Ambiente e sviluppo, una dicotomia tra mito e realtà Ponderata riflessione sul dibattito in corso all’ONU

Nel complesso, l’umanità è oggi più prospera, longeva, sana, istruita di quanto sia mai stata, eppure…

 

Non c’è alcun dubbio che l’affermazione secondo cui  il mondo in cui viviamo oggi è il migliore sinora realizzato nella storia universale sia un fatto e non una opinione; per rendersene conto basta pensare a quello che questo mondo era solo 100 anni fa, ma anche meno; ogni diversa valutazione è figlia della disinformazione e di una analisi superficiale se non, peggio, di una capziosa narrazione che vuole disegnare un mondo in sfacelo per alimentare rancori e atteggiamenti ribellisti che, da sempre, nei secoli, sono stati strumento utilizzato dalle classi dominanti per garantire i  propri privilegi.

Raramente, inoltre, nella storia dell’umanità si è vissuti in un periodo così lungo di pace e di progresso civile. Eppure, da parte di alcune forze politiche si lavora per indebolire, progressivamente, le istituzioni democratiche interne, quelle multilaterali e quelle internazionali che, con contraddizioni e spesso in maniera non lineare, hanno contribuito a rendere il secondo dopoguerra così diverso dal primo. Ciò che emerge dal racconto quotidiano della parte del nostro popolo rancoroso, intollerante e superficiale che frequenta i social nonché dalla narrazione dei media, sempre più urlata e sempre meno pregna di analisi oggettive, sembra di essere sull’orlo del baratro.

Questa prevalenza, nel dibattito pubblico, lentamente, sta impedendo ai più di rivolgersi ai problemi con l’occhio di chi li vuole affrontare e risolvere e conduce il paese verso un precipizio di intolleranza e rancore sterminato che travolge tutto e tutti consegnando l’Italia a quelle forze demagogiche e qualunquiste che hanno contribuito a limitare l’aggancio al grande progresso compiuto dall’umanità nell’ultimo ventennio e che ci rende, oggi, disattenti al rischio di una regressione globale prodotta dal deterioramento dell’habitat umano.

La vicenda di Venezia, il ripetersi di emergenze climatiche a più non posso, ricordano, se ancora ve ne fosse bisogno, che è il cambiamento climatico a costituire la minaccia maggiore al benessere, alla salute, alla sicurezza alimentare,come confermato dal Rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione ambientale globale, che indicail Mediterraneo tra le aree a maggiore rischio climatico. I cambiamenti climatici avranno impatti sempre più decisivi sulla nostra vita quotidiana e se non contrastati renderanno impraticabile l’agricoltura in varie parti del mondo. L’entità delle migrazioni che oggi ci fanno paura impallidirebbe sotto la spinta delle persone in fuga dal caldo soffocante, dalla sete, dalla miseria che ciò comporterebbe. Le persone più deboli sarebbero le più colpite, con effetti sociali destabilizzanti anche sul resto dell’umanità.

Ridurre i danni ambientali prodotti dalle stesse forze che hanno generato gli straordinari progressi ai quali ho accennato, così come l’attrezzarsi ad affrontare i danni ormai irreversibili, implica il coordinamento globale di una conversione tecnologica senza precedenti storici, quindi una collaborazione a livello sovranazionale e l’abbandono definitivo di orizzonti confinati in un solo paese se non in un solo continente; conseguentemente le suggestioni del tipo “prima gli Italiani” – che poi  diventa “ prima i siciliani, i sardi, i veneti e via restringendo – costituisce la testimonianza di una truffaldina sollecitazione agli egoismi più beceri e, in definitiva, più masochistici.

Nel complesso, l’umanità è oggi più prospera, longeva, sana, istruita di quanto sia mai stata, per rendersene conto basta uscire da una comoda narrazione di una perpetua crisi mondiale ed europea a cui, spesso e volentieri, i social e i mass media ci rappresentano. Il che non vuol dire che va bene così, che la lotta alla fame e alla povertà sia vinta, l’equità nella distribuzione delle risorse è ancora lontana dall’essere raggiunta pur non di meno, ribadisco, passi avanti ne sono stati fatti e anche notevoli. Basta avere un po’ di memoria… In gran parte del mondo, con l’eccezione di alcuni paesi africani e asiatici, fame e povertà continuano a diminuire e, per la prima volta nella storia, si è diffusa nel mondo una numerosa classe media, sostanzialmente benestante, i cui figli si aspettano di vivere meglio dei genitori.

Il riconoscimento di tutto ciò è necessario per renderci conto di che cosa potremmo perdere nei prossimi anni e decenni se il benessere individuale e sociale subisse improvvisi rovesci o semplicemente migliorasse più lentamente. Eppure nel sentire collettivo tutto ciò sfugge in un costante gioco al massacro in cui vengono coinvolti tutti gli aspetti del nostro vivere civile: dalla democrazia politica al welfare.

I problemi che oggi dovrebbe gestire la classe politica sono soprattutto di natura sociale e sono molto delicati perché necessitano un cambiamento culturale non indifferente. Come fare accettare la “conversione” a diversi stili di vita, a nuove forme di lavoro, l’abbandono di modi consolidati di pensare, di culture secolari? Come comporre gli interessi, legittimi e meno legittimi, di individui, collettività, nazioni, stati, continenti senza che i necessari compromessi politici richiedano una corsa verso il basso che finisca per vanificare ogni sforzo? Sono domande prive di facili risposte, tanto che molti dubitano che la salvezza del pianeta sia compatibile con la democrazia.

Le azioni che singoli e comunità devono porre in atto sono di natura complessa, fine, diffusa, pervasiva e devono fondarsi su un ampio consenso individuale e sociale. Non possono, dunque, essere governati da comportamenti opportunistici. La presa di coscienza del rischio ambientale e dei suoi effetti sulla vita quotidiana e sull’economia è un indispensabile primo passo sulla difficile via del cambiamento reale. Nonostante il problema del cambiamento climatico sia molto cresciuto negli ultimi  anni e occupi il primo posto tra i problemi sentiti in Europa (paradossalmente, più nei paesi nordici, meno esposti alle conseguenze del riscaldamento globale, che in quelli mediterranei.) questo rischio è fortemente sottovalutato dall’opinione pubblica italiana e dai decisori politici, segnandoci, inevitabilmente, come un peso morto per i nostri partner da cui, Dio non voglia, l’irresponsabilità dei sovranisti di varia natura vorrebbero separarci.

 

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