CERTAMEN 1246, il gioco letterario di Giovanni Casella Piazza

Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero? L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa…

 

Giuliano Aielli, notaro, è inviato dal patriarca di Aquileia, il cardinale Gregorio da Montelongo, con due missioni: la prima, di consegnargli un malloppo di vecchie carte e dispacci; e la seconda, di chiedergli di accogliere, per qualche mese, Zirìolo de la Mora, uno studente allo Studium di Bologna.

Questo il colpo di dadi che avvia il gioco letterario di Giovanni Casella Piazza, “Certamen 1246” (Besa Editrice).

Monasteri, delitti, misteri ed è subito Eco. Alla prima impressione, perché questo romanzo è un mix di generi e registri linguistici al fine di regalare al lettore non solo una ricostruzione di alcuni anni del convulso intensissimo regno, anzi impero, di Federico II di Svevia, lo stupor mundi – poliglotta, esperto di arti e lettere, di musica e filosofia, poeta egli stesso e autore di un trattato sulla caccia col falcone, ricco di simbologie relative alla funzione stessa del potere temporale e quindi della propria stessa figura –, delle lotte tra guelfi e ghibellini, impero e papato, della nascita dei liberi Comuni, del ruolo dei monasteri, delle corporazioni, della diplomazia, ma è anche e soprattutto un romanzo d’avventura, con tratti di picaresco, un romanzo d’amore – le storie parallele di Veronica e della Manna, dell’abate e del giovane Zirìolo sono uno dei teaser della narrazione –, un romanzo nel tentativo di restituire un Medioevo che è storico e immaginario insieme.

I dialetti e un Italiano che l’autore ha tentato di inventare per conferire una patina d’antico alla propria fantasia letteraria, il “latinorum” di manzoniana memoria, gli arcaismi, l’alternarsi di toni elevati e popolareggianti, l’affacciarsi dei documenti e delle fonti storiche a puntellare l’invenzione: ecco la lingua di questo libro, che con la sua corposità si presta molto bene a riempire di pagine la nostra quarantena letteraria.

Si alternano dialoghi, descrizioni e riflessioni, come ad esempio questa, applicabile al 1246 della fabula e al 2020 del lettore: “È proprio vero che li conflitti tra i potentissimi de la tera colpiscono fatalmente prima de ogni altro li homini humili et deboli, seminando pianto”.

Non mancano gli accenni alla Sicilia di Federico II, che vi fondò la scuola poetica, culla di arte e lingua raffinatissime, modello per gli epigoni toscani: “il ricordo dello scirocco, che in Sicilia soffia per giorni e giorni, immergendo il paesaggio, gli animali e gli uomini in un placido sonno”; “L’arsa terra tra il cielo e il mare. Le note melanconiche dello oud e i gorgheggi del mizar. Il profumo della ginestra e del mandorlo”; “[…] c’era un ambiente perfetto per alimentare allegria e bellezza. La natura, il clima aiutano tanto” e ai siciliani, “riconoscibili dall’inventiva e sussultante parlata”, al “fasto” nelle “regge di Sicilia”, a Palermo, a Girgenti e ai loro capolavori (e invitiamo l’autore a visitare i luoghi che tanto hanno influito nella formazione del piccolo Federico e che aiutano a comprenderne il disegno di grandezza e bellezza).

E ancora: “[…] assistevano al travalio de l’historia quando s’apressa a generar un novo evo, poi ch’è vero ch’ogni venente evo resiste fieramente a lo nascente. Et ciò non è sin dolore, perché con essa moiono li homini a esso partenuti et le lor idee. Per questo criterio par saggio affirmare ch’ogni cambiamento saporisce il tempo passato, ma sopra tuto exalta il presente, sì come è per causa de’ mutamenti che percepiamo de viver un novo evo, poi che lo saporiamo diferente de lo trascurso et per tal razone ci può parer più dulce o ancho più amaro. In razon de ciò il mutar dà a noi la perceptione de nostra exsistentia”.

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