Angelica archangelica L.

È una pianta erbacea aromatica biennale originaria dell’Eurasia che fa parte della grande famiglia delle Apiaceae (Umbelliferae), è coltivata a scopo commerciale principalmente in Italia, Germania, Finlandia e Ungheria. L’olio essenziale estratto dalle radici essiccate viene utilizzato nelle formulazioni aromatiche per bevande alcoliche, come vermouth, gin, amari e liquori di tipo chartreuse. A scopo terapeutico l’olio essenziale della radice viene utilizzato nei disturbi gastrointestinali come carminativo e per le sue azioni antispasmodiche, depurative, diaforetiche, digestive, diuretiche, espettoranti, febbrifughe, nervine, stimolanti, gastriche e toniche. L’odore dell’olio, alquanto singolare, è caldo, aromatico, con una nota di testa speziata e un piacevole aroma muschiato. Negli ultimi anni sono stati testati alcuni oli essenziali di piante appartenenti alla famiglia delle Apiaceae e spesso usati le loro attività antimicrobiche e antivirali.

L’angelica, principalmente la radice, essendo una pianta molto comune, è stata utilizzata nelle medicine tradizionali di molte culture in tutto il globo. La sua potenza curativa risiede indubbiamente nella parte aromatica composta dall’olio essenziale.

A tal proposito è doveroso citare “L’arte di ricettare secondo le regole della chimica-farmaceutica” di Johann Bartholomaus Trommsdorff (1803) la quale riporta: “La sua virtù risiede in gran parte nei principi volatili delle sue parti componenti. Ecco perché non si fa bollire questa sostanza con l’acqua, ma si mette soltanto in infusione nell’acqua bollente in vasi chiusi, in cui si unisce colle decozioni calde di già preparate. Una mezz’oncia di radice con otto once di acqua bastano per estrar le particelle più efficaci. Il vino ne estrae ancor meglio i principi, anche a freddo; ma un’oncia di radice richiede almeno dodici once di vino, se si voglia saturarlo”.

Mattioli, uno dei medici e scienziati medievali più esperti e colti, ci lascia la sua testimonianza. Secondo la farmacologia del tempo, è Calda e Secca nel terzo grado: “aperitiva, disseccativa, risolutiva. Vale unicamente contro i veleni. Giova mangiandosi a preservarsi dalla peste: conferisce agli umori flemmatici e viscosi, …guarisce la tosse, che si prende per freddo e fa sputare gli humori grossi del petto… fa ritornare l’appetito…la radice masticata e messa nella concavità de i denti mitiga il dolore e fa così buon fiato… occulta l’odore dell’aglio e il puzzore della bocca… fortifica mangiato lo stomaco”. Del decotto, in acqua o vino, egli vanta proprietà curative nelle ulcere interne addirittura sembra avere una azione coagulativa. Altrettando scrive Castore Durante, aggiungendo che la polvere è utile “ai dolori del corpo cagionati per freddo … alla difficultà dell’orina”.

Nella grande maggioranza dei testi la pianta è citata tra i rimedi alessifarmaci e diaforetici.

La proprietà diaforetica nel XVIII sec. acquisisce un determinato successo che si può constatare dalla presenza della radice tra i preparati sudoriferi del tempo; nei testi di questo periodo si evidenzia sovente l’utilizzo alimentare dei fusti, crudi, cotti e in varie preparazioni: “Persino Linneo mangiava li steli crudi mondati di corteccia senza dispiacere”, riporta V. Petagna. Altrettanto si evidenzia nel “Dizionario delle droghe semplici” di Nicolas lemery (1721).

Alcuni autori, tra cui Withering (1776), evidenziano quanto quella selvatica (quindi non l’Angelica archangelica, ma la A. sylvestris) sia più potente. Nella “Nuova Farmacopea Universale” di R. James (1758), sia i semi e sia le radici sono in maniera particolare “risolventi, e stimolanti; e per conseguenza anche sudorifici, alessifarmaci, e atti ad espellere il veleno pestilenziale, per via di sudore”; ma è la radice, conferma, la parte della pianta ad essere più potente. Oltre al resto, anche lui sottolinea che “la infusione o la decozione leggiera di questa vale contro il fiato puzzolente”, oltre che “masticata la radice”; altresì viene asserita utile nelle “tossi, prodotte dal freddo, o da materia viscosa, perché rende la respirazione più facile, e più libera”. Di notevole importanza è stata la sua formula carminativa: “una dramma di polvere di radice essiccata con vino, utile anche alle febbri intermittenti”. Notevole effetto stimolante e diaforetico ha l’acqua distillata delle radici o dei semi. Nei decenni successivi quanto scritto da James si ripercuote in molti testi a testimoniare la sua importanza, come in “Elementi di farmacia teorica e pratica” di Antoine Baumé (1780) dove, oltre al resto, viene riportata una ricetta molto interessante chiamata “balsamo del commendatore”, utilizzata come vulnerario e come stomachico e diaforetico. La complessità dell’azione fa di questa pianta un elemento importante nelle erboristerie, soprattutto per l’influenza positiva nel tratto intestinale.

 

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