TTIP: obiettivo della trattativa, condotta segretamente, è/era l’abbattimento di barriere tariffarie e non tariffarie. Via libera agli ogm e danni alla produzione europea, in nome del libero mercato. Un disegno criminale che affosserebbe il nostro settore agroalimentare. E non solo quello. Il governo Renzi ha desecretato il mandato a trattare. Con quale obiettivo? La Civetta presenta una triplice chiave di lettura dell’iniziativa.
Le trattative per la stipula del TTIP si protraggono in gran segreto da oltre un anno anche se già molto è venuto fuori sulla rete e vari allarmi sono stati lanciati. Ora finalmente la Presidenza italiana del Consiglio dei ministri europei, per bocca del vicesegretario dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, ha annunciato (il 14 ottobre) la de-secretazione del mandato negoziale. L’iniziativa del governo si presta a tre possibili chiavi di lettura: secondo la prima si sarebbero resi conto che il TTIP era ormai il segreto di pulcinella e tanto valeva allora eliminare il sipario anche per modificare la nostra percezione negativa del negoziato segreto. L’iniziativa costituirebbe in questo caso una nuova cortina fumogena (più sofisticata ed efficace della segretezza), ideata con la speranza di sortire effetti soporiferi sulle coscienze. Secondo una opposta chiave di lettura, il governo italiano avrebbe potuto decidere la desecretazione, fingendo di voler difendere a viso aperto il trattato, ma in realtà per silurarlo. E c’è inoltre una chiave di lettura intermedia.
Prima chiave di lettura: osanna al libero mercato ovvero la politica dell’assurdo. La prima interpretazione (di totale adesione alla logica del libero mercato e al trattato che ne costituirebbe una ennesima epifania) ci appare semplicistica. Le argomentazioni esposte da Calenda a sostegno della trattativa appaiono decisamente “di maniera”, poco convincenti e, in qualche caso, addirittura risibili: il sottosegretario intenderebbe sconfiggere le tesi strumentali di chi usa il TTlP per diffondere paure irrazionali, con l’obiettivo di attaccare i principi del libero mercato, sul quale dovrebbe necessariamente poggiare la seconda fase della globalizzazione, che dovrebbe vedere noi europei protagonisti e non più vittime. La difesa del libero commercio equivarrebbe proprio ad una dichiarazione di fede e il discorso di Calenda suonerebbe come l’annuncio di cieli nuovi e terre nuove: la seconda fase della globalizzazione. Il paradiso in terra! Apodittiche e per nulla convincenti le motivazioni addotte a sostegno: il TTIP rappresenterebbe un buon affare non solo per gli americani ma anche per noi. Secondo stime autorevoli l’impatto potrebbe migliorare il nostro PIL di mezzo punto per anno, con un aumento rilevantissimo dell’export e dell’occupazione. Corbellerie! Semplici frasi di circostanza! Calenda potrebbe veramente pretendere che ci si fidi di stime? Come quelle che attribuivano la tripla A a Lehman Brothers sino al momento della sua rovinosa caduta? E se i prodotti dell’agroalimentare USA (che contengono OGM, che simulano una origine italiana, che ingannano il consumatore non accorto, che non presentano etichette esaurienti) invadono senza ostacoli i paesi europei e ci sottraggono quote di mercato, il vantaggio sarà veramente reciproco? Siamo certi che non ci creda neanche Calenda. In merito agli effetti del trattato sulla impossibilità di far valere le nostre norme, che ancora proteggono prudenzialmente la nostra incolumità di consumatori da un’alluvione di prodotti USA geneticamente modificati, rimandiamo il lettore al servizio della Gabanelli (Il segreto sul piatto; in report del 19 ottobre). Circa il fatto che i trattati internazionali sortiscano reali effetti di grave limitazione della sovranità dei singoli paesi, rimandiamo il lettore all’interessante libro di Jean Ziegler (La privatizzazione del mondo. Predoni, predatori e mercenari del mercato globale, Il Saggiatore).
Possibile che Calenda voglia convincerci a credere nell’assurdo? Sostiene che «la seconda fase della globalizzazione ha caratteristiche molto diverse rispetto a quanto abbiamo sino ad ora vissuto» e che «l’aumento dei consumi nei nuovi mercati rappresenta uno sbocco strutturale sempre più importante per quelle imprese, grandi e piccole, che hanno saputo puntare sulla qualità dei prodotti e dei processi». Aggiunge che ci sarebbero ora le premesse per una possibile inversione nel fenomeno della delocalizzazione. In parole semplici stiamo iniziando a incassare il dividendo del nostro investimento». Più che le parole di un visionario, a noi le sue sembrano le parole di un clown del teatrino politico-diplomatico: ci risulta difficile credere che la Cina e l’India non possano far crescere la loro produzione anche in termini di qualità, potendo contare sul know-how che l’Occidente ha esportato con la delocalizzazione. C’è anche da considerare che la ricerca, oggi finanziata con somme ben più consistenti in Oriente, potrà sviluppare (oltre ogni aspettativa) la qualità dei prodotti orientali. Ed abbiamo anche difficoltà a credere che la diminuzione della differenza dei costi di produzione (soprattutto del lavoro) possa innescare presto una inversione del fenomeno della delocalizzazione. Né Calenda né alcun altro al mondo mai potrebbe illudersi che domani i nostri operai possano avere salari da fame come quelli cinesi o che questi ultimi raggiungano il livello retributivo dei nostri e che i costi accessori (sicurezza, previdenza, ecc.) possano essere posti in equilibrio con un colpo di bacchetta magica.
Seconda chiave di lettura: puntare ad un accordo ristretto, considerati i tempi e le difficoltà.
Il suo vero intento sarà piuttosto quello di piazzare, dentro il suo discorso di cornice e di maniera, dei nuclei aventi significati diversi. Se questa nostra ipotesi coglie nel vero, si spiegano i riferimenti agli ostacoli, buttati giù quasi per caso, incidentalmente, tra le pieghe del discorso: il riferimento ad «un quadro geopolitico sempre più complesso» e l’accenno all’esistenza di «materie che non sono disponibili per i negoziatori perché legate a sensibilità profondamente diverse, connesse alle rispettive culture». Calenda cita, ad esempio, l’atteggiamento prudenziale degli europei verso gli OGM ed altre questioni che ci vedono su posizioni distanti dagli americani: «energia, trasporto marittimo, tariffe agricole, servizi finanziari, la clausola di protezione degli investimenti, le indicazioni geografiche». E così commenta l’elenco dei capitoli delicati del trattato: «Dobbiamo stare molto attenti a impedire che questi capitoli tengano il negoziato in ostaggio per anni. […] Un contesto politico ostile potrebberilevarsi esiziale […]. Più il risultato si allontana più il negoziato, rimanendo in balia dei suoi oppositori, rischia di spostare alcuni di questi dossier verso la categoria delle materie non negoziabili». Dunque Calenda vuole probabilmente farci capire che le materie da contrattare vanno ridotte e che certi temi sono da rinviare sine die. Infatti parla di «raggiungibilità degli obiettivi nel tempo». E sulla questione tempo intende essere ancora più esplicito: «Abbiamo pochi mesi per uscire dall’impasse. La finestra di opportunità per chiudere un accordo va dall’indomani delle mid-term elections di novembre ai primi mesi del 2016. Dopo questo periodo, l’avvicinarsi delle primarie americane e poi delle elezioni presidenziali renderà tutto molto più complesso». Renderà, non renderebbe! Lo scenario che Calenda sembra prospettare come certo è dunque quello di una selezione degli argomenti trattabili con successo nei primi mesi del 2016 e di un rinvio di altri temi alle… calende greche. Ci sembra questo il senso della seguente affermazione: «Abbiamo dunque bisogno di un fresh start, anzi di un fresh re-start, che faccia pulizia dei tatticismi negoziali e ridefinisca con chiarezza le landing zones che sono davvero raggiungibili».
Diplomaticamente propone «Una tabella di marcia che deve prevedere un sistema di verifiche puntuali lungo la strada e che lasci aperta la porta a possibili ulteriori cambiamenti del percorso e delle modalità di conclusione del negoziato, qualora ci ritrovassimo fra sei mesi in una situazione di stallo». E ammonisce: «è molto probabile che il prossimo anno sia più difficile da molti punti di vista. Il quadro geopolitico è in netto peggioramento, così come non possono essere escluse nuove turbolenze finanziarie». Come dire: puntiamo a concludere il trattato su alcuni temi condivisibili e rinviamo gli altri alle calende greche. A suo avviso, forse, sarebbe meglio che niente, poiché non è certo che anche un accordo dimidiato sia raggiungibile. Ma aggiunge, sibillinamente: «Il lieto fine è però tutt’altro che scontato. Esiste infatti una condizione indispensabile perché ciò si possa verificare: i BRICS devono aprirsi completamente ai nostri prodotti, ai nostri servizi e ai nostri investimenti. Purtroppo invece sta prevalendo, se pure in misura diversa da paese a paese, la tentazione di trattenere all’interno dei propri confini i vantaggi derivanti dalla crescita degli ultimi due decenni». I BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) sono i cinque paesi che nel luglio di questo 2014 hanno dato vita ad una propria strutturazione finanziaria autonoma (New Development Bank), alternativa al FMI, a conferma che, se si ha coraggio e determinazione, le semi-istituzioni finanziarie possono essere radicalmente ridefinite o rivoluzionate o rimosse e sostituite con nuove strutture: non si tratta di leggi di natura come la gravitazione universale.
Ne scaturisce una terza chiave di lettura: il siluramento del TTIP. Ipotesi a confronto.
Ma veramente Calenda ritiene possibile che i BRICS debbano «aprirsi completamente ai nostri prodotti, ai nostri servizi e ai nostri investimenti», rinunciando al loro interesse? Egli si spinge a prospettare tale disponibilità, chiaramente utopistica, come «condizione indispensabile» per il successo delle trattative. E così facendo ci induce a immaginare una terza chiave di lettura. Sta forse prospettando, fingendo invece di ostracizzarli, ostacoli reali e difficilmente sormontabili, che potranno condurre ad un fiasco delle trattative?
La terza chiave di lettura potrebbe essere questa: Calenda pronuncia solo frasi di circostanza. Finge anche di voler rilanciare la contrattazione su obiettivi parziali e realisticamente raggiungibili, ma ha in mente il siluramento dell’iniziativa. Secondo questa terza interpretazione la desecretazione costituirebbe una iniziativa diplomaticamente edulcorata ma esiziale per il proseguimento della contrattazione sul TTIP. Confessiamo di temere che sia vera la seconda ipotesi (quella intermedia) mentre speriamo che sia la terza a cogliere nel segno.
CONCLUSIONE. Che il futuro del TTIP sia alquanto incerto ci fa piacere: riteniamo che esso sia l’ennesimo segmento di un percorso sbagliato, che rischia di portarci a sbattere contro gli scogli e che potrebbe far naufragare ciò che rimane del nostro sistema produttivo. Invitiamo i parlamentari eletti nel nostro territorio a documentarsi coscienziosamente sull’argomento e sui rischi connessi, senza delegare alcuna decisione a referenti economici dei singoli partiti, facilmente abbordabili (e plasmabili) da parte di lobbisti in servizio permanente effettivo.

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