Rampini spiega perché l’ideologia del rigore (assunta come dogma, ma in realtà fondata sui due errori scoperti da Herndon) blocca la ripresa. Ma bisognerà poi riflettere su un altro elemento: anche quello della ripresa (cioè di una nuova accelerazione dello sviluppo del PIL) è un miraggio o una fata morgana.
Da Editori Laterza, pagg. 40 e segg.
6 – La cifra magica.
«Thomas Herndon a 28 anni è una celebrità mondiale. La sua università ha dovuto creargli un ufficio stampa ad hoc per filtrare le troppe domande d’interviste. Il dottorando che ha “smascherato le teorie dell’austerity” ora passa le sue giornate a parlare con il “New York Times, il “Wall Street Journal” e la BBC. […] Il premio Nobel dell’economia Paul Krugman gli dà atto di avere “confutato lo studio accademico più autorevole degli ultimi anni”. Scoprendovi degli errori banali, imbarazzanti per gli autori.
Le vittime di Herndon sono due tra gli economisti più stimati del mondo: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Loro due insegnano in una super-università, Harvard, ben più prestigiosa di quella dove studia il ventottenne dottorando che li ha messi al tappeto. Rogoff, che è stato economista anche al Fondo Monetario Internazionale e alla Federal Reserve, insieme con la sua collega Reinhart, pubblicò Growth in a Time of Debt, una ricerca conclusa proprio quando stava scoppiando la crisi della Grecia.
In quel testo vi era la “prova scientifica”, secondo gli autori, che se il debito pubblico di una nazione raggiunge la soglia del 90% del PIL, diventa un ostacolo insuperabile alla crescita. Quella “cifra magica” venne adottata come un dogma, istantaneamente ripresa da organizzazioni internazionali e governi: da Angela Merkel alla Commissione Europea, fino al partito repubblicano negli Stati Uniti. Lo stesso Krugman ricorda che “ebbe un ruolo cruciale nella svolta delle politiche economiche, con l’abbandono delle manovre anti-recessive sostituite prontamente con politiche di austerity”. La tesi di Krugman è che c’erano già poderose correnti ideologiche in azione per interrompere le manovre antirecessive, e […] quello studio divenne un regalo insperato, una pietra miliare, il fondamento teorico per l’austerity.
Herndon , che si definisce “né conservatore né progressista” , non è stato mosso da un’agenda politica. “Non ero partito – racconta – con l’intenzione di demolire lo studio di Reinhart-Rogoff, […] non ero a caccia di errori. I miei professori di Amherst mi avevano assegnato un compito molto comune: “Prendi una ricerca fatta da altri economisti e prova a dimostrare che sei capace di replicarne il risultato”. È così, esercitandosi a rifare lo stesso percorso di Reinhart–Rogoff, che il ventottenne si è imbattuto nella sua scoperta. “Provavo e riprovavo a fare i loro stessi calcoli, ma i risultati non erano quelli. I conti non tornavano”.
Per vederci chiaro si rivolse agli stessi autori, che reagirono con grande fair play e trasparenza. Forse sottovalutando il pericolo? Di certo non snobbarono il giovane dottorando di una università meno prestigiosa. “Su mia richiesta – racconta lui – mi hanno messo a disposizione tutte le loro fonti da cui avevano attinto i dati sulla crescita. Mi hanno dato accesso anche alle varie versioni dei loro calcoli”.
Mal gliene incolse. Perché il preciso e scrupoloso Herndon scoprì l’errore. Anzi due categorie di errori, grossolani e dalle conseguenze disastrose. La coppia di grandi economisti aveva banalmente commesso una svista di “allineamento” nelle colonne delle cifre da addizionare usando il software Excel della Microsoft. Sicché alcuni calcoli erano sbagliati. In più – questo forse è lo sbaglio più imperdonabile – Reinhart e Rogoff avevano omesso di includere tra le nazioni esaminate ben tre casi (Canada, Australia, Nuova Zelanda) in cui la crescita economica non è stata affatto penalizzata da un elevato debito pubblico.
La rivelazione di Herndon ha avuto un impatto enorme. I due imputati, Reinhart e Rogoff, hanno dovuto ammettere l’errore. Lo hanno fatto con una imbarazzata column sul “New York Times”, cercando al tempo stesso di prendere le distanze dalle politiche di austerity applicate usando la loro ricerca. E, come rivela il “Wall Street Journal”, “all’ultima riunione del G20 è stato depennato dal comunicato finale ogni riferimento al rapporto debito/PIL , per effetto di questa scoperta”.
L’anchorman satirico Stephen Colbert conclude: “E ora chi lo dice agli europei? Sono così contenti dell’austerity…!” La lezione di umiltà vale anche per gli avversari del rigore: I grandi nomi del pensiero neokeynesiano, da Krugman a Stiglitz, non avevano mai accettato il dogma di Reinhart-Rogoff. Ma le loro contestazioni volavano alto, troppo alto. Nessuno si era imbarcato nella fatica di fare il lavoro “operaio” del ventottenne Herndon: prendersi tutti i numeri, uno per uno, e rifare le addizioni».
7. La ricetta di Bernanke.
«Se qualcuno ha sperimentato un “pensiero nuovo” di fronte a questa crisi, costui si chiama Ben Bernanke. Senza arrivare a sposare esplicitamente la Modern Monetary Theory esposta prima, il banchiere centrale degli Stati Uniti si è spinto molto in avanti nell’uso della leva monetaria. Hanno dovuto inventare un termine nuovo, quantitative easing, per descrivere quel che lui ha fatto dal 2009 in poi.
Gettati i vecchi manuali della politica monetaria, la Federal Reserve americana ha cominciato a stampar moneta in quantità enormi. Ha iniettato questa liquidità sui mercati con un metodo semplice: acquistando bond, sia titoli del Tesoro che obbligazioni legate ai mutui (85 miliardi di dollari al mese). Si è parlato, a proposito di questa prolungata azione d’emergenza della Banca Centrale USA, del “più grande esperimento monetario di tutti i tempi”. […] La Federal Reserve ha svolto in certi casi una funzione di supplenza, sostenendo la crescita anche quando i veti della destra repubblicana al Congresso impedivano a Obama un uso più energico della spesa pubblica. La ricetta di Bernanke ha finito per essere copiata da altre banche centrali: anzitutto da quelle del Giappone e dell’Inghilterra; in maniera più limitata anche dalla BCE di Mario Draghi. I banchieri centrali sono apparsi come i demiurghi che hanno tentato, in alcuni casi con successo, di trainarci fuori da questa crisi».
Rampini spiega perché l’ideologia del rigore (assunta come dogma, ma in realtà fondata sui due errori scoperti da Herndon) blocca la ripresa. Ma bisognerà poi riflettere su un altro elemento: anche quello della ripresa (cioè di una nuova accelerazione dello sviluppo del PIL) è un miraggio o una fata morgana.
Occorrerà, in altri termini, riflettere sul pensiero di Latouche e tentare di trovare percorsi diversi per assicurare il benessere alla presente ed alle future generazioni, senza puntare sul PIL e senza drogarlo, come si sta cercando di fare ultimamente, consentendo di calcolare in esso anche i proventi da prostituzione ed una stima di parte del sommerso. Questo trucco servirà solo a modificare i rapporti attuali tra debito e PIL (gonfiando quest’ultimo attraverso il computo di nuovi elementi).
C’è tuttavia da evidenziare che la creazione di grossi quantitativi di moneta secondo le modalità attuali (cioè con addebitamento della stessa agli Stati, spogliati della loro sovranità monetaria) contribuisce strutturalmente ad accrescere il debito pubblico. Se tale moneta venisse semplicemente trasferita agli Stati, l’inconveniente sopra evidenziato non si verificherebbe. Non è possibile in base alle norme vigenti? Ma le norme statutarie e i trattati sono forse immodificabili come le leggi naturali della fisica?
Aspettiamo che maturino i tempi e che emerga nella coscienza collettiva il bisogno di una tale riforma della monetazione. Intanto, se nella presente situazione di crisi un Istituto di emissione (Federal Reserve o BCE che sia) stampa moneta, per acquistare BOT o BOND ed evitare che la grande finanza speculi sugli Stati, non fa certamente male. Il problema nascerà o si renderà evidente quando l’Istituto di emissione deciderà di ottenere dagli Stati il corrispettivo dei BOT acquistati. L’indebitamento nei confronti della BCE o della Federal Reserve si evidenzierà come una sorta di capestro: il potere politico sarà al guinzaglio delle banche centrali (possedute dalle banche “nazionali”, a loro volta possedute quasi interamente da banche private e, quindi, legate a doppio filo col sistema bancario nel suo complesso o vincolate ad esso in una sorta di rapporto incestuoso).

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