Decarbonizzazione, ma coi soldi nostri – Il convegno che non ha osato

Sabato scorso, il 18, il Partito Democratico ha aperto un convegno dal titolo “Idee per uno sviluppo sostenibile”, invitando imprenditori, sindacati e manager.

Durante l’incontro è emerso che il polo industriale siracusano cuore pulsante della chimica e dell’energia siciliana – si trova a un bivio. Da un lato ci sono le aree dismesse e l’emergenza ambientale (dalla raffineria ISAB al depuratore IAS); dall’altro, l’opportunità di diventare un hub energetico del Mediterraneo, sfruttando fonti rinnovabili, l’idrogeno e la cattura della CO₂.

Tuttavia, il dibattito ha riproposto gli stessi temi di anni fa: decarbonizzazione, cattura della CO₂ e riqualificazione delle vaste aree abbandonate da riconvertire con le multinazionali pronte a chiedere ai contribuenti (allo Stato) le risorse necessarie.

È emersa, come al solito, la mancanza di una governance che includa politica nazionale, imprese e governo regionale per un patto di sostenibilità sociale.

Il caso esemplare è quello dell’IAS: il grande depuratore consortile sarà sempre necessario per attrarre nuovi investimenti e mantenere il tessuto delle circa 70 piccole e medie imprese che operano nella zona.

Ma la scarsa attrattività deriva da un fattore fondamentale, ha spiegato Franco Nardi, segretario della Cgil: le bonifiche ferme. “È stato inoltre un errore chiudere l’impianto dell’etilene – ha aggiunto – perché si tratta di un prodotto strategico, anche se costa meno produrlo all’estero”.

Il presidente degli industriali, Gian Piero Reale, ha avvertito che serve ancora il fossile, quindi bisogna procedere con la decarbonizzazione e la cattura della CO₂, ma le industrie hanno bisogno di incentivi. Nel suo discorso ha però omesso di ricordare l’esistenza dell’Accordo di Parigi sul clima.

È da lì che le raffinerie devono partire: investire nella decarbonizzazione è diventato una necessità strategica, non una scelta opzionale (dichiarazione di Federchimica).

Ma il presidente di Confindustria sa che la decarbonizzazione per le raffinerie della zona significa:

Elettrificazione dei processi: sostituire i bruciatori a gas/metano con apparecchiature alimentate da elettricità da fonti rinnovabili.

Uso dell’idrogeno verde: le raffinerie già utilizzano idrogeno per desolforare i carburanti (hydrotreating), ma oggi quell’idrogeno è prodotto da gas metano (idrogeno grigio, molto emissivo). Decarbonizzare significa produrlo tramite elettrolisi dell’acqua con energia rinnovabile (idrogeno verde) o da biometano con cattura della CO₂.

Cattura e stoccaggio della CO₂ (CCS): installare impianti che catturano la CO₂ prodotta dai forni e dai reattori chimici, comprimendola per stoccarla in giacimenti geologici profondi (es. vecchi giacimenti di gas esauriti) o riutilizzarla.

Transizione verso prodotti a basse emissioni: la raffineria non deve produrre solo benzina e diesel, ma sempre più biocarburanti avanzati (da oli esausti, alghe, rifiuti organici), carburanti sintetici (prodotti con idrogeno verde e CO₂ catturata) e materie prime per la chimica verde (plastiche riciclabili o biobased).

Efficienza energetica e recupero del calore: ridurre gli sprechi termici, ottimizzare gli scambiatori di calore, utilizzare turbine a gas più efficienti e cogenerazione.

In questo modo una raffineria decarbonizzata può ridurre le emissioni del 40-60% rispetto a una tradizionale. Ebbene, nelle raffinerie della zona è iniziato questo percorso? Dal dibattito non è emerso nulla o quasi. Nessuno dei manager ha evidenziato questi processi. Ancora oggi in Isab (la prima raffineria d’Italia con un fatturato di oltre 8 miliardi nel 2023) si parla di progetti. Ma da parte degli industriali rimane la richiesta di denaro pubblico per investimenti obbligatori, senza mettere una parte degli extraprofitti realizzati, facendo così pagare alla popolazione ulteriori costi, oltre all’inquinamento.

Il dibattito si è concluso con l’intervento del senatore Nicita. Egli è partito dal fallimento del depuratore IAS: la magistratura aveva chiesto prescrizioni dettagliate, un cronoprogramma e risorse adeguate. Nonostante l’impianto (prima ISAB, poi IAS) fosse stato dichiarato asset strategico nazionale, è mancato l’impegno concreto del Ministro, descritto come “supino” verso le grandi aziende. Non bisogna abbandonare l’IAS, ma ripensarlo per attrarre investimenti.

Nicita ha proposto le ZIS – Zone Industriali di Interesse Strategico, aree che offrono semplificazioni per gli investimenti, attraverso una sperimentazione che metta a sistema le prescrizioni. Il problema dell’IAS non va affrontato come emergenza di una singola azienda, ma come questione sistemica, con una governance pubblico-privata per superare l’attuale paralisi. Ha inoltre avvertito che i circa 6 miliardi del PNRR non spesi confluiranno in InvestEU, con un vincolo del 40% al Sud. Nicita ha chiesto di battersi per il rispetto di questo vincolo. In Sicilia ci sono 6 miliardi di fondi di coesione non spesi: se non utilizzati, tornano allo Stato centrale. Già 780 milioni previsti per il ponte sono stati riallocati altrove, penalizzando il Sud.

Più che parlare genericamente di “Sud”, Nicita ha suggerito di sfruttare l’insularità (art. 174 del Trattato UE e art. 119 della Costituzione). Due proposte concrete:

  1. Taglio delle accise: dimezzarle del 50% per famiglie e imprese in Sicilia e Sardegna con un meccanismo di “accise mobili” per evitare speculazioni, compensando i costi di trasporto tipici delle isole.
  2. Attrazione di talenti e pensionati: sostenere misure regionali per far rientrare i giovani che studiano o lavorano fuori, sfruttando l’eccezione insulare per superare le obiezioni UE sugli aiuti di Stato.

Ma al di là di queste proposte del senatore, esiste una strategia industriale di lungo periodo per il SIN? Non era questo il tema principale su cui erano stati invitati i nove relatori?

L’Unione Europea, con l’approvazione del Clean Industrial Deal (CISAF), ha creato una cornice stabile fino al 2030 per sostenere la decarbonizzazione. Per il polo siracusano, questo si traduce in benefici concreti come la riduzione del costo dell’energia fino a 50 €/MWh per le imprese energivore e la possibilità di accedere a finanziamenti fino al 100% dei costi per progetti su rinnovabili e innovazione. C’è poi il progetto Hoop, il percorso di Versalis per il riciclo chimico delle plastiche: un investimento di 152,7 milioni di euro, con avvio previsto nel secondo trimestre del 2029. Una quota significativa sarà coperta da risorse pubbliche tramite un Contratto di Sviluppo con il Ministero delle Imprese e Invitalia, un esempio calzante di cooperazione pubblico-privato.

Si chiede pertanto al Partito Democratico il coraggio politico di forzare l’Eni (azienda di Stato) a compiere investimenti nella zona. La multinazionale statale dovrà farlo: lo deve a questo territorio. Qui ha contribuito con un massiccio inquinamento senza pagare. Ha esportato miliardi di profitti, ricevendo per anni finanziamenti pubblici per ulteriori miliardi (dalle nostre tasche). Oggi un governo rispettoso dei propri abitanti non può – come invece si sta verificando – far sì che scompaia l’Eni dal sito. I suoi investimenti potrebbero riguardare anche le bonifiche, perché la multinazionale ha una sua azienda (Eni Rewind) specializzata in bonifiche ambientali. Dall’altro lato, lo Stato ha un interesse economico, oltre che sociale: ricerche del Cnr hanno rilevato gli alti costi sanitari sostenuti da migliaia di cittadini a causa dell’inquinamento nella zona. Ciò comporterebbe un volano per nuova occupazione. Eppure ci si chiede: qui a Siracusa siamo cittadini di serie B? Perché al nord, nel SIN di Porto Marghera, le bonifiche sono partite decine di anni fa e si sono concluse, e attualmente ne stanno pensando ad aprire di ulteriori, e qui no?

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