Quando la mente folleggia

Una primavera assassina che ti chiama fuori, come una majara e guardi il mare e pensi agli abbracci, alle strette di mano, a tutto quello che è stato, e che sarà

 

C’è il sole, un cielo così azzurro che pare finto, una primavera assassina che ti chiama fuori, come una majara ti chiama: «Vieni, esci, guarda che fiori, guarda che prati…».

Non l’ascolti. Non si può: uscire non si può!

Insiste: «Una puntatina in centro? Una fotografia al Colosseo? Due dita nell’acqua della Fontana di Trevi? Una stropicciata al muso dei leoni di piazza del Popolo? Una corsa fino a Trinità dei Monti… No?».

No. Non si può.

La senti ridere come dovette ridere il demonio quanto Adamo mozzicò la mela che Eva gli aveva offerto, e continua, la majara, continua: «Ma quanto sei perfettissima, signora mia! E scantona una santa volta! Pare che t’inghiottisti tutte e dieci le tavole di Mosè, non ti risultano indigeste?», e ride e sfotte.

Tu – con tutte e dieci le tavole sullo stomaco, che certo ti risultano indigeste, ma la Legge è la Legge! – resisti.

«Un caffè a Sant’Eustachio?» sussurra tentatrice. «Un caffè, signuruzza… quel caffè

Stringi i denti. Resisti. Pure a quel caffè resisti!

Poi, però, all’improvviso, un odore forte, fortissimo di mare…

… e la Pazza che hai dentro si sbroglia da ogni laccio, sfrantuma tutte e dieci le tavole della Legge e l’abbraccia questa primavera sfacciata, che non è più un’adescatrice assassina ma una carusidda bellissima, bellissima, bellissima, con una gonna a corolla tutta minutamente fiorata, un corpetto verde da cui sbocciano magnifiche braccia, magnifico petto, un collo da dea che sorregge un capo da dea adeguatamente guarnito di chioma d’oro che gronda fin giù le reni, così bella che non pare cosa di questo mondo. E nel mentre ti chiedi se è visione oppure no, fantasia oppure no, miraggio oppure no, lei ti soffia in faccia. E sei già da un’altra parte.

Il mare è quello tuo, pure l’Aretusa con le papere e i papiri è quella tua (della terra tua), pure le barche pittate di rosso e celeste, pure l’Alfeo che addolcisce, con l’acqua sua di fiume, il salato del mare è quello tuo, lui che sempre spera nella tempesta che lo scavalchi oltre il muro per precipitarlo in Aretusa e finalmente confonderlo con lei, come ogni tanto d’inverno accade.

Bello sarebbe che capitasse, che giusto oggi capitasse: un soffio di bufera e il mare salta e la raggiunge la ninfa sempre ritrosa, e chissà che lei, giusto oggi, non sia felice di accoglierlo l’amore suo, fatto d’abbracci e di carezze, di parole sussurrate a filo di bocca, di bicchieri scambiati, di libri condivisi senza ostacolo di guanti e mascherine, senza il terrore di un virus che ammazza, signori, ammazza se non stiamo attenti e non ci proteggiamo, non restiamo a casa.

Bello sarebbe sì, e guardi il mare e pensi agli abbracci, alle strette di mano, a tutto quello che è stato, e che sarà.

E mentre sei persa in queste fantasie, arriva forte il vento: un soffio, uno sbuffo e il mare salta, per davvero salta, e la vedi la confusione delle acque, lo spumeggiare ebbro della fonte nel mentre le papere starnazzano, ché agli stravolgimenti amorosi non è che ci sono abituate. E ridi, e respiri, quel salmastro respiri anche se col corpo non ti sei mossa da casa, perché tu incardinata alla Legge stai, com’è giusto che sia per la salvezza di tutti.

Ma la mente… chi la può imprigionare la mente?

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