Occorrono meno tasse sul lavoro e più imposte sulle transazioni finanziari. La riforma che Renzi, sciupando il semestre italiano, non ha il coraggio di proporre all’UE.
Nonostante la permanenza di una sorta di cortina fumogena, va emergendo finalmente, tra i temi di grande attualità, la proposta di spostare la tassazione sulle transazioni finanziarie. Tutto ciò grazie anche al paziente lavoro di Attac. Ma già si fanno sentire le solite prefiche: si obietta che tale tassa, al pari di un ulteriore incremento dell’aliquota sulle rendite finanziarie, andrebbe a colpire tutti, senza distinguere tra chi investe per professione e chi ha solo l’obiettivo di proteggere il valore reale del suo gruzzoletto di risparmi, già tassato in busta paga. Non è esattamente così.
C’è da considerare che in seguito alla sciagurata eliminazione della netta separazione tra banche di risparmio (che avevano la mission di erogare credito all’economia del territorio) e banche di affari, tutte hanno finito con l’ignorare la funzione del credito all’imprenditoria locale e col canalizzare i risparmi (direttamente o indirettamente) verso la speculazione finanziaria. Sarà capitato a molti dei nostri lettori di sentirsi proporre da qualche solerte funzionario della sua banca di lasciare sul conto corrente una sommetta modesta, per le spese ordinarie, e di investire il resto su un “prodotto” finanziario, al fine di ottenere un interesse intorno al 3% piuttosto che nulla.
E così anche i piccoli gruzzoletti dei risparmiatori finiscono con l’essere investiti nelle grandi manovre speculative, mentre le banche di credito e risparmio (tutte autorizzate ad agire come banche di affari) negano finanziamenti a chiunque, magari proprio al datore di lavoro di qualche piccolo risparmiatore, ignaro di certi meccanismi. Il quale, per proteggere il valore reale dei suoi soldi dall’inflazione, sperando magari di guadagnarci qualche modesto interesse, finisce con l’alimentare un circuito perverso, che nega finanziamenti al suo datore di lavoro e fa morire d’asfissia l’imprenditoria del territorio. Così il risparmiatore, a sua insaputa, diventa complice (e vittima) di un crimine sociale.
Noi riteniamo che sia improrogabile ripristinare la distinzione netta tra banche di credito/risparmio e banche di affari. E riteniamo che sia doveroso spostare (anche in misura consistente) la tassazione dal lavoro e dai piccoli e medi patrimoni immobiliari (frutto di risparmi individuali e familiari) alle transazioni finanziarie. Ci riferiamo alle transazioni, si badi, non tanto alle rendite, la cui tassazione andrebbe accentuata solo di poco o di quel tanto che basti a disincentivare o scoraggiare progressivamente l’allocazione di gruzzoli in prodotti finanziari.
Meno tasse sul lavoro, meno sui redditi da lavoro/pensione e sui patrimoni inferiori ai due milioni (4 miliardi delle vecchie lire) e più tasse sulle transazioni finanziarie. La borghesia non avrebbe alcun motivo di aver paura. Non si tratterebbe di una patrimoniale ma, anzi, di una riduzione delle tasse su patrimoni, lavoro e redditi.
Si stima che nel sovramondo della finanza speculativa circoli (improduttivamente per gli Stati e per l’economia reale) una quantità ingente di risorse, sottratte ad una giusta tassazione e strappate alla imprenditoria. Bisogna ovviare!
Riteniamo che occorra avere il fegato di imporre regole al Mercato finanziario: si studi un sistema per raffreddare il ritmo delle transazioni (senza impedirle). Già una più consistente tassazione delle transazioni di titoli azionari sortirebbe l’effetto di scoraggiarne la compravendita massiva e compulsiva, oggi attuata freneticamente con un clic, al solo scopo di lucrare sulla possibilità di battere altri nel comprare un titolo quando la tendenza è al rialzo o di vendere prima che il trend si avvii al ribasso. Per guadagnare, non per produrre beni e servizi mediante lavoro da remunerare!
La scelta di ripristinare la netta distinzione tra le banche e di spostare la tassazione sulle transazioni finanziarie determinerebbe l’effetto di far rifluire nel mondo dell’economia reale una gran parte delle risorse monetarie oggi vorticosamente movimentate nell’iperuranio della finanza speculativa: se ne avvantaggerebbero le aziende produttive e il lavoro tornerebbe a crescere. Probabilmente! Lo precisiamo per prudenza; ma ci dica qualcuno se questa ipotesi è peregrina.
Le prefiche intonano i piagnistei, considerando un tale tassazione come un intervento populista o come una caccia alle streghe che colpirebbe i risparmiatori grandi e piccoli e che non avrebbe altro effetto se non quello di disincentivare ulteriormente l’investimento dei risparmi. Critiche risibili! Esse ci sembrano voler distogliere l’attenzione dal problema reale. Che oggi è quello di avere a che fare con banche che non fanno più il loro mestiere originario, che era quello di utilizzare i risparmi per erogare credito alle aziende del territorio.
Oggi tutte le banche cercano di unificarsi per giganteggiare e per partecipare al mercato finanziario su scala planetaria, non di rado col risultato di farsi batostare da operatori più scaltri che rifilano ad esse (anche ad esse!) prodotti tossici, ossia derivati rischiosissimi. Poi, quando sono ridotte a mal partito, dobbiamo salvarle, rifornendole, praticamente gratis, con denaro pubblico. Cioè con denaro pubblico preso a prestito dagli Stati proprio dal sistema bancario… privato, al quale paghiamo fior di interessi. No! Così non va bene! Ma Renzi non aveva promesso che avrebbe cambiato le regole in Europa? La fine del semestre di presidenza italiana si avvicina e non ci sembra che il premier stia proponendo all’attenzione della UE una riforma degna di questo nome. Eppure ci sembrava molto più determinato di Letta. Peccato!

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