Morte: è buco.
Non pretendo con questo anagramma di omaggiare un intellettuale dal multiforme ingegno quale Umberto Eco, che ci ha lasciati quattro anni fa, ma sappiamo quanto amasse giocare con le parole – come dimenticare l’estate dei miei sedici anni, trascorsa sulle pagine de “Il nome della rosa” a cercare di indovinare l’enigma celato versi sibillini tratti dalle Scritture? E ci riuscimmo, io e un paio di compagne di scuola incaponite a leggere un testo così ricco di riferimenti letterari storici politici metalinguistici che capimmo solo a metà ma che continua ad affascinarmi – e adesso che il professore non c’è più e nomina nuda tenemus ritrovo nei fonemi e nei grafemi del suo nome il tombeur d’intelligenza che è stato, le trombe di quegli angeli medievali che amava tanto studiare e quelle il cui suono struggente si fa poesia ne “Il pendolo di Foucalt”. Sorprendo un Cuore che è tanto una rivista troppo famosa per spenderci ancora parole sopra quanto quell’organo il cui linguaggio esortava a seguire, lui che sui segni e sulle lingue ci aveva speso la vita.
Morte: è buco.
E sì, per noi che restiamo la morte è uno smagliarsi della trama del mondo.
Da quel paradiso in forma di biblioteca in cui lo immagino con Jorge lo vedo sorridere di quell’umore che ho trovato nel suo nome, l’humor – alla latina – dei suoi scritti e del suo eloquio così antiaccademico.
ECO. Sì, risuoneranno ancora le sue parole.
E un ultimo guizzo. Nomen omen? Quel cognome è un acronimo, com’ebbe a spiegare egli stesso.
Ex Coelis Oblatus.
Professore? Mi conservi uno spazio, anche piccolo, nella Grande Biblioteca.

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