Archia, fondatore di Siracusa, per Diodoro fu stupratore e assassino

In Biblioteca storica (VIII, 10) è scritto che nel tentativo di violentare in branco un suo congiunto, Atteone, lo uccise nella colluttazione e per questo fuggì da Corinto

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

A bocce ferme, quando ormai la concitazione dello scontro politico si è spenta, è giusto fare una riflessione sull’evento che ha riproiettato Siracusa al centro del dibattito nazionale. Il ruolo che Siracusa ha giocato nel caso Sea Watch, infatti, è stato fondamentale nel mantenere attiva l’attenzione mediatica su quarantasette migranti cui era stato vietato lo sbarco sul suolo italiano.

Cinque giorni di manifestazioni hanno inorgoglito chi lamentava l’atavico torpore in cui la città da anni sembrava dormire. Cinque giorni di manifestazioni sono riusciti a far emergere il meglio della città. Cinque giorni di manifestazioni che sono riusciti a dimostrare che dietro la propaganda politica c’è qualcosa di più forte: la profonda comprensione dei drammi individuali di queste persone, abbandonate in mezzo al mare, sommerse da una immensa solidarietà. Solidarietà è, infatti, una parola ben radicata nel patrimonio culturale e storico di Siracusa, che in quanto città di mare ha sempre vissuto nell’apertura verso il diverso e del diverso ha saputo fare il fulcro del proprio patrimonio culturale.

Le parole di chi scrive non vogliono essere l’espressione con cui si manifesta l’ennesimo discorso retorico. Anzi, con le mie parole voglio ricordare a tutti i siracusani che lo stesso mito fondativo, su cui è costruita la storia della nostra città, trova la propria dimensione nell’accoglienza, nella sintesi tra le differenze, ma soprattutto nella pietà che – come dice il poeta – non cede al rancore.

Del resto, alla domanda chi era Archia di Corinto la maggior parte dei siracusani risponderebbe che si tratta del mitico fondatore della loro città. Nella commistione tra mito e storia patria che circonda la figura del fondatore, diventa facile immaginarsi la scena di Archia e dei suoi sodali mentre sbarcano fieri tra gli scogli di Ortigia. Ce li figuriamo forti, armati, mentre con piglio da conquistatori si impongono sugli autoctoni siculi, primitivi e portatori di una cultura inferiore a quella greca, come tali destinati a soccombere.

È facile dipingere questo quadro nella propria mente. Troppo facile, però, perché questo non si scontri con il passato autentico, quello che ci è tramandato dalle fonti.

Le fonti a cavallo tra storia e mito, infatti, ci raccontano una storia ben diversa dalla versione oleografica a cui accennavamo sopra, e ci parlano di un passato che è sintesi dei drammi individuali dei protagonisti; un passato che ben poco ha di glorioso o onorevole. Quando nella sua Biblioteca Storica, ad esempio, Diodoro descrive la vicenda del fondatore di Siracusa, ci rende un’immagine opposta del civilizzatore greco rispetto a quella tradizionale. Lì Archia viene dipinto per quello che (probabilmente) era davvero: uno stupratore e un assassino che, nel tentativo di violentare in branco un suo congiunto, Atteone, lo uccide nella colluttazione [Biblioteca storica, VIII, 10].

È proprio a causa di questo delitto raccapricciante che Archia, braccato dal rimorso e dalla vergogna, rinnegato dai suoi, si mette in mare alla ricerca disperata di una nuova patria da ricostruire. La troverà là dove l’isola di Ortigia taglia la costa siciliana, disegnando il profilo del porto grande. La chiamerà Siracusa, nome che porta tuttora.

E Siracusa è la stessa città dove, a distanza di duemilasettecento anni, la storia oggi si ripete. Si tratta di una storia inquieta, fatta a sua volta di tante tragedie individuali protese alla ricerca di una patria perennemente promessa e di un’identità che non esiste, se non nella sintesi delle diversità.

Oggi, non tutti i siracusani ammetterebbero che il fondatore della più grande potenza greca d’occidente, quando è sbarcato sulla costa, doveva somigliare più ad uno dei quarantasette della Sea Watch 3 che a un Pizzarro o a un Cortéz. Non lo ammetterebbero, forse, perché non tutti sono disposti a rinnegare il proprio mito fondativo e riconoscere che Archia corinzio era più un profugo che un civilizzatore, più un supplice in fuga dalla propria patria che non il fondatore di un impero.

I siracusani, da duemila e settecento anni a questa parte, però, sono soprattutto questo: figli di un fuggiasco, eredi di una cultura creata dalla contaminazione, più che dalla conquista.

Molti siracusani hanno dimostrato di riconoscerlo e di farne un motivo di orgoglio. Allora, dinnanzi sfide che il tempo e gli anni futuri porranno ancora alla nostra città, il mio augurio è che Siracusa sappia riconoscere questa sua natura meticcia e bastarda, facendone un motivo di orgoglio, quale è.

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