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“Ora quello di cui parlare non è più il problema dei migranti; ora è il coronavirus, e questo riguarda tutti, migranti e europei”
Casa Aylan è una struttura di secondo livello per minori stranieri non accompagnati che dal 2015 ospita dieci minori. L’ente gestore è la Cooperativa Passwork, in convenzione con il Comune di Canicattini (dove la struttura ha sede). Abbiamo chiesto ad Andrea Baffo, responsabile della struttura di raccontarci, assieme ad alcuni ospiti ed operatori, come stanno trascorrendo la quarantena:
“A Marzo scorso anche Casa Aylan con i suoi ospiti e l’équipe multidisciplinare che ci lavora, è stata travolta dall’emergenza coronavirus, dalla quarantena, dall’isolamento sociale e da tutte le altre parole correlate a questo periodo e che prima quasi si sconoscevano”
Che tipo di difficoltà hanno riscontrato i ragazzi?
La preoccupazione degli operatori è stata da subito legata alla consapevolezza della difficoltà di far rispettare il distanziamento sociale e, ancor più, la regola del rimanere a casa per dieci adolescenti abituati ad uscire tutte le mattine per andare a scuola e poi all’allenamento e poi in giro con i compagni; insomma, immaginatevi una famiglia dove invece di esserci uno o due adolescenti, ce ne sono dieci tutti insieme.Invece i ragazzi ci hanno sorpreso ancora una volta. È bastato spiegargli cosa stava succedendo per vedere il loro senso di adattamento mettersi in moto. Non è facile per nessuno è chiaro, ma gli ospiti di Casa Aylan sono stati molto più rapidi di noi operatori a trovare le giuste misure, a cambiare i ritmi della giornata e adattarli con quello che man mano veniva richiesto: la sospensione delle attività didattiche, degli allenamenti, dei tirocini formativi, delle uscite con gli amici, e delle partitelle in piazzetta. Mentre ancora noi operatori eravamo confusi, appesi all’illusione che tutto sarebbe finito presto, i ragazzi non hanno mai trasgredito al divieto di uscire da casa e hanno preso a riorganizzare la propria quotidianità con invidiabile spirito di fiducia
Sentiamo Ahmed, uno degli ospiti:
“Va tutto bene, certo è difficile ma non possiamo lamentarci, non c’è altra scelta che stare dentro, è una cosa obbligatoria, ma per ora è l’unica cosa da fare. Mi mancano gli amici, i compagni di classe, ma meno male che ci vediamo con le videochat della scuola, e poi anche dopo l’orario scolastico. Per fortuna c’è internet e possiamo sentirci e vederci ogni volta che vogliamo”.
Alessia Uccello, una delle educatrici di Casa Aylan:
“Mentre noi operatori ci impegnamo facendo turni più lunghi, rimanendo in prima linea per cercare di alleviare il peso di queste giornate che per i nostri ragazzi sono lente e interminabili, piene di incertezze, loro, i ragazzi, si sono auto organizzati e le giornate trascorrono tra videolezioni,compiti, allenamenti, svariati momenti ludici e momenti di preghiera… ma in piena condivisione. Proprio quando è stato richiesto di isolarsi, pur nel rispetto delle disposzioni, gli ospiti di Casa Aylan, si sono riscoperti “gruppo”.
Gibi, un altro ospite di Casa Aylanci dice che ha sentito la sua famiglia in Mali, che stanno bene ed è contento: Certo ora siamo stanchi, non è normale restare a casa per tutto questo tempo, ma noi dobbiamo aspettare che ci sia un momento migliore per uscire, per ora è pericoloso e fanno le multe (ride).
Francesco Dato, un altro educatore, ha scoperto, grazie al contatto con i ragazzi, come trovare forza e speranza per affrontare momenti così difficili ed intensi:
“La cosa che trovo più straordinaria del lavoro in comunità è che sebbene sia indiscutibilmente un lavoro del dare, finisci per portarti a casa molto di più. Anche in questa occasione i giovani ospiti della comunità con cui lavoro mi hanno restituito tanto. Straordinario è il senso di sopportazione delle limitazioni imposte, la loro incondizionata fiducia in Dio, e nelle istituzioni di questo paese che li accoglie e a cui loro vogliono bene, impegnati a tutti i livelli nella risoluzione di questa emergenza, la loro innata capacità di adattamento e la positività che traspare in ogni loro gesto sono per me da stimolo per poter dare ancora, ancora e sempre di più”.
Andrea Baffo: Tutti gli operatori delle strutture socio assistenziali, anche se non sanitari, sono professionisti che sono rimasti al lavoro per continuare a dare dignità e servizi agli ospiti delle strutture. Molte volte lo hanno fatto e continuano a farlo con umiltà consapevoli che non si finisce mai di imparare, di crescere di “dare” e di ” prendere”, sempre pronti a riconoscere l’imporatanza dell’altro per costruire relazioni e luoghi migliori.
Sabrina Infanti, psicologa in diversi progetti della coop. Passwork, scrive una lettera a nome di tutta l’equipe di un progetto di accoglienza diffusa, per dimostrare la vicinanza degli operatori a tutti gli ospiti:
“È un momento di forte cambiamento, una rivoluzione nelle nostre vite, una circostanza che ci richiede di mettere in campo tutta nostra adattabilità, verso cose nuove e impreviste, lontane dalla nostra routine, forse completamente diverse da quello che ci potevamo mai aspettare…beh! Allora forse potreste essere voi i nostri maestri, voi con le vostre esperienze migranti, di vite in movimento, ci avete insegnato giorno per giorno che la vita ricomincia sempre, che essere flessibili e adattarsi è un grande sforzo, ma possibile. Forse questo momentaccio può aiutarci ad accorciare le distanze tra le nostre vite. Le vite di persone, che siano operatori o beneficiari, costrette a vivere l’emergenza coronavirus in strutture di accoglienza, riscoprendo giorno dopo giorno che la vita è più forte di un viaggio, di una migrazione, di un abbandono, figuriamoci di un virus”.
B., ospite di un progetto di accoglienza per donne con vulnerabilità, sempre a Canicattini Bagni, è convinta che aver affrontato un così lungo viaggio le tornerà utile per affrontare una ripartenza verso una nuova normalità. Sente che la distanza tra lei e gli italiani si è accorciata:
“Ora la tragedia, quello di cui parlare non è più il problema dei migranti, ora è il coronavirus, e questo riguarda tutti, migranti e europei”.
Andrea Baffo: “Omar, ospite di Casa Aylan, che ha dovuto interrompere un tirocinio in un ristorante, non vede l’ora di tornare al lavoro, ma intanto approfitta per concentrarsi nello studio per prendere la terza media, tra poco avrà gli esami ed anche se ancora non sa con che modalità dovrà affrontarli, vuole farsi comunque trovare pronto.Qualcun altro dei ragazzi giunti per primi a casa Aylan nel lontano 2015 ancora oggi è ospite della struttura, e si avvia dopo tutti questi anni insieme, ad intraprendere un percoso di autonomia che lo porterà alla vita adulta”.
Ahmed M. Sente spesso i suoi amici, quelli che ha incontrato in un’altra comunità prima di arrivare a Canicattini Bagni, ma anche quelli che ha incontrato qui e che per ora non può vedere:
“Con i compagni a casa e con gli educatori va tutto bene. Ci organizziamo per pregare, fare gli allenamenti ealtre cose. Certo le giornate sono lunghe da passare, ma speriamo che piano piano, un passo alla volta possiamo riprendere ad uscire, a incontrare qualche amico, ad andare a scuola, perché le lezioni on line non sono la stessa cosa. Sono sicuro che presto ne usciremo”.

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