I tweet di Trump e il postmodernismo. Il contenuto ornamento della forma

Che il mezzo fosse il messaggio lo sapevamo già da tempo, grazie al sociologo Marshall McLuhan, ma questa volta il mezzo si è rifiutato di pubblicare il messaggio e quindi di identificarsi con esso.

Ci riferiamo al rifiuto di Twitter e Facebook che hanno bloccato i post di Trump sui brogli elettorali, notizia che colpisce per l’assenza di prove concrete circa le affermazioni dell’attuale (quasi ex) presidente degli Stati Uniti, mettendo in risalto, in modo fin troppo clamoroso e plateale, l’inconsistenza contenutistica di tali affermazioni. I tweet di Trump costituiscono una chiara e tangibile espressione della cultura postmoderna in cui il testo (il tweet) è svuotato del suo contenuto per farsi semplicemente segno, senza un riferimento ad una “verità”, cioè senza un riferimento ad un contenuto su cui potere (almeno) riflettere. Secondo il filosofo Jean-François Lyotard, con la delegittimazione delle grands récits, le grandi narrazioni ideologiche sia liberal-capitaliste che social-comuniste, nate grazie all’elaborazione di concetti illuministici, si è lasciato spazio ad un revisionismo culturale caratterizzato dalla pluralità di discorsi pragmatici che esigono solo una validità strumentale e contingente. Nell’ambito del contingente, il significato dei contenuti diventa effimero, precario, instabile e, infine, assente per ridursi poi a semplice segno.

Il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard ritiene che nell’attuale società occidentale ciò che conta è una forma di consumo inserita nel contesto di un sistema di significati o segni, rafforzato dalla pubblicità e connesso allo status sociale delle persone. Il cuore del problema è il significato e quindi il segno che le persone usano per comunicare il proprio status nel mondo per cui Baudrillard pensa che sia necessario parlare di un’economia del segno. Sentimenti, stati psicologici e comportamenti vari sono espressi attraverso segni che sono diventati l’oggetto principale dell’economia del XX e XXI secolo, non più interpretabile tramite “tradizionali” paradigmi concettuali. Il pensiero di Baudrillard appare scioccante se si pensa che, al di là del segno e del testo, non ci sarebbe niente. Al di là del segno, secondo Baudrillard, non c’è altra verità poiché il segno non si riferisce a nulla se non a se stesso e al suo significato intrinseco, esattamente come i messaggi di Trump su Tweet e Facebook sui presunti brogli elettorali, accolti acriticamente dalla platea dei suoi sostenitori.

Il post-strutturalismo aveva già decostruito il senso della verità unica, parlando della polisemia dei testi e quindi dell’assenza di una verità unica. Baudrillard causticamente afferma che, nell’era del postmoderno, le soap opera e i parchi a tema sono l’unica realtà, infatti Disneyland incarna la “verità” dell’America e del modo americano: il piatto orizzonte del segno rimanda a se stesso senza un oltre significativo poiché il segno è tutto ripiegato su di sé.

Non stupiamoci, dunque, che i tweet di Trump siano accolti come verità d’immediata efficacia persuasiva da chi è refrattario a riflettere, a indagare un oltre che, per le denunce di brogli elettorali, non esiste nemmeno. Secondo Baudrillard, nella società dell’informazione il cui flusso è continuo e in cui il contenuto sembra essere un ornamento della forma, del testo, il rischio maggiore è l’assenza di una vera socialità tra le persone. Baudrillard sottolinea che gli individui sono connessi come una massa amorfa in cui le persone non socializzano e non comunicano realmente, pur essendo in costante contatto. Il contenuto dell’essere in relazione con gli altri scompare a vantaggio del testo e, quindi, della forma che determina il modo in cui le persone sono connesse tra loro. Di conseguenza, qualsiasi discorso significativo sembra fallire, e ciò spiegherebbe il proliferare di fake news, di messaggi poi censurati come quelli di Trump in un contesto in cui la società dei consumi e dell’informazione continua a produrre “segni” di cui le persone non possono fare a meno. Baudrillard parla di estasi della comunicazione e Trump sembra averlo capito fin troppo bene (e non solo lui).

Nell’era del postmoderno impera la comunicazione “ornamentale”, priva di un vero contenuto (anche ideologico) la cui assenza impedisce agli ingordi fruitori dell’interminabile flusso di informazioni del web di acquisire una coscienza politica. Lo svuotamento del contenuto a favore della forma consente il perpetrare della società dei consumi acritici dell’informazione, in cui sguazzano sia Trump che certuni “personaggi” nostrani. È evidente che in una società del genere non è funzionale un cittadino consapevole dell’orrore della corrosione della genuina socialità, né un cittadino consapevole della pericolosa (oltre che insensata) information overloading. Il fruitore-consumatore ideale si copre e si adorna dei segni della società dei consumi e della bulimia mediatico-digitale, all’insegna di un’identità liquida plasmata secondo le esigenze e i significati della market research, dell’advertising, della market segmentation, tutte espressioni dell’attuale mondo postmoderno, forse solo una fase transeunte dell’attuale sistema capitalistico.

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