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L’otto aprile – data che ricordiamo per l’inizio del viaggio dantesco oltre che per altre “coincidenze” storiche – del 1860, alle cinque del mattino, presso la Cattedrale di Siracusa, Mariannina Coffa Caruso, poetessa e patriota netina, si univa in matrimonio con il possidente ragusano Giorgio Morana.
Un evento di 160 anni fa che coincide con i moti risorgimentali e che prelude allo sbarco dei Mille e alla tormentata unificazione della penisola.
Lo studio della figura della Coffa – oltre che critico, filologico, sociologico… – permette di illuminare non solo molti aspetti del nostro secondo Romanticismo, e più in generale del secondo Ottocento (la poetessa nasce nel 1841 e nel 2021 ricorreranno quindi 170 anni dai suoi natali; muore a trentasei anni, tre mesi e sei giorni nel 1878), ma anche fatti e problemi che possiamo comparare alle questioni attuali.
Oggi la pandemia da Cov-id19 miete vittime in Italia e nel mondo e studiare il passato e le epidemie con cui hanno dovuto convivere e lottare i nostri antenati può gettare una luce sul presente.
Nel 1835 muore a Siracusa il poeta tedesco August von Platen, probabilmente di enterocolite o forse di colera; nel 1837 divampò il colera che probabilmente uccise Leopardi e che a Siracusa fece scoppiare una rivolta contro dei presunti “untori”: la città perse il ruolo di capovalle in favore della vicina e rivale Noto.
Il colera del 1854-’55 esilia Mariannina Coffa, quattordicenne enfant prodige dei salotti netini, presso il podere di famiglia in contrada Falconara: oggi diremmo che la ragazza trascorse un periodo di quarantena fra timore e tremore, non solo per via dell’epidemia ma anche a motivo dell’impegno politico del padre, legato ai liberali antiborbonici.
Il patrono di Noto, San Corrado, il cavaliere piacentino divenuto eremita, viene dalla Coffa invocato in versi perché interceda presso Dio per la cessazione dell’epidemia:
Corrado, oh no, la grazia / Non ci saprà negar. // Ei che nostra patria / Ricopre col suo manto, / Ei che rimira il popolo / Fra tante angosce e in pianto, / Ei ci vorrà protendere / La salvatrice man. // Salve, o celeste Spirito, / O nostro Protettore / Fuga l’orrenda e squallida / Paura d’ogni core / E le dolenti lacrime / Sian di contento alfin…
La poetessa ci dà notizie del colera, potremmo dire, di sbieco: l’epistolario – le lettere indirizzate non solo all’amore mancato, al maestro di pianoforte e drammaturgo Ascenzio Mauceri (di cui il 13 aprile ricorre l’anniversario della morte, avvenuta nel 1893), ma anche a parenti, amici, al precettore – ci offrono uno spaccato di storia della Sicilia ottocentesca, anche dal punto di vista delle quasi periodiche epidemie di colera (Mariannina temerà non solo il colera del 1854 ma anche le sue recrudescenze degli anni ’60, quando la poetessa è già a Ragusa). Non solo: la lotta contro il colera s’insinua nel conflitto tra liberali moderati e repubblicani democratici, spesso rivoluzionari, che oppone i medici allopatici agli omeopatici; i rimedi contro il colera e le malattie delle viti e del bestiame rendono benemeriti i medici che riescano a salvare vite umane, animali e colture. Pensiamo ad esempio a Giuseppe Migneco, cui Mariannina Coffa affiderà la propria salute: i rimedi del medico augustano saranno adottati e riceveranno pubblici encomi da Comuni e autorità.
Le epidemie di colera, lungi dall’arrestarsi, continuano per tutto il XIX e per parte del XX: per citarne una trasfigurazione letteraria nostrana, nel 1918 la compagnia di Angelo Musco mette in scena al Teatro Nazionale di Roma “’U contra”, commedia di Nino Martoglio in cui nel caratteristico quartiere catanese della Civita si scontrano “baddisti” (da “badda”, polpetta avvelenata), che credevano agli untori prezzolati dal Governo per decimare la popolazione in sovrannumero, e “culunnisti”, che credevano in una pseudoscientifica “culonna” d’aria, una corrente di Scirocco che propagava la malattia dall’Asia minore

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