Per fermare il cambiamento climatico bisogna ridurre l’estrazione di combustibili da fonti fossili. Uno studio pubblicato su Nature indica una soluzione chiara: l’80% delle riserve conosciute di carbone, così come metà di quelle di gas e un terzo di quelle di petrolio, non devono essere estratte
Recentemente è stato registrato l’ennesimo record assoluto nel trend di anomalie climatiche che caratterizza la nostra epoca. Il 2014 è stato l’anno più caldo mai registrato dal 1880 a oggi, come asserisce la NASA e la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Nove dei dieci anni più caldi, nella serie storica di queste rilevazioni, sono tutti concentrati a partire dal 2000 in poi. C’è un trend purtroppo crescente ed evidente come affermano tutte le organizzazioni scientifiche mondiali come ad es. l’IPCC (International Panel Climate Change, l’organizzazione dell’ONU che raggruppa le ricerche di oltre 2.000 scienziati di tutto il mondo). Negli stessi giorni in cui veniva diffusa la notizia del record del 2014, uno studio pubblicato su Nature indicava una soluzione chiara e precisa per contenere il cambiamento climatico: oltre l’80 per cento delle riserve conosciute di carbone, così come metà di quelle di gas e un terzo di quelle di petrolio, non devono essere estratte (ovvero: non devono essere bruciate).
Per fermare il cambiamento climatico bisogna fermarsi e ridurre l’estrazione di combustibili da fonti fossili. Se riuscissimo a cambiare il modello energetico, otterremmo vantaggi concreti aggiuntivi: risparmi sulle nostre spese energetiche e sui nostri consumi; abbattimento dei costi sanitari dovuti all’inquinamento; ci risparmieremmo qualche guerra (molti conflitti sono innescati e alimentati dalla contesa per le risorse fossili) e le spese militari correlate; difenderemmo comparti strategici come agricoltura, pesca e turismo. Potremmo creare lavoro investendo sul risparmio ed efficienza energetica (evitando le dispersioni sia lungo la rete, sia nelle abitazioni con le coibentazioni, otterremmo il 30% di consumo in meno) o investendo di più sulle rinnovabili e, come dicono i tecnici di Greenpeace, risparmieremmo gli oltre 500 miliardi di dollari pubblici che ogni anno, a livello globale, regaliamo alle energie sporche (almeno 9 miliardi di euro in Italia).
E’, invece, economicamente più conveniente operare per quelle opere pubbliche universalmente ritenute prioritarie, come la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la risistemazione idrogeologica del territorio, gli acquedotti e le reti fognarie, la manutenzione ordinaria degli edifici pubblici, ecc. Tali interventi distribuiti sul territorio nazionale (e quindi non concentrabili) hanno un maggiore frazionamento dei finanziamenti e dunque dei soggetti economici coinvolti, impiegano alti tassi di manodopera locale, non fanno gli interessi oligopolistici dei general contractors (i concessionari per la progettazione e la costruzione). Tali piccoli e medi interventi garantirebbero enormi risparmi collegati all’abbattimento dei danni provocati dalle calamità cosiddette naturali ed apporterebbero altre positive conseguenze economiche generali, innanzitutto sul piano occupazionale.
Invece in Italia si punta alla politica delle grandi opere (inceneritori, rigassificatori, ponte sullo Stretto di Messina, MOSE, TAV ed i mega-impianti per la raffinazione del petrolio). Spesso l’obiettivo di queste opere non mira allo sviluppo della società nel suo insieme, ma a soddisfare gli interessi di un’élite finanziaria-industriale e/o immobiliare delle grandi imprese di costruzioni. Vi è un’ideologia dominante che fa coincidere l’iniziativa pubblica con l’esigenza della crescita economica, col costante aumento del PIL (Prodotto Interno Lordo) e sull’espansione consumistica. Abbiamo assistito a plateali paradossi di edilizia pubblica sovradimensionati e fuori luogo, a cantieri mai completati, alle “cattedrali nel deserto”, ai mostri ecologici, ecc. La razionalità economica generale non si qualifica più come sostegno infrastrutturale a un modello di sviluppo economico, ma diventa spesso pura rendita e speculazione finanziaria.
L’esempio classico è il Mose a Venezia o tutte le grandi opere, dove si tende ad adottare la soluzione progettuale più pesante, costosa, nociva ed impattante perché è quella che garantisce i maggiori introiti alle società che partecipano all’affare e consente al ceto politico di intascare tangenti di entità maggiore. I costi di una strategia improntata sulle grandi opere sono quasi esclusivamente a carico della collettività da vari punti di vista, da quello economico a quello ambientale: a causa della cementificazione e dei danni spesso molto consistenti causati al territorio e alle sue risorse, come è ad esempio avvenuto nel Mugello dove i cantieri TAV hanno lasciato in eredità 37 sorgenti prosciugate e 5 acquedotti fuori uso, a quello della legalità: perché la gestione in deroga alla legislazione ordinaria consentita al general contractor favorisce la penetrazione delle mafie, a quello sanitario: in quanto gli sventramenti e gli scavi liberano depositi naturali di sostanze talvolta gravemente nocive come l’amianto in Val di Susa.
Imega-interventi non favoriscono alcuna ripresa produttiva e tantomeno occupazionale, progetti più leggeri e molto meno onerosi con proposte di gran lunga più sostenibili, invece, hanno l’enorme “difetto” di comportare il ridimensionamento degli introiti attesi. Questo modello economico fondato sulla crescita ad ogni costo, indeterminata ed indiscriminata, e sulle grandi opere costituisce una pura e semplice requisizione di ricchezza basata sulla complicità tra ceto politico e gruppi economici, è un modello che va oltre la capacità di rigenerazione annua e non rispetta i vincoli entropici. Come dichiara Maurizio Pallante, la finalizzazione dell’economia alla crescita senza limiti eccede la capacità di assorbimento della biosfera, in quanto sintetizza sostanze non metabolizzabili dai cicli biochimici, intasa l’atmosfera di gas nocivi e si nutre sottraendo quantità crescenti di sostanze vitali nell’organismo, in cui si sviluppa quindi come un tumore.
*Consigl. nazionale dei Verdi

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