Il 12 dicembre in città “Arabi in Sicilia”. I Normanni consumarono un genocidio

 

La manifestazione itinerante, ideata e realizzata da “Sicilia.Punto.Poesia”, sulla scorta del saggio storico di Carlo Ruta “Il crepuscolo della Sicilia islamica”, arriva alla Casa del Libro Mascali. “Tra il X° e l’XI° secolo la Sicilia beneficiò di un Rinascimento islamico, inviso dalla Chiesa”.

Il 15 ottobre è partita da Catania – presso Catania Libri, già Libreria Giannotta – una manifestazione itinerante, “Arabi di Sicilia”, per la riscoperta e la rilettura della presenza araba in Sicilia. La manifestazione è stata ideata e realizzata da “Sicilia.Punto.Poesia”, sulla scorta del saggio storico di Carlo Ruta Il crepuscolo della Sicilia islamica, che segue la falsariga dell’idea che la Sicilia araba sia stata una sorta di insula felix poi spazzata via dalla reconquista cristiana. Al di là della validità o meno della tesi, il tema è sicuramente attuale dati i venti di guerra che attraversano il mondo islamico attuale, impregnato di fondamentalismi eppure impegnato nelle sue componenti più moderate in un difficile cammino di pace.

Il 12 dicembre la manifestazione arriverà a Siracusa presso la Casa del Libro Rosario Mascali, mentre il 14 gennaio approderà a Palermo presso la Libreria Macaione – Spazio Cultura. Verranno anche coinvolti altri centri come Gela, Vittoria, Buccheri, Modica, Mineo.

Gli artisti di “Sicilia.Punto.Poesia” per l’occasione terranno delle performance di poesia araba di Sicilia: IbnHamdis, IbnBasarun, al-Itrabanisi e altri. “La Civetta” li ha intervistati per voi.

Come si chiama la vostra associazione e di cosa si occupa?

Sicilia Punto Poesia non è un’associazione, non è una casa editrice né un gruppo su Facebook. Sicilia Punto Poesia è un sodalizio tra artisti militanti. Un sodalizio spontaneo e non disciplinato da nessuna regola scritta o statuto. Il nome, volutamente tripartito come le Valli e le Punte dell’Isola, raccoglie il desiderio di oltrepassare il difetto di esclusività manifesto in gruppi territoriali e editoriali.  Depositandoci nella più trasognata dimensione platonica, Sicilia Punto Poesia è dunque il nome assegnato a questa Idea. Un’idea di poesia a servizio di chiunque voglia partecipare spontaneamente alle Letture pubbliche. Un’idea di poesia a disposizione di chi pensa, lotta e dice. Un’idea accesa di volta in volta dalla gioia di stare insieme, confrontarsi e condividere piccoli ma significanti passaggi di questa esistenza che, se fosse stata eterna, che senso avrebbe allora il coraggio?

Come mai questo interesse per la presenza araba e islamica in Sicilia e quale contributo in tal senso dà il libro di Ruta?

Carlo Ruta è un intellettuale onesto. E, visti i trascorsi, credo che la scelta dell’appellativo onesto esuli da un nostro personale giudizio. Pensiamo quindi che i suoi studi per riportare alla memoria presente i modi e i termini di ciò che accadde nel Medioevo siciliano siano pienamente ascrivibili a  questo, appunto, onesto modus operandi di contribuire alla Conoscenza. L’interesse per la presenza araba è pienamente assimilabile al nostro comune interesse per la poesia. Tra il X e l’XI secolo la Sicilia beneficiò di un Rinascimento islamico. Un Rinascimento rintracciabile nella scienza, nelle tecnologie e negli studi umanistici. Se altrove occorrerà attendere qualche secolo per Dante e Petrarca, in Sicilia era prevista e sostenuta nel suo ruolo sociale la figura del Poeta. Poeti arabi di Sicilia. Nati in Sicilia. Morti come IbnHamdis altrove proprio per l’arrogante violenza con cui i Normanni decisero di epurare l’isola. Per quanto la cosa faccia rabbrividire, in Sicilia fu consumato un vero e proprio genocidio. Un genocidio promosso e sostenuto dallo Stato Pontificio. Si stavano per scrivere quella vergognose pagine chiamate Crociate. E la prima ante litteram fu proprio questa. Quella per cancellare la presenza musulmana in Sicilia. Non bastava la sottomissione, la dominazione, la Conquista. I musulmani dovevano sparire. Recavano offesa al nuovo alleato dei Normanni, la Chiesa di Roma, che necessitava della Sicilia come base logistica, strategica e militare per intraprendere ciò che oggi noi imputiamo come il più grande difetto del Corano, ovvero, la Guerra Santa.

A vostro parere quali elementi della cultura araba persistono in Sicilia e quali potrebbero essere fondanti per una nuova identità dell’isola nella prospettiva della globalizzazione?

Noi conosciamo forse un 5% della cultura araba. Noi oggi, intendo, nell’epoca in cui da un terminale a nessuno è negato reperire informazioni. Sappiamo che la lingua siciliana ha una forte discendenza etimologica da quella araba. Sappiamo che lo stesso vale per la nostra cultura gastronomica. E per quella agricola. U jardinu – è arabo, ad esempio. Le nostre capacità idrologiche anche.

Per ciò che concerne l’identità, siamo sicuri che la strada migliore sia quella di non negare, piuttosto che creare. L’identità degli altri può emergere solo mettendo in discussione la nostra. Ma questo lo può fare solo chi conosce. Ad esempio potremmo tranquillamente affermare che la Sicilia non ha una sua identità: soprattutto quando gli ulivi ci provengono dalle colture della Magna Grecia, i carrubi dagli arabi e i muri a secco da un Regio decreto borbonico. Dovremmo per prima noi ammettere di vivere la pace di una multiforme complessità. Ammettere che se il piatto regionale più famoso nel mondo è la pasta alla norma, le melanzane sono contributo gesuitico del Sud America.

Restituendo il mal tolto che chiamiamo e difendiamo come nostro.

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