene quando usiamo il termine: dobbiamo intenderlo come ripudio di un modello di crescita quantitativa, consumistica. Quello della decrescita è un messaggio che costituisce un invito ad uscire dalla gabbia di una concezione che confonde il ben-essere col molto-avere e col troppo-costruire. Passare da una mentalità basata sul mito della crescita del PIL a una visione centrata sulla decrescita significa invertire la prospettiva: adottare una visione qualitativa.
Non tutte le merci che fanno crescere il prodotto interno lordo sono beni utili. Partiamo da questa premessa e cominciamo a sviluppare delle tecnologie in grado di ridurre gli sprechi. Per scaldare le nostre case consumiamo mediamente 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano al metro quadrato all’anno, mentre in Germania non viene concessa l’abitabilità a case che ne consumino più di 7 e le case migliori ne consumano 1,5. Migliorare le nostre case e consumare meno energia è una prospettiva qualitativa. In conflitto con quella di chi vuole produrre e sprecare sempre di più. Per far decrescere i consumi energetici bisognerà mettere in campo molto lavoro. E anche per soddisfare altri fabbisogni con energie rinnovabili, producibili in piccoli impianti collegati in una rete di reti, sul modello di internet.
Dunque l’obiettivo della decrescita può conciliarsi con la creazione di lavoro utile? Interessante. Decrescita non significherà dunque meno occupazione.
Certo che no. Anzi, le persone più responsabili, i settori più consapevoli della società civile (unitamente agli imprenditori che non perseguano come unico scopo il profitto) possono costituire reti di economia alternativa in grado di creare occupazione utile. E in vari casi il nuovo modello da me auspicato non comporta neanche un dispendio di investimenti.
Oggi i Comuni potrebbero essere i primi ad adottare, per il loro patrimonio, modifiche destinate al risparmio energetico. Non hanno i soldi per fare gli investimenti necessari a ridurre gli sprechi di energia? Bene; esistono delle formule contrattuali che consentono di pagare i costi attraverso i risparmi che si riescono a ottenere. La ristrutturazione energetica viene fatta – a loro spese – da alcune ditte specializzate; il proprietario dell’edificio (in questo caso, il Comune) quindi non ha nessun aggravio di costi e, in un certo numero di anni, i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici consentono alla ditta di recuperare l’investimento e di realizzare un margine di guadagno. Si creerebbe quindi un’occupazione utile, pagata solo con la riduzione degli sprechi. Una volta che i Comuni abbiano fatto una cosa di questo genere, avranno l’autorevolezza morale per proporre (e imporre, per certi aspetti) ai propri cittadini di ristrutturare le loro case. Il secondo passo di questa strategia potrebbe essere quello di un “allegato energetico” al regolamento edilizio, che consenta di costruire nuove case o di ristrutturare quelle esistenti solo se esse risultino progettate per contenere il consumo al di sotto dei 7 litri annui di gasolio per metro quadrato.
Lei sta sostenendo che la prospettiva della decrescita può non essere solo una soluzione esistenziale di pochi intellettuali in fuga dalle città, ma rappresentare un nuovo paradigma di scelte politiche finalizzate anche all’occupazione?
Esattamente. E aggiungo di più. Se si fanno scelte qualitative, in direzione dell’aumento dell’efficienza, oggettivamente si toglie terreno non solo alla crescita quantitativa (che comporta aumento dei consumi, sprechi, dispersione di risorse, ecc.) ma anche alla corruzione e al crimine organizzato. Se si appalta una grande opera, c’è la possibilità che nell’affare trovino spazio delle forme di corruzione, come ci conferma la cronaca di questi giorni. Ma se si fa una ristrutturazione degli edifici in cui il Comune non paga niente – deve pagare la ditta che fa l’intervento, e la ditta si ripaga se l’intervento è fatto bene – non c’è neanche l’humus sul quale si possano sviluppare delle forme di corruzione.
È la logica della crescita che ci induce a programmare investimenti sempre maggiori e opere sempre più grandi, dando spazio a fenomeni criminali. Dobbiamo invece favorire una miriade di piccole e piccolissime aziende artigianali, che facciano i lavori di ristrutturazione su tutto il territorio nazionale. Piccoli appalti, diffusi su tutto il territorio, costituiscono una base molto diversa rispetto a quella di grandi appalti nei quali ci deve essere comunque un intervento da parte dello Stato e in cui le varianti continue comportano crescita abnorme dei costi (anche per corruzione) e portano ad azzerare, furbescamente, il rischio d’impresa.
Cosa direbbe a un esponente di un sindacato piuttosto rappresentativo che è convinto che la nostra zona industriale, proprio quella da lei ricordata nelle pagine 102 e seguenti del suo libro, ormai ecologicamente compromessa, debba essere trasformata in polo energetico sempre in riferimento ad energie di origine fossile? È favorevole al rigassificatore, megastruttura che egli giustifica in relazione a miraggi occupazionali? O gli racconterebbe la parabola del Napolitano pentito o rammaricato d’aver vinto, negli anni ’60, la “battaglia” di Taranto? Gli spiegherebbe il fallimento della cultura industrialistica?
Non intendo certo polemizzare con persone che non conosco e il cui pensiero apprendo indirettamente. Direi comunque che il punto di vista che lei riferisce e che gli attribuisce è poco aggiornato e assolutamente provinciale. Per fortuna negli ultimi 15 anni un’evoluzione c’è stata. E c’è un’attenzione positiva da parte di alcuni settori produttivi: per esempio, la Confapi, la confederazione delle piccole e medie imprese, comincia a porsi il problema della decrescita nei termini da me precisati. Decrescita non significa che le aziende devono lavorare di meno: significa che bisogna diminuire la produzione di cose inutili. Ma per fare questo, qualcuno deve lavorare di più e meglio. Non si può avere una decrescita del PIL se non attraverso la crescita di alcuni settori che sono in grado di sviluppare le tecnologie che aumentano l’efficienza con cui si usano le risorse.
La parabola del buon Napolitano (che è anche quella della chiesa di Montini, che benediceva Metanopoli) il signore a cui lei allude potrà leggerla da solo. Se vorrà farlo. Meditando serenamente, potrà convincersi meglio. Il conflitto polemico potrebbe essere controproducente.

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