“Ripitiari” è un verbo siciliano (da cui il sostantivo “repitu”) che rimanda alle antiche prefiche, alle lamentazioni, alle laudationes funebres.
Aurora Miriam Scala, con il monologo “Itria”, prodotto da Bottega del pane Young e rappresentato presso il Teatro Garibaldi di Avola con un consenso unanime di pubblico e critica, anche per le scuole, ha creato una sorta di repitu contemporaneo per riportare alla ribalta – ci si passi la metafora teatrale, qui calzante – i famosi fatti di Avola del dicembre 1968, grazie ai quali è stato possibile continuare e portare avanti il cammino delle lotte sindacali per le rivendicazioni dei diritti operai che poi condussero allo statuto dei l
avoratori (legge 300 del 1970). Ricordiamo, per la ricostruzione e la memoria storica, il meritorio lavoro di Sebastiano Burgaretta “I fatti di Avola” (oltre al suo “Repitu per il due dicembre”) e il recital di Carlo Muratori e Filippo Arriva, per la regia di Walter Manfrè, in occasione dei quarant’anni della strage.
Intensa, trasformista sulla scena – interpreta infatti tutti i personaggi del dramma, dalla moglie di Giuseppe Scibilia, Itria appunto, agli stessi braccianti –, performer convincente, emozionante ed emozionata, specie alla prima, alla presenza dei discendenti della famiglia Scibilia, Aurora Miriam Scala contrappunta la propria voce impastata di italiano e dialetto avolese, dalla resa mimetica straordinaria, a quelle fuori campo (Cinzia Maccagnano, Andrea Maiorca, Valerio Puppo, Alessandro Romano, Corrado Scala, Giuseppe Vignieri), alle musiche degli anni Sessanta – quelle del miracolo economico, che si contrappone alla vessazione di contadini e operai che quel miracolo l’hanno conquistato con il sangue.
“La Civetta di Minerva” l’ha intervistata per voi.
Come è nata l’idea di scrivere un testo sui fatti di Avola?
Mi è stato chiesto di scrivere un monologo per l’antologia “Nell’Anima della Scena”, curata da Vicky Di Quattro e Fulvia Toscano. Nove teatri siciliani sono stati abbinati ad altrettanti giovani drammaturghi e sono stata scelta per rappresentare quello di Avola.
Decido così di scrivere un testo sui fatti di Avola del 1968: questa storia mi è stata tramandata da mio nonno, il quale all’epoca ha vissuto a pieno la vicenda di questi braccianti che si sono battuti per i loro diritti. Questa storia mi ha sempre molto colpito e, con l’antologia “Nell’Anima della Scena”, ho trovato la giusta occasione per poterne parlare.
Descrivi ai nostri lettori il tuo metodo di lavoro: come hai raccolto il materiale per il testo? Come lo hai rielaborato e assemblato?
Ho raccolto il materiale per scrivere il mio monologo, intervistando Paola Scibilia, figlia del signor Scibilia e della signora Itria e il prof. Sebastiano Burgaretta, poeta, giornalista e saggista avolese, l’unico che si è occupato di trascrivere un testo su questa vicenda .
Dopo aver messo insieme questo materiale raccolto, l’ho poi rielaborato a modo mio, cercando di raccontare questa storia da due punti di vista: privato e pubblico. Racconto, infatti, la vita privata di questa famiglia, attraverso gli occhi di Itria, che è la protagonista del mio monologo, con la vita dei due coniugi, che si fidanzano, si sposano e creano una famiglia. Questa vicenda familiare si va poi a intersecare con la vicenda pubblica, sociale e civile, ovvero con la rivolta dei braccianti e lo sciopero dei dieci giorni. E l’undicesimo giorno, il 2 dicembre del 1968, la celere irrompe sulla statale 115 e uccide alcuni braccianti, fra i quali il signor Giuseppe Scibilia.
Ho cercato di rielaborare le fonti storiche e le vicende familiari narratemi dalla signora Paola, creando un racconto che fosse, al tempo stesso, una storia di vita privata e una storia di vita pubblica.
Una vicenda di Stato che irrompe nella vita privata di una famiglia e la distrugge.
La musica è perfettamente aderente all’epoca e davvero evocativa, così come i costumi e la scenografia: il lavoro di regia su cosa si è concentrato?
Il lavoro di regia è strettamente legato alla drammaturgia essendo io stessa regista e drammaturga di questo spettacolo. Mentre scrivo, automaticamente già immagino la regia. Ad esempio, ho immaginato, sin da subito questo gigantesco velo da sposa che pervade la scena, che non è soltanto il simbolo del matrimonio, ma rappresenta anche una grande rete che avvolge Itria, la sua famiglia e la società.
Quel velo, quindi, ha tante funzioni e significati. Un simbolo che accoglie, ma che può anche stritolare al tempo stesso.
Per quanto riguarda le scelte musicali, ho immaginato le canzoni che potevano ascoltare a casa della famiglia Scibilia. “Una zebra a pois” di Mina è la colonna sonora di quando la signora Itria fa le pulizie a casa e poi la canzone “Sentimento” di Patty Pravo, che ha una frase molto significativa: “Come un giorno di sole fa dire a dicembre l’estate è già qui” e il signor Scibilia muore il 2 dicembre.
Questa canzone, poi, ha un altro passaggio molto commovente: “Al di là delle stelle chissà cosa c’è, forse un mondo diverso per chi non ha avuto mai niente in questo mondo qui. Al di là delle stelle lo avrai”. E, secondo la mia visione, riguarda la condizione che hanno vissuto Giuseppe e Itria in questa vita, quasi che non meritassero la felicità e la dignità, ma che queste gli possano essere restituite al di là delle stelle appunto.
Il testo ha ricevuto diversi riconoscimenti ed è stato apprezzato perfino in Svizzera: quali saranno le prossime tappe di “Itria”?
Questo testo, quando nella sua prima versione nella forma di “corto teatrale” ha partecipato a numerosi bandi, aggiudicandosene diversi in tutta Italia: Migliore Drammaturgia e Menzione della stampa al Festival Teatri-Riflessi (CT), migliore Spettacolo a “I Corti della Formica” (NA), Primo Premio al Festival Ethnos Generazioni (NA), Migliore Spettacolo e Premio Giuria Giovani al Doit Festival (RM).
Ho avuto questo ulteriore riconoscimento con la Fondazione Claudia Lombardi per il Teatro di Lugano che ha permesso allo spettacolo di crescere e non essere più un corto teatrale.
Questa esperienza mi ha dato grande soddisfazione, anche perché il Svizzera hanno capito il dialetto siciliano!
Le prossime tappe di Itria saranno il 24 marzo al Teatro di Donnafugata a Ragusa Ibla e il 21 aprile al Teatro De Curtis di Serradifalco (CL) e adesso stiamo lavorando sulla distribuzione in Sicilia e in tutta Italia.
Sei un’attrice dalla formazione classica, ma molto versatile… quali sono i tuoi progetti futuri?
Pur avendo una formazione classica, sono molto versatile. A breve andrò a Siracusa per partecipare al 58esimo Ciclo di Rappresentazioni Classiche della Fondazione INDA e farò parte della Medea del regista Federico Tiezzi, con il ruolo di corifea.
Nei miei progetti futuri c’è sicuramente quello di voler continuare a raccontare la femminilità e le donne, ma non escludo anche il coinvolgimento di attori uomini nel mio prossimo lavoro.
Mi piacerebbe, inoltre, approfondire le figure delle donne partigiane: l’ho già fatto in passato in uno spettacolo che si chiama “Sempre libera”. Questo argomento mi interessa parecchio e non escludo di voler sviluppare un personaggio dell’epoca.

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