L’ISTITUTO TECNICO A. RIZZA, LE SUGGESTIONI DI UN EX ALUNNO

Leggere la storia del “Rizza”, dei suoi primi 50 anni di vita (dal 1886, anno in cui si manifesta per la prima volta la volontà di fondare nella nostra città un Istituto Tecnico, sino al 1935, anno in cui viene inaugurato quel Palazzo degli Studi, ove ancor oggi esso ha sede) e leggerla nelle pagine frutto dello studio attento che a questa ricostruzione ha dedicato Renata Russo Drago è per me un’occasione imperdibile, come lo è per tutti coloro che hanno frequentato questo Istituto ed hanno seguito le lezioni di Lingua e letteratura italiana della professoressa Russo.

Ma l’interesse per queste pagine, dopo averne ultimata la lettura, trova nuove ragioni a cui affidarsi. Questo saggio ci presenta, infatti, uno spaccato della storia della nostra città, inserita nel più ampio contesto della storia nazionale, filtrata attraverso le vicende di un istituto scolastico, negli anni postunitari dello Stato liberale sino all’affermazione del fascismo.

Il lettore viene così catapultato, attraverso la lettura dei documenti disponibili, nel clima storico di quegli anni, e vi trova confermato il legame profondo che esiste tra storia locale e storia generale, tra “microstoria” e “macrostoria”. Le vicende che riguardano la fondazione, prima, e il consolidamento, poi, dell’Istituto Tecnico “Alessandro Rizza” nel sistema dell’istruzione pubblica, che in quegli anni si costruisce faticosamente anche nella nostra città, ci mostrano il volto della Siracusa di allora, con le sue attività economiche, la sua stratificazione sociale e le sue tensioni politiche; e in quel volto di allora non tardiamo a riconoscere anche alcuni lineamenti del volto che ha oggi la città, pur nella sua differente fisionomia. Vi è inoltre un tratto di continuità col passato che in un certo senso sorprende: ed è scoprire come le forme di ribellismo giovanile, i rapporti tra alunni ed insegnanti, (come anche quelli tra genitori ed insegnanti) davano vita allora a dinamiche non molto diverse da quelle attuali; più vicine di quanto saremmo indotti a supporre, considerata la distanza che ci separa da quel tempo.

Ma questa breve nota, affidata ad un ex alunno, esula dal momento storico ricostruito nelle pagine del saggio e tenta di riallacciare alcuni fili della memoria ancora viva, di ciò che è stato l’aver frequentato, da studente, l’Istituto per Ragionieri “Alessandro Rizza” negli Settanta del Novecento. Per me questo è un tuffo nel passato.

Ogni giorno il Palazzo degli Studi di viale Armando Diaz, a Siracusa, spalanca i suoi due coriacei portoni d’ingresso a studenti ed insegnanti che, al suono della campana, sciamano per i suoi lunghi corridoi e riempiono le aule ove trascorreranno un’ennesima giornata di studio e di lavoro. Sono due i portoni d’ingresso perché due sono gli Istituti scolastici che vi hanno sede, rivolti uno a est e l’altro a ovest; posti a debita distanza.

In quelle aule diverse generazioni di giovani hanno trascorso gli anni dell’adolescenza; gli anni in cui ci si prepara a varcare quella “linea d’ombra” che separa ogni ragazzo e ogni ragazza dalla vita adulta, dal mondo del lavoro e dalle responsabilità, dal concreto impatto con la realtà e con la sua spesso disarmante crudezza. Ma in quel momento, dentro quelle aule, tutto questo è ancora di là da venire; tutto deve ancora accadere; tutto può ancora accadere. Sono anni decisivi. Indimenticabili.

Era l’inizio degli anni ’70 quando anch’io varcai quel portone (lato ovest), diretto all’aula della classe prima, sez. A dell’Istituto “Rizza”, con tutta l’emozione e l’insicurezza che da sempre (e per sempre) accompagnano quel momento. Ma non è in chiave nostalgica che vorrei adesso rievocare quel tempo: la nostalgia è sempre lì, in agguato, quando a distanza di molti anni si guarda al passato, alla propria giovinezza. Il rischio è quello di restituirne un quadro edulcorato, a colori smaglianti, che nascondono il grigiore che in ogni tempo colora le vite.

Gli anni ’70 non sono stati anni facili. Vi si respirava a volte un’aria pesante che, come una cappa di smog, finiva con l’intossicare le esistenze individuali. L’ampliamento dei diritti sociali e del lavoro, l’emancipazione femminile non furono il frutto spontaneo di un processo naturale, ma la conquista faticosa, sorta dal conflitto tra forze contrapposte.

Le proteste giovanili, le manifestazioni studentesche, le rivendicazioni operaie, l’incubo del terrorismo, la prima grave crisi petrolifera e le domeniche dell’austerity riempivano le strade di grida e di speranze o le svuotavano repentinamente al suono di sirene che lanciavano allarmi. In qualche modo anche noi, ragazzi di allora, giocavamo con questa paura e spudoratamente cercavamo di trarne vantaggio: accadeva così, qualche volta, che venisse diramato l’improvviso ma non inatteso ordine di evacuare l’edificio scolastico, perché una telefonata anonima annunciava il pericolo di una “bomba”, pronta ad esplodere proprio pochi attimi prima di qualche interrogazione non gradita: era anche questo il modo scanzonato in cui inserivamo la storia del Paese nelle nostre piccole vite.

Ma eravamo anche in grado di partecipare convintamente alle trasformazioni in atto; credemmo davvero, allora, che i decreti delegati entrati in vigore nel 1974 potessero costituire uno strumento efficace di partecipazione democratica alla vita della scuola. Mettemmo per la prima volta entro un’urna un foglietto con i nomi dei nostri compagni di scuola che ci avrebbero rappresentato negli organi collegiali. Sentivamo che la scuola ci apparteneva.

Erano gli anni dell’eskimo e dei tascapane militari, che usavamo come cartelle per i nostri quaderni e i nostri libri di testo. Per ritrovare, in parte, il sapore di quel tempo bisogna forse riascoltare i brani dei nostri amati cantautori, vera colonna sonora degli anni Settanta, magari ricantando a squarciagola quel “Compagno di scuola” di Antonello Venditti che chiedeva a ciascuno di noi: “Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”.

Desideravamo davvero che la nostra vita fosse diversa da quella che i nostri genitori e i nostri insegnanti avevano vissuto e che appariva ai nostri occhi piena di contraddizioni e di formalismi.

Era questo il bagaglio che portavamo con noi a scuola. Di certo, al di là degli esiti, possiamo dire che in quelle aule la nostra vita si è aperta al mondo. Lì, in qualche modo, ciascuno di noi si è riconosciuto o, perlomeno, ha cominciato a interrogarsi su se stesso, sul proprio rapporto con gli altri, sul posto che avrebbe voluto avere nella vita comune. Per questo, ogni volta che adesso ci capita di ripassare davanti a quel portone, sentiamo che oltre quella soglia c’è qualcosa che ci riguarda.

Francesco Ortisi

(sezione A del “Rizza” dall’a.s.1972/73 all’a.s.1976/77)

 

 

 

 

 

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