FESTE DI PIAZZA, CORTEI E SIT-IN. MA SERVONO DAVVERO?

Non era del tutto scontata e nemmeno priva di rischi, se si considera l’appurata apatia e riluttanza siracusana a scendere in piazza e manifestare, eppure l’iniziativa per commemorare il 25 aprile e gli 80 anni dalla Liberazione si è rivelata con piacevole sorpresa una bella testimonianza di presenza e partecipazione. Un indubbio giorno di Festa composto, civile (SOBRIO) ma allegro e incoraggiante che ha visto la mobilitazione di molti giovani (non usuale nell’epoca dei social), di sindacati, associazioni, partiti e molti semplici  e liberi cittadini. Circa 250/300 persone al raduno di piazza S. Giovanni hanno aperto il Corteo che durante il percorso ha molto probabilmente raggiunto picchi di circa 500 partecipanti. Mancavano le istituzioni, non c’era sindaco, assessori, consiglieri nè deputati e questo è un segno significativo e identificativo della compagine socio politica che ci amministra. L’affluenza era politicamente eterogenea, non tutti con le stesse sensibilità e dal megafono a volte arrivavano slogan non del tutto condivisibili, alcune volte anche disturbanti al punto da chiedersi quanto tutto questo possa veramente servire a qualcosa, a cambiare gli eventi: combattere il fascismo, fermare le guerre, cancellare la fame e le sofferenze nel mondo. Forse sì, forse no o non subito, ma è importante mantenere la memoria, alimentare la speranza facendoci forza sul passato, stimolare le coscienze e promuovere la partecipazione, la solidarietà.

E proprio su questi interrogativi, a margine delle locali e recenti manifestazioni di piazza (contro la violenza sulle donne, per la pace in Palestina, per la Festa della Liberazione) che abbiamo raccolto le seguenti riflessioni:

Prof. Francesco Ortisi: “Difficile, molto difficile capire cosa sia possibile fare per opporsi concretamente alle guerre, ai massacri, alle violenze. La pratica pacifista ha bisogno di creatività. Non si fermano i governi e le armi con le manifestazioni di protesta nelle piazze d’Europa. Bisognerebbe avere il coraggio di mettere in gioco il proprio corpo nei luoghi dove si muore. Se un “esercito” di decine di migliaia di pacifisti si schierasse sulla linea del fuoco in Ucraina o in Palestina o laddove scorre sangue innocente, forse le coscienze dei popoli si scuoterebbero. Forse. Ma non saprei trovare altro modo per sperare in qualcosa di buono. Il mondo pacifista è frammentato, disarticolato, disorganizzato. Non ha una strategia. Non raggiunge alcun risultato. Così è condannato alla insignificanza.
Chi come noi ha vissuto per 80 anni in un Paese non sconvolto dalla tragedia di una guerra, godendo dei benefici che la Pace porta con sé, è chiamato oggi ad offrire un aiuto concreto a chi è escluso da quei benefici e vede distrutta ogni speranza di futuro. E questo vale a maggior ragione per quelli della mia generazione, nata pochi anni dopo la fine della guerra, in una stagione in cui si sono raccolti i frutti del sacrificio di chi ci ha preceduto. Onorare la memoria di chi ha combattuto per la nostra libertà richiede oggi un coraggio che va oltre gli slogan, i cortei e le bandiere. Unire le forze del pacifismo internazionale è un compito che va assunto innanzitutto dai movimenti e dalle associazioni che guardano alla Pace come principio ispiratore e come orizzonte del proprio operare. Laddove la politica istituzionale non può, non vuole o fa fatica ad intervenire, si apre un campo d’azione civile che non va delegato ai leader dei partiti politici tradizionali. Il dibattito pubblico sulla Guerra e sulla Pace, delegato ai partiti politici, viene sistematicamente affrontato come un aspetto dello scontro in atto tra le forze di governo e di opposizione. Ciò determina un depotenziamento del suo significato reale e viene colto dalla maggioranza della pubblica opinione come l’ennesima sceneggiata di una farsa a cui non si attribuisce alcun credito. E rimane inascoltato. Solo affidandosi a gesti inattesi e straordinari si può sperare di opporsi concretamente alla spirale perversa di morte e distruzione che ogni giorno cresce intorno a noi”.

 

Tati Sgarlata: “Siamo ben consapevoli che questi sit-in servono a poco o niente, in un mondo che si sta allegramente dirigendo verso l’autodistuzione dell’umanità cosa possono rappresentare queste piccole cose? Forse nemmeno l’azione di andare in 10.000 a fare interposizione tra gli eserciti potrebbe servire perchè noi siamo troppo deboli e non riusciamo ad organizzare neanche un presidio significativo o uno scipero della fame. Siamo una generazione che si sente eroe se facciamo 2 ore di manifestazione (Festa della Liberazione, Sit-in pro Palestina).
Ma qui è in gioco altro, c’è in gioco la nostra salvezza spirituale, la capacità di vivere coerentemente, almeno un po’, con i princìpi che professiamo a parole. E’ per questo che ho messo questa fotografia perchè rappresenta la Resilienza: una donna disabile come Carmela che lotta ancora per i diritti dei pazienti psichiatrici; Giuseppe Piccione scapestrato artista che vive di stenti ma che sa stare con i nostri pazienti e con i ragazzi autistici come nessuno di noi … e la rete si allarga e potrei continuare a lungo. A me interessa questa RETE che trova anche in questi cortei o sit-in un modo per toccarsi, odorarsi, esserci e cercare di vivere un po’ di bene che noi tutti stiamo perdendo. Camminiamo insieme, non fermiamoci, chi si ferma è perduto.

P.S.: Pino Pennisi sarebbe stato l’animatore di queste bellissime manifestazioni di piazza. Ci manca.

Da leggere

IL PARADOSSO DEL DEPURATORE IAS: CORSA CONTRO IL TEMPO E SCADENZE IMPOSSIBILI

Il depuratore consortile IAS di Priolo Gargallo, concepito per trattare sia le acque reflue urbane …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti