Superata l’emergenza attuale, si rivedano le norme che regolano, in situazioni eccezionali, l’esercizio dei poteri e le limitazioni dei diritti e delle libertà
Un articolo di Marco Olivetti, pubblicato il 13 marzo su “Avvenire”, molto garbatamente segnala la necessità che superata l’emergenza attuale, si rivedano le norme che regolano, in situazioni eccezionali, l’esercizio dei poteri e le limitazioni dei diritti e delle libertà, per assicurarne la coerenza con la Costituzione.
L’autore evidenzia che «quando il virus ha investito direttamente e drammaticamente alcune parti del territorio italiano, (il governo) ha adottato un decreto legge (il n. 6 del 2020), che ha individuato una serie di interventi limitativi delle libertà e di altri diritti fondamentali e ne ha rimesso l’attuazione a decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. (…) Letti assieme al decreto legge 6 del 2020, questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte, la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale, pur con una serie di meccanismi di flessibilizzazione dei divieti e delle prescrizioni che in taluni casi li riducono a mere raccomandazioni.»
Olivetti aggiunge un’interessante valutazione: «le basi costituzionali del sistema di disciplina dell’emergenza, regolato dalle norme sulla protezione civile, sono fragili. (…) Tale sistema, in particolare, è del tutto privo di una fase parlamentare nell’esame della dichiarazione dello stato di emergenza.»
Evidenzia, infine, che le norme prodotte per disciplinare l’emergenza sono dei DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri). «Questi ultimi sono sottratti a qualsiasi controllo preventivo, dato che non sono emanati dal Presidente della Repubblica (come decreti legge e regolamenti) e non sono sottoposti a conversione in legge (come i decreti legge) e quindi non sono soggetti a esame parlamentare. Il Presidente del Consiglio diventa quindi una specie di dictator, abilitato a stabilire effettivamente quali limitazioni dei diritti fondamentali possono essere adottate. Questo schema appare costituzionalmente problematico e ci si può chiedere se le esigenze di efficacia che hanno spinto a disegnarlo non possano essere soddisfatte con soluzioni procedurali più compatibili con la struttura costituzionale italiana.» Giustissimo! Condivisibile!
Per fortuna il prof. Giuseppe Conte è certamente persona moderatissima ed affidabile. Non ci sembra affatto un arrogante e baldanzoso aspirante al conferimento di pieni poteri, come qualcuno che, per nostra fortuna, si è autosilurato nella scorsa estate mentre ambiva ad una investitura personale attraverso elezioni anticipate che ha cercato di provocare con una scelta rivelatasi avventata e, per lui, controproducente. Riteniamo che Conte stia esercitando, con moderazione, con costante attenzione ai suggerimenti della comunità medica, con interesse esclusivamente rivolto alla cura della salute pubblica, il suo delicato ruolo di Presidente del Consiglio nel varare i suddetti DPCM, immediatamente esecutivi. Ma ci pare anche fondato il richiamo di Marco Olivetti alla necessità di predisporre, per l’avvenire, un quadro operativo emergenziale che possa meglio coniugare l’esigenza di legiferare urgentemente con il più assoluto rispetto della Costituzione vigente. La quale deve prevedere esplicitamente come, quando e per quanto tempo sia possibile limitare diritti e libertà costituzionalmente riconosciuti, sgombrando il campo da interpretazioni pericolose da parte di individui meno affidabili che domani possano trovarsi a gestire situazioni di emergenza.
Aggiungiamo qualcosa di più: il quadro da tracciare dovrebbe anche coniugare con la Costituzione non solo l’urgenza dei provvedimenti eccezionali ma anche la loro assoluta predominanza gerarchica (almeno in situazioni di emergenza) rispetto ad altre costituzioni regionali e a statuti comunali. Il prof. Conte ha fatto bene a sentire tutti e a cercare la massima condivisione, ma in certi casi lo sciacallaggio di certe forze politiche rischia di compromettere l’efficacia e la rapidità di misure che non possono essere sottoposte a condizionamenti di personaggi troppo legati ad interessi particolaristici e campanilistici. Per una sorta di nemesi storica i pieni poteri oggi li sta esercitando, con riconosciuta ed apprezzata moderazione, il prof. Conte e non l’arrogante e oltranzista (e sfascista) Salvini. Ma sarà opportuno che la Costituzione preveda, per il futuro, norme e procedure e limiti che ci salvaguardino da eccessi e da follie e da avventure. Conte è un personaggio che sa mediare e, successivamente, decidere; qualcuno sa solo prevaricare, non sa ascoltare le ragioni altrui ed è incline all’azzardo più scellerato.
Come Boris Johnson, che ha deciso di puntare su una strategia cinica: lasciare che il coronavirus dilaghi e che sia raggiunta l’immunità di gregge a scapito dei cittadini che ci lasceranno le penne. Rivolgendosi ai sudditi inglesi di sua maestà la regina, è arrivato a dir loro: “Abituatevi a perdere i vostri cari”. Il che significa che gli inglesi devono rassegnarsi a mettere in conto la perdita di una percentuale di persone, quale che essa sia. Inizialmente si riteneva che il coronavirus risultasse mortale solo nel 2,5% dei contagiati. Oggi, coi dati disponibili in Italia, la percentuale sembra essere salita al 6 o 7% ma probabilmente essa è meno elevata grazie al fatto che nel calcolo delle vittime rispetto ai contagiati non rientrano gli asintomatici non individuati. E ce ne saranno. Dunque la mortalità sarà in effetti più contenuta rispetto al 6% ottenibile per proporzione. Ma in ogni caso la scelta di Boris Johnson è cinica e riprovevole: essa riflette una visione crudelmente darwiniana, ahimè, troppo radicata nella mentalità iperliberista: la società sarebbe una giungla dove solo i più forti hanno il diritto naturale di sopravvivere e i più furbi quello di prosperare. Non c’è spazio per i sentimenti di solidarietà, per gli affetti, per ogni forma di amore umano. Ma “Abituatevi a perdere i vostri cari” è una frase che tradisce una altezzosità smisurata e quasi una illusione di immunità personale e di casta: solo gli altri, i sudditi a cui si rivolge devono abituarsi…? E lui? E i suoi cari? E i suoi pari-grado (ammesso che ne ammetta l’esistenza) …? Sono forse al di sopra di ogni rischio? Non ha detto: “Abituiamoci all’idea di dover perdere i nostri cari”. Anche su personaggi di tale risma forse una sorta di nemesi riuscirà a far scempio di tanta tracotanza. Questo non è un augurio. Solo una considerazione.
Noi riteniamo solo che il virus non abbia riguardi per nessuno e che il rischio del contagio possa essere notevolmente ridotto con condotte prudenziali e con la rarefazione dei contatti umani mentre la cura dei malcapitati debba essere prestata a tutti e con tutte le risorse disponibili. E che queste ultime vadano moltiplicate. Non ridotte in ossequio a diktat di coloro che pretendono di spremere il più possibile (anche con artificiosi spread) gli stati indebitati. E siamo convinti che le cure non siano da riservare (come accadrà in USA) solo ai cittadini che possano permettersi una sanità a pagamento o una assicurazione sulle spese sanitarie.
Spingendo lo sguardo più in là, dobbiamo anche aggiungere che è indispensabile affrontare, nell’anno 1 d.c. (dopo il coronavirus, cioè: a crisi superata) altre situazioni nodali.
Prima fra tutte la questione della Costituzione europea, non surrogabile da trattati che, come abbiamo visto, possono essere unilateralmente ignorati in piena crisi, ad libitum di singoli governi. Ci riferiamo al blocco della circolazione delle persone e dei mezzi di trasporto decisa unilateralmente dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz e alla analoga decisione della Slovenia, che dal 2004 fa anch’essa parte dell’Unione. Kurz ha impudentemente mentito quando ha annunciato che il suo provvedimento era stato concordato con l’Italia, mentre invece esso era stato semplicemente notificato. Le situazioni sopra riferite devono costituire motivo di riconsiderazione del valore scarsamente cogente di trattati, che non possono essere ulteriormente considerati validi surrogati di una Costituzione. Austria e Slovenia hanno fatto strame del trattato di Schengen, che stabilisce (o stabiliva?) la libera circolazione all’interno dell’UE. Si obietterà, forse, che anche all’interno dell’Italia i DPCM hanno posto limiti alla circolazione. Giusto! Ma all’interno della UE quale autorità sovrannazionale comunitaria ha assunto decisioni analoghe? E quale autorità, tra quelle esistenti, avrebbe legittimamente potuto farlo? Boh! Anche il Trattato di Maastricht non può più esercitare un ruolo di supplenza rispetto ad una Costituzione inesistente. Ed anche la necessaria Costituzione dell’Unione (se mai vi si arriverà) dovrà prevedere compiti e funzioni particolari, sia per tempi ordinari che per circostanze eccezionali.
Anche in tempi ordinari ci sono stati-membri che trasgrediscono impunemente certe norme (che sono norme comuni, per quanto cervellotiche). Terminata la guerra contro il nemico invisibile (il COVID 19), bisognerà chiedersi cosa sia mai questa Unione imperfetta che impone divieti (3%) in forza di patti di stabilità e regole di libera circolazione ai sensi di trattati (Chengen), i quali però possono essere bellamente ignorati quando a qualcuno degli stati membri faccia comodo o sembri opportuno. E bisognerà anche riflettere su ciò che accadrebbe se uno stato-membro venisse aggredito da un nemico visibile con un vero atto di guerra. Si ipotizzi, per esempio, un’azione miltare-terroristica da parte di un migliaio di fanatici dell’ISIS, introdottisi magari in Sicilia o in Grecia in incognito, mescolati ai gruppi di migranti. Ipotesi piuttosto fantasiosa ed alquanto improbabile. D’accordo! Ma cosa accadrebbe nell’Unione? Basterebbe qualche dichiarazione di solidarietà del tutto scollegata da atti concreti e coerenti? Cosa ci sta dimostrando la guerra non dichiarata ma reale contro il nemico invisibile?
Una cosa è certa: questa cosiddetta Unione Europea non ha saputo affrontare né unitariamente né solidariamente il contagio. Ha un bel dire la signora Ursula von der Leyen che gli europei si sentono tutti italiani. La ringraziamo per la sua dichiarazione di cortesia. E la consideriamo sincera. Ma le facciamo notare che lei è solo la Presidente di una Commissione che è appena una sorta di simil-governo depotenziato. Che il vero potere in Europa forse è esercitato in misura più consistente da altre istituzioni. E le ricordiamo che il Parlamento Europeo non ha neppure l’iniziativa delle leggi. E che esso è assediato perpetuamente da un esercito di lobbisti e traffichini. E che uno stato che fosse governato come l’attuale UE non sarebbe ammesso a far parte dell’Unione, paradossalmente, per carenza di democrazia. E le facciamo notare che la proposta del ministro Speranza (di costituire una centrale europea unica per gli acquisti di presidi sanitari e di apparecchiature mediche) è stata ignorata o respinta. E che l’Austria e la Slovenia hanno chiuso le frontiere a tutti gli autotrasportatori italiani in barba al trattato di Schengen. E che la cinica signora Lagarde ha dichiarato che la BCE non intende curarsi dello spread che penalizza gli interessi di qualche stato come l’Italia. E siamo più che certi che sarà ugualmente ignorata o respinta la proposta di finanziare con Eurobund il debito aggiuntivo che scaturirà dalle spese necessarie per fronteggiare il contagio e le sue conseguenze sociali ed economiche. Tale proposta figurava, giorni addietro, in un articolo del Manifesto a firma di Luigi Pandolfi. https://ilmanifesto.it/una-crisi-peggiore-del-2008-ci-vorrebbero-i-coronavirus-bond/
Riguardo al debito (che in questa circostanza crescerà inevitabilmente) l’unica solidarietà che possiamo aspettarci (forse!) è quella dei nostri concittadini e delle nostre istituzioni statali; se tutto il nostro debito pubblico fosse in mani di italiani (e la cosa è possibile poiché il nostro risparmio privato è pari circa al triplo del debito pubblico), saremmo al sicuro dalle speculazioni almeno quanto il Giappone, che pure ha un debito doppio rispetto al nostro. E non teme speculazioni a suon di spread.
Attualmente i nostri concittadini (?) europei ci consentono, graziosamente, di sforare la “regola” (fondata su una scelta arbitraria) del 3%. Anche perché, essendo la situazione eccezionale ed imprevedibile, non possono costringerci a rispettare tale norma assurda, che tuttavia ammette una deroga proprio in casi come quello attuale. Ma mettono le mani avanti: il surplus di debito che ne deriverà sarà tutto a carico nostro e ci spremeranno con interessi maggiorati a suon di spread. Lo ha detto, papale papale, la Lagarde: alla sua BCE della lotta allo spread non cale un fico secco. Altro che solidarietà da parte di altri Paesi europei! Parole! La BCE ha già fatto sapere cosa si pensi dalle parti di Francoforte per bocca della cinica Lagarde. Altro che gaffe! La signora è stata solo brutalmente sincera. O cinicamente sincera. Siamo avvisati. Ci consentono di salvarci da soli, in deroga ai limiti del patto di stabilità (poiché non possono negare l’eccezionalità del contagio pandemico), ma si apprestano a friggerci con lo spread e a spremere più lauti interessi. E noi che facciamo? Ringraziamo devotamente per le belle parole (della signora Ursula) e ce ne stiamo buoni? Che faremo a partire dall’anno 1 d.c. (dopo il coronavirus)? Forse abbiamo molto da fare anche e soprattutto in Europa. Ma non solo in Europa.
Non posiamo infatti ignorare la campagna offensiva e denigratoria nei confronti dell’attuale governo condotta ininterrottamente dai giornalacci della destra (Libero, Il giornale e La verità). Noi siamo per la libertà di stampa e la difenderemo sempre, ma non per questo esiteremo ad esprimere i nostri severi giudizi su organi di stampa che stanno esercitando un continuo sciacallaggio anche in momenti in cui sarebbe necessaria non certo una unanimità di vedute ma solo una piccola dose di moderazione critica verso chi esercita (non certo in modo dittatoriale) un compito di obiettiva difficoltà. Né possiamo ignorare lo scollamento di Regioni riottose alla gestione nazionale dell’emergenza. La Lombardia sta dimostrando di voler far da sé. Incurante delle ragioni di chi, da Roma, deve provvedere ad assicurare a tutte le Regioni presidi sanitari adeguati e posti-letto in reparti di terapia intensiva. Come nell’UE, anche all’interno dell’Italia ci sembra che in alcuni governatori e in qualche forza politica prevalga la tentazione di affermare il principio: “prima noi e gli altri si arrangino”. Se prevarrà questa logica, forse il coronavirus, oltre ad aver mietuto numerose vittime, avrà anche distrutto ogni base di solidarietà nazionale oltre che comunitaria. Vale la pena di impegnarsi, oggi, affinché questi sciagurati effetti siano evitati. Ma se prevarrà la stoltezza e la disunione, domani non potremo far finta di niente. O saranno sconfitte le forze virali, o sarà sconfitta l’unità nazionale e la prospettiva del consolidamento e della razionalizzazione della più estesa Unione Europea.
Questo virus si sta dimostrando perfidamente ambivalente: dilaga in un mondo ormai quasi senza frontiere economiche e induce l’umanità a ripristinare confini, barriere e distanze interpersonali; richiede un efficace contrasto basato sulla collaborazione, sul congiungimento degli sforzi di ricerca, sulla condivisione di strategie e intanto evidenzia l’inadeguatezza degli organismi sovrannazionali e li debilita; spinge gli stati all’isolamento ed alla differenziazione delle strategie; induce le regioni a cadere nella tentazione della disgregazione. Non miete solo vittime: produce anche enormi danni economici e, soprattutto, debilita o vanifica i processi di integrazione politica già realizzati e quelli in corso.
Forse domani dovremmo far leva sulle constatazioni di ciò che l’Europa sta facendo (o che non sta facendo) nella catastrofe presente per invocare a gran voce una radicale trasformazione di questa Unione così imperfetta, così disfunzionale, così poco democratica…
E dovremmo invocare nuove regole per le transazioni finanziarie e per i prodotti spacciabili nelle borse (con esclusione di derivati-truffa).
E un nuovo regime di tassazione delle transazioni finanziarie (che potrebbe alleviare la tassazione del lavoro e fornire entrate consistenti).
E un nuovo sistema di emissione monetaria, da varare previa trasformazione dell’attuale BCE (privata) in Istituzione realmente pubblica, dotata della più ampia autonomia ma non di sovranità. Ma bisognerebbe che la nostra fauna politica riuscisse a capire quanto l’attuale sistema di monetazione influisca, come concausa, nel determinare il nostro debito pubblico.
Tutto questo non è facile. Noi vorremmo credere a coloro che annunciano che dopo questa catastrofe nulla sarà più come prima. Ci lasciano intendere che dal prossimo anno, ovvero dall’anno 1 d.c. (dopo il coronavirus) ci saranno nuove regole, nuovi trattati, nuove istituzioni, soldi a sufficienza per la sanità, la scuola e i servizi pubblici, ci sarà un’Europa dal volto umano e solidale che sappia pronunciare con convinzione profonda ed unanime le parole dette e ripetute dalla signora Ursula… Vorremmo che tutto ciò si avverasse. O che sparissero tutti gli arcigni e cinici sostenitori di un mondo balordo: dal premier autriaco Kurz all’attuale presidente della BCE Lagarde, alla stessa equivoca struttura bancaria che, incestuosamente, unisce banche proprietarie di base alle banche centrali possedute (dette eufemisticamente nazionali) e queste ultime alla BCE, vertice del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali).
Un altro sistema è possibile. Ed è realizzabile progressivamente, per riforme, senza rivoluzioni. Ma dubitiamo che la politica voglia riscattarsi dagli errori compiuti e che voglia avviare una palingenesi della società e delle istituzioni. Vorremmo che il 2021 fosse l’anno della ricostruzione del sistema sociale ed economico, del rilancio e della razionalizzazione dei sistemi politici… Ma temiamo che potrà invece essere l’anno in cui si cercherà di mettere nel dimenticatoio il coronavirus e si continueranno a perpetuare le scelte scellerate del passato. In tal caso… altro che anno 1 d.c. Bisognerebbe rassegnarsi a constatare che, ancora una volta, non sarebbe rinvenibile nihil novi sub sole.

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