La costa siciliana dopo Harry: prevenire costa meno

Soluzioni, limiti tecnici e analisi costo – benefici per rendere più resiliente il nostro litorale

Il 25 gennaio 2026 la Civetta di Minerva ha pubblicato un mio articolo sui danni provocati dall’uragano Harry lungo la costa orientale della Sicilia, in cui si analizzavano le diverse tipologie di danni in relazione alla morfologia e al grado di urbanizzazione dei vari tratti costieri.

I danni furono inizialmente stimati dalla Protezione Civile in circa un miliardo di euro, includendo anche i mancati proventi turistici. Una devastazione di tale portata è stata ricondotta alla straordinaria energia dell’evento, alimentata dal progressivo riscaldamento del Mediterraneo, che ha reso molte opere e assetti costieri non più adeguati alle nuove condizioni.

Il Green Deal europeo indica nell’adattamento agli eventi climatici estremi la linea di intervento più immediata. Tuttavia non tutto può essere protetto: ogni intervento deve rispondere a una logica di costi e benefici, ponendo sempre al primo posto la salvaguardia della vita umana, anche accettando danni materiali limitati e controllati.

Questo secondo articolo intende mostrare quali interventi possano aumentare la resilienza del litorale orientale, fornendo stime indicative dei costi rispetto ai danni dell’inazione. Non disponendo delle competenze necessarie non si propongono valutazioni ingegneristiche né calcoli tecnici, ma considerazioni generali che evidenzino come la difesa delle coste non possa basarsi su soluzioni definitive, bensì su un processo continuo di adattamento e manutenzione e che non sempre sia necessario difenderle.

Non verranno infine considerate soluzioni radicali come la delocalizzazione, anche parziale, di borghi costieri. Pur presenti nel dibattito specialistico, tali ipotesi appaiono difficilmente praticabili sul piano sociale ed economico, poiché implicherebbero l’abbandono di ampie fasce urbanizzate e la perdita di un patrimonio identitario che le comunità costiere non sono disposte a sacrificare. Resta invece imprescindibile la rimozione di tutte le opere realizzate impropriamente sotto costa, sia abusive sia autorizzate con scarsa lungimiranza.

Costa nord orientale da Scaletta a Letojanni.

È il tratto in cui si concentrano i danni maggiori: un litorale sabbioso continuo, largo una trentina di metri, con strada costiera e abitazioni arretrate per circa trenta chilometri. Qui le case in genere hanno resistito; è stata invece la strada litoranea a cedere in più punti, sacrificandosi e proteggendo l’abitato.

Sant’Alessio rappresenta un caso particolare: è l’unico tratto costiero dotato di una barriera soffolta (sommersa), posta a circa un metro sotto il livello medio del mare e a una sessantina di metri dalla riva, oltre a una barriera radente a ridosso della strada. La soffolta, invisibile e compatibile con il passaggio delle barche, riduce l’energia dell’onda prima che raggiunga la riva; la radente protegge i manufatti dall’impatto residuo. Anche qui si sono registrati danni, ma limitati a circa duecento metri di strada nei punti in cui la soffolta ha ceduto, e comunque ben inferiori rispetto ai paesi immediatamente a nord, dove la strada è stata distrutta quasi per intero, svolgendo di fatto il ruolo di barriera radente sacrificabile, proteggendo le case.

 

Sant’Alessio. Barriera soffolta. Da SikilyNews 22/07/2023 Andrea Rifatto
      Sant’Alessio. Barriera soffolta. Da SikilyNews 22/07/2023 Andrea Rifatto
Barriera radente. Immagine virtuale generata con AI

Non sono mancate polemiche: c’è chi attribuisce la relativa tenuta di Sant’Alessio alla presenza del promontorio sito a sud e chi ipotizza che la soffolta abbia spostato parte dell’energia verso nord. Tuttavia la distruzione estesa lungo tutto il tratto settentrionale ridimensiona l’idea di un semplice trasferimento del danno.

Se l’efficacia del sistema fosse confermata, si potrebbe valutarne l’estensione all’intero blocco dei paesi tra Scaletta e Sant’Alessio, ma solo nell’ambito di un progetto unitario fondato su studi di modellazione. Eventuali interruzioni, comunque necessarie, potrebbero coincidere con i torrenti che separano i centri abitati.

Le soluzioni possibili sono tre e possono operare singolarmente o in combinazione: barriera soffolta, barriera radente e ripascimento. Quest’ultimo consiste nel riportare sabbia sull’arenile, prelevandola da siti idonei, per aumentarne la larghezza e ripristinarne la capacità naturale di dissipare l’energia delle onde. Le soffolte possono essere integrate da pennelli, opere ortogonali alla costa che trattengono la sabbia e ne limitano lo spostamento lungo riva.

Pennelli costieri. Immagine virtuale generata con AI

Ciascuna soluzione presenta limiti: la soffolta può generare effetti dannosi alle estremità e richiede manutenzione; la radente può essere scalzata al piede; il ripascimento, più sostenibile dal punto di vista paesaggistico, necessita di ripristini periodici e pone problemi di reperimento e qualità delle sabbie.

Nessuna di queste soluzioni è definitiva: funzionano in modo complementare e richiedono manutenzione costante, soprattutto dopo eventi estremi.

Catania ed i paesi alle pendici dell’Etna.   

Nella zona compresa tra Santa Tecla e Aci Castello si susseguono piccoli borghi storici costruiti sulla sciara dell’Etna, con case affacciate su una costa rocciosa e fortemente frastagliata. In queste condizioni il fondale lavico, irregolare e spesso profondo sotto riva, non consente, se non in casi eccezionali, soluzioni come le barriere soffolte adottabili nei tratti sabbiosi.

La difesa non può quindi essere organizzata in mare, ma a terra. Occorre integrare nel tessuto urbano opere radenti sobrie ma efficaci, piccoli rialzi di quota, soglie protettive e sistemi di drenaggio capaci di favorire un rapido deflusso dell’acqua durante le mareggiate. Non si tratta di impedire ogni allagamento, ma di limitarne gli effetti, proteggendo le abitazioni e accettando che alcune superfici, passeggiate o tratti viari, siano dichiaratamente sacrificabili, cioè progettate per subire danni contenuti pur di preservare ciò che sta dietro.

Paradossalmente, pur essendo interventi meno onerosi delle grandi difese su spiaggia, risultano più complessi da progettare; agendo direttamente sul costruito, è difficile prevedere con precisione il comportamento dell’acqua tra edifici e variazioni di quota, e la modellazione risulta meno decisiva rispetto all’esperienza e al buon senso progettuale. In questi contesti la sicurezza dipende anche da un’efficace organizzazione della Protezione Civile, basata su allerta tempestiva, procedure chiare e ripristino rapido dopo l’evento. Lungo la costa lavica etnea non sembrano esistere soluzioni risolutive, ma solo interventi di adattamento coerenti con la morfologia e con la storia dei luoghi.

Diversa la situazione sul lungomare di Ognina, a Catania. Qui l’ampiezza del litorale lavico e del viale retrostante ha impedito che il patrimonio edilizio venisse direttamente colpito. I danni hanno riguardato soprattutto un piccolo porticciolo privato e alcune strutture di ristorazione costruite a livello del mare. In casi come questi, più che nuove opere di difesa, appare opportuno riconsiderare la localizzazione e la tipologia di interventi così esposti.

Dalla Plaia di Catania a Marzamemi

Il tratto dalla Plaia di Catania a Marzamemi, meno urbanizzato rispetto al settore settentrionale, con l’eccezione di Siracusa e Augusta, ha registrato danni prevalentemente localizzati su porticcioli, lidi e aree naturalistiche come le saline di Siracusa. La differenza rispetto al nord non sta tanto nella dimensione dei centri urbani, quanto nella minore continuità dell’edificazione lungo costa.

La morfologia è molto variabile: ampie spiagge sabbiose, come la Plaia e quelle a sud di Siracusa, si alternano a tratti rocciosi e a scogliere, soprattutto verso Augusta. Nel caso della Plaia, i fondali bassi e sabbiosi favoriscono una dissipazione progressiva dell’energia delle onde, mentre l’assenza di edifici importanti a ridosso del mare ha limitato i danni.

Siracusa, protetta dai porti Grande e Piccolo e in parte sopraelevata, ha subito effetti circoscritti, pur con cedimenti localizzati importanti come quello della Riviera Dionisio il Grande. Augusta, inserita in un ampio golfo e schermata dalla diga foranea e dall’assetto portuale, ha visto attenuata l’energia diretta del moto ondoso.

Dove la costa resta naturale non è necessariamente opportuno intervenire con opere artificiali, lasciando che l’evoluzione morfologica segua dinamiche proprie. Da Siracusa verso sud, inoltre, gli accumuli autunnali di foglie di Posidonia oceanica hanno contribuito alla protezione dell’arenile smorzando l’energia delle onde; la scelta di non rimuoverli sistematicamente ha rafforzato questa difesa naturale e va perseguita con forza. Piuttosto, andrebbe tutelata la prateria sommersa che sostiene l’equilibrio costiero.

A Marzamemi il danno è stato legato soprattutto all’innalzamento temporaneo del livello del mare. In un borgo costruito quasi a quota zero, la risposta non può essere una barriera in mare, ma interventi di adattamento urbano che favoriscano il rapido deflusso dell’acqua, affiancati da un efficace sistema di allerta e protezione civile.

Per le aree naturalistiche di cui la zona è ricca si individueranno interventi mirati come quello descritto da Pippo Ansaldi riportato sull’articolo della Civetta di Minerva del 29/01/20026 sulle saline di Siracusa (https://www.lacivettapress.it/2026/01/29/interventi-prioritari-per-la-salvaguardia-della-riserva-naturale-orientata-fiume-ciane-e-saline-di-siracusa/)

Proteggere la costa. Il confronto costi – benefici

Per avere un ordine di grandezza del problema abbiamo provato a stimare a grandi linee i costi delle difese costiere prendendo come riferimento il tratto più critico, quello tra Scaletta e Letojanni, dove si concentrano i paesi a ridosso del mare e i danni sono stati maggiori. Si tratta quindi di un’ipotesi prudenziale costruita sul caso peggiore: se la convenienza economica emerge in questa situazione estrema, a maggior ragione varrà per le altre aree della costa orientale.

Le stime indicano che, includendo costruzione, manutenzione periodica e danni residui comunque inevitabili, il costo complessivo degli interventi si collocherebbe, a grandi linee, tra il 30% e il 50% dei danni che si verificherebbero in assenza di opere (vedi scheda 1 per i dettagli). In altre parole, prevenire costa molto meno che ricostruire, e il vantaggio economico crescerebbe quanto più frequenti dovessero diventare gli eventi estremi come quello osservato.

Una strategia di difesa costiera non potrà tuttavia basarsi su interventi episodici o iniziative isolate dei singoli comuni. La costa è un sistema continuo, nel quale ogni opera modifica onde e sedimenti anche nei tratti vicini; servono quindi studi preliminari condotti da specialisti e supportati da modelli di simulazione, integrati in una pianificazione unitaria su scala regionale.

Non ovunque, però, sarà necessario intervenire. Dove non esistono abitati da proteggere, come in ampi tratti tra la Plaia di Catania e il Siracusano, sarà preferibile lasciare che la natura continui a modellare liberamente la linea di costa. Nei borghi storici costruiti sulla lava, come Acitrezza o Aci Castello, le soluzioni restano comunque limitate e riguardano soprattutto interventi di adattamento urbano e protezione civile, più che grandi opere in mare. Le tre grandi città sembrano aver mostrato la giusta resilienza. Resta imprescindibile l’eliminazione di quanto realizzato abusivamente sotto costa e una maggiore prudenza nelle future autorizzazioni.

In conclusione, compreso che intervenire è conveniente anche sul piano economico, resta il problema più difficile: reperire le risorse necessarie non solo per ricostruire, ma per proteggere stabilmente il litorale. E questo dipende, in ultima analisi, dalla volontà politica di affrontare il problema in modo strutturale.

 

Scheda 1

Sebbene gli interventi a protezione della costa siano necessari a preservare un bene comune, è possibile dimostrare, anche con semplici stime, come la loro realizzazione abbia anche un significato in termini di rapporto costi benefici. Le valutazioni che seguono non hanno valore ingegneristico né pretendono di sostituire studi tecnici specialistici. Si tratta di calcoli volutamente semplificati, costruiti su dati pubblici e su ipotesi prudenziali, con il solo obiettivo di fornire un ordine di grandezza comprensibile a tutti.

Secondo le prime stime della Protezione Civile, il ciclone Harry ha causato in Sicilia circa 740 milioni di euro di danni diretti, che salgono a circa un miliardo includendo le perdite economiche delle attività produttive. E’ un dato probabilmente sottostimato ma prudenziale se considerato all’interno di una stima costi benefici.

Poiché i danni più consistenti si sono concentrati lungo la fascia ionica nord-orientale, dove i centri abitati sorgono a ridosso del mare, attribuiamo a questo tratto circa due terzi del totale danni, pari a circa 700 milioni di euro per una ricostruzione integrale “com’era”.

Per stimare il costo delle opere si può fare riferimento a interventi già realizzati lungo le coste italiane.

Sant’Alessio Siculo (ME): costo 6,3 M€ (https://www.regione.sicilia.it/la-regione-informa/sant-alessio-siculo-interventi-difesa-lungomare), con scogliera soffolta, ripristino radente, opere sul muro. Si stima tratto coperto circa 1,6 km.  Costo unitario 3,9 M€/km

Avola (SR): costo 10,8M€+2M€ +3M€ = 15 M (https://www.avolanews.it/avola-al-via-i-lavori-sulle-barriere-di-rocce-sommerse-per-proteggere-la-costa-e-per-il-ripascimento-spiagge/) per opere di difesa quali barriera soffolta e pennelli. Si stima tratto coperto circa 4,5 km. Costo unitario circa 3,4 M€/km.

Fregene (RM): costo 3,275 M€ (https://interprogetti.net/progetti/realizzazione-degli-interventi-per-la-difesa-della/) con barriera longitudinale, pennelli e ripascimento. Si stima tratto coperto circa 1 km. Costo unitario circa 3,28 M€/km.

Litorale tra Ravenna e Rimini: costo 22 M€ (https://www.mondobalneare.com/nuovo-ripascimento-da-22-milioni-di-euro-sulla-costa-romagnola/) per solo ripascimento. Tratto coperto 15 km.  Costo unitario circa 1,5 M€/km.

Dai dati sopra esposti stimiamo in maniera prudenziale che la costruzione di difese costiere comporti un costo di circa 5,5 M€/km, di cui :

  • 4 M€/km di barriera soffolta e barriere radenti
  • 1,5 M€/km per il ripascimento

Il tratto da Scaletta sino a Letojanni è lungo circa 27 km, con case sul lungomare per una ventina di chilometri. Dovendo proteggere solo i tratti urbanizzati il costo approssimativo per la creazione di opere di contenimento risulterebbe essere 20 x 5,5 = circa 110 M€.

Bisogna considerare che le opere di contenimento necessitano di manutenzione e ripristino continuo per un importo annuale che possiamo considerare prudenzialmente pari al 3% del costo iniziale (scheda 2), quindi circa 3,3 M€/anno per un importo complessivo di

  • 33 M€ in dieci anni
  • 165 M€ in cinquant’anni

Nessuna difesa elimina completamente i danni; nel caso di Sant’Alessio, pur in presenza di barriere, si sono danneggiati circa 200 metri di strada su due chilometri di costa, pari a circa il 10% della lunghezza. Poiché nel resto del litorale i danni hanno riguardato quasi esclusivamente le strade costiere, si può assumere, in modo semplificato ma plausibile, che il danno economico sia proporzionale alla lunghezza delle infrastrutture compromesse.

A fronte di un danno di soli costi diretti pari a 740 M€*2/3 = 494 M€ per l’intero tratto di circa 20 km, su un km il danno è stato di 494/20 = 24,7 M€/km. Su Sant’Alessio ha ceduto solo il 10 % di strada litoranea (200 metri in due km) con un danno di 24,7/10 = 2,47 M€/km di costa protetta.  Proiettando questo dato su 20 km, il danno su una costa tutta protetta, risulterebbe pari a 2,47*20 = 49,4 M€, approssimabile a 50 M€

Non è possibile assegnare oggi un tempo di ritorno certo a un evento estremo come Harry. Per questo il confronto costi–benefici va costruito per scenari (ad esempio 50, 25 e 10 anni).

Se l’evento si ripetesse ogni 10 anni, il costo complessivo sarebbe:

  • opere: 110 M€
  • manutenzione: 33 M€
  • danno residuo: 50 M€ ➡ Totale ≈ 190 M€, contro circa 700 M€ di danni senza protezioni.

Per un tempo di ritorno di 50 anni, avremo in analogia 110 + 165 + 50 = 325 M comunque inferiore al costo di ricostruzione integrale.

Questi calcoli sembrano indicare, molto a grandi linee, che il costo delle difese si collocherebbe tra il 30% e il 50% dei danni evitati. Si tratta ovviamente di stime indicative, costruite con ipotesi semplificate, ma sufficienti a mostrare che intervenire preventivamente può risultare economicamente conveniente, tanto più quanto più frequenti dovessero diventare eventi estremi come quello osservato.

SCHEDA 2

Non è facile reperire studi che indichino in modo univoco il costo della manutenzione delle opere di difesa litoranea espresso come percentuale del costo di realizzazione. Ciò dipende da due fattori principali: la mancanza di documentazioni sistematiche e comparabili nel lungo periodo e la forte variabilità dei costi in funzione delle condizioni ambientali e delle scelte progettuali.

Per orientare comunque una stima prudenziale è stato svolto un confronto tra diverse fonti informative, incluse piattaforme di ricerca assistita come ChatGPT e i sistemi di intelligenza artificiale di Google, utilizzati in questo caso non come fonti tecniche ma come strumenti di aggregazione della letteratura disponibile.

Le indicazioni risultano concordi: nella pianificazione delle opere costiere i costi annuali di manutenzione vengono generalmente stimati in un intervallo indicativo compreso tra circa l’1% e il 5% del costo iniziale, con valori più frequenti tra l’1% e il 3% annuo. In tali percentuali rientrano attività di monitoraggio, riposizionamento dei massi, piccoli ripascimenti e ripristini dopo mareggiate.

Nell’ambito di questa stima divulgativa si è quindi cercato di verificare se fosse plausibile che, su un arco temporale lungo, ad esempio cinquant’anni, il costo cumulato della manutenzione potesse superare quello iniziale di realizzazione, come indicato in via generale dalla letteratura tecnica. Alla luce delle indicazioni sopra richiamate è apparso effettivamente congruo assumere un valore medio del 3% annuo, che ha condotto, su periodi pluridecennali, a costi complessivi di manutenzione pari o superiori all’investimento iniziale, confermando così la ragionevolezza dell’ipotesi adottata.

Ne deriva che la difesa costiera non può essere considerata un intervento “una tantum”, ma un processo continuo di gestione nel tempo.

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