“La tela del Caravaggio esposta a umidità anche del 100%”

Silvia Mazza: “Per il trasferimento dell’Annunciazione a Palermo si sarebbe dovuto chiedere il parere dell’Istituto per il Restauro di Roma”

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

La studiosa Silvia Mazza è ormai diventata uno degli apporti più qualificanti del nostro giornale e non sarebbe stato certo possibile non chiedere le sue valutazioni su quanto accaduto in merito al trasferimento, contestatissimo, dell’Annunciazione di Antonello da Messina a Palermo per una mostra. Nessuno ci sembra aver più titolo di lei ad intervenire visto che proprio per difendere l’Antonello di Siracusa, per un articolo del 2016 su «Il giornale dell’Arte» in cui la giornalista aveva evidenziato l’inopportunità di spostare il dipinto per un’altra mostra a Palazzolo Acreide, si è vista querelata dall’allora Soprintendente di Siracusa Rosalba Panvini. Querela proprio recentemente archiviata con piena soddisfazione di Silvia Mazza.

Il fatto risale al dicembre scorso, eppure…

Senza manutenzione crollano i ponti, i fiumi esondano, i centri storici vengono giù alla prima scossa. Intervenire a danno consumato costa molto, i tempi del ripristino spesso un interrogativo senza risposta. La logica è quella dell’intervento ad emergenza in corso, con buona pace della prevenzione. Una logica che appartiene in molti casi anche al giornalismo. Come una corrente l’emergenza provoca una fibrillazione ventricolare di articoli. Una volta rientrata, che non significa tout court risolta, ma semplicemente superata da altri fatti «caldi», è vero, si passa ad altro.

E purtroppo, da un atteggiamento simile non sono esenti nemmeno le denunce a favore della protezione di opere d’arte e monumenti. Così, tra le ultime «emergenze» a Siracusa c’è stato il prestito dell’Annunciazione a Palermo, inquinata, peraltro, da un tale mucchio di inesattezze, e persino falsità, da far persino passare in cavalleria l’approssimativa gestione dell’evento da parte dell’Assessorato dei Beni Culturali.

Ma su questo vorrei limitarmi a poche considerazioni: mi chiedo se sia davvero impensabile riuscire ad acquisire, a prescindere dall’urgenza del momento, il parere sul suo attuale stato conservativo e sulle modalità per la movimentazione da parte dell’Istituto Superiore Conservazione e Restauro di Roma, che ne ha curato dieci anni fa l’ultimo restauro. E sulla base di questo parere valutare di volta in volta l’opportunità del prestito richiesto.

Non si può condividere la logica dell’emergenzialità, quella per cui ci si può ben dimenticare di un capolavoro fino a quando non viene cercato per qualche evento espositivo fuori Siracusa. L’importante è che resti a casa, anche se la casa ne pregiudica la salute.

Fa riferimento a qualche situazione in particolare?

Eh, sì. Il Seppellimento di Santa Lucia del Caravaggio. Che senso ha innalzare barricate, come nella primavera del 2017, contro l’ipotesi del trasferimento del dipinto al G7 di Taormina, se non lo si custodisce e valorizza adeguatamente a Siracusa?

Ma, intanto, il capolavoro dell’ultimo Caravaggio è ancora lì, nella chiesa di Santa Lucia alla Badia, dopo le mie denunce del 18 maggio 2017 alla conferenza organizzata dal direttore della Galleria regionale Bellomo Lorenzo Guzzardi, in occasione della Giornata Internazionale dei Musei promossa dall’Icom e proprio in risposta agli interrogativi che ponevo sullo stato conservativo e la valorizzazione del dipinto.

Da allora è trascorso un altro anno e mezzo (otto da quando è stato trasferito in Piazza Duomo) in cui le temperature e l’umidità relativa hanno superato il limite ottimale, con percentuali che arrivano fino al 100%, secondo i dati allarmanti rilevati dal monitoraggio microclimatico effettuato dal Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro (CRPR) di Palermo, e resi pubblici per la prima volta proprio in quell’occasione. Per non dire che il dipinto è scandalosamente addossato alla legittima pala d’altare, fatto in sé già deprecabile, per la totale disattesa delle basilari nozioni sulla valorizzazione e fruizione delle opere d’arte. E questo, anche se si trattasse di un “minore”, e non del polidoresco Deodato Guinaccia, fatto che diventa ancora più grave per tutta una serie di criticità che potrebbe innescare sotto il profilo conservativo, come evidenziato in quella conferenza dal professore Franco Fazzio, che aveva preso parte alle indagini diagnostiche del CRPR.

Siamo certi che la Soprintendenza di Siracusa non voglia sperimentare, caso probabilmente unico in Italia, di rischiare di danneggiare in un colpo solo non una, ma due opere d’arte contemporaneamente.

Alla soprintendente Donatella Aprile chiediamo, dunque, di tendere una mano a Santa Lucia, per rimettere in piedi un capolavoro prostrato più di quanto non sia quel giovane corpo esanime sul nudo suolo a metà tra una latomia e una catacomba.

Ponga fine a un nulla di fatto più vuoto di quelle spazialità gravate dall’assenza di materia. Perché davvero non possiamo pensare che in Sicilia per suscitare attenzione un Caravaggio debba essere rubato dalla mafia, come quello di Palermo nel 1969.

Gli attori da coinvolgere sono, naturalmente, anche altri.

Avrebbe una sua proposta da suggerire?

Come, e forse anche più delle altre opere del Caravaggio, nella chiesa di San Luigi dei Francesi, in Santa Maria del Popolo, in Sant’Agostino a Roma o nella Cattedrale di San Giovanni alla Valletta, il Seppellimento di Santa Lucia è intimamente legato alla chiesa per la quale fu dipinto. L’esperienza della restituzione, tra il 2006 e il 2011, alla chiesa originaria di Santa Lucia extra moenia, si è, però, rivelata fallimentare, non solo, come allora si disse, per le proibitive condizioni termo igrometriche della chiesa, ma anche a causa della mancanza di quell’azione di concerto che nella conferenza del Bellomo auspicavo, e che ancora auspico, venga raggiunta tra Regione (Soprintendenza), Fec, proprietario del dipinto, e Comune (per la riqualificazione del quartiere della Borgata e la dotazione dei servizi necessari, ad oggi inesistenti). È necessario altresì il coinvolgimento, per gli aspetti tecnici, del CRPR e dell’Istituto Superiore Conservazione e Restauro di Roma, così come del Consiglio Regionale Beni culturali, se non fosse che se ne attende ancora da ben dieci anni la ricostituzione (dal luglio scorso giace all’ARS un disegno di legge presentato dall’Assessore Sebastiano Tusa che ne rivede radicalmente la composizione, eliminando finalmente la componente politica, ndr).

In attesa, dunque, di dare concretezza al progetto di riportare la tela nella chiesa di appartenenza originaria, che per l’importanza del capolavoro richiederebbe anche la costituzione di un Comitato scientifico, e ritenendo che non sia ulteriormente rinviabile la permanenza dell’opera nell’attuale chiesa di Santa Lucia alla Badia, una soluzione temporanea (è importante che tale venga riconosciuta, dato che quella che avrebbe dovuto essere «provvisoria» lo è da ben otto anni) potrebbe essere quella della musealizzazione del dipinto presso lo stesso Bellomo, dove era stato esposto, in comodato d’uso, dal 1983 al 2006.

L’ambiente adatto ci sarebbe. Si tratta della sala al piano terra, attualmente destinata alle conferenze, già climatizzata e, ovviamente, dotata di sistema antifurto, alla quale il dipinto potrebbe comodamente accedere dal cortile.

La soluzione, già dotata di validità sia sotto il profilo conservativo che espositivo, potrebbe essere ulteriormente convalidata dal proposito di trasformare l’evento in un’occasione per rivedere lo storico restauro eseguito dall’allora Icr, da cui sono trascorsi ben quarant’anni, e alla luce delle criticità esposte dal professore Fazzio, che aveva preso parte alle indagini diagnostiche eseguite sul dipinto dal Crpr di Palermo nel 2006 [nel box si riportano le sue dichiarazioni integrali, in parte consegnate all’ articolo della Mazza su «Il Giornale dell’Arte», ndr.].

Il progetto che si propone è, dunque, quello di allestire un laboratorio-vetrina aperta al pubblico, col coinvolgimento dell’Iscr di Roma e del Crpr di Palermo, che rafforzerebbe ulteriormente i profili conservativi dell’operazione, e che sarebbe, al contempo, occasione per un evento mediatico di rilievo internazionale. Un progetto a costo zero per l’Assessorato, se si riuscisse a coinvolgere il gestore dei servizi al pubblico del Bellomo (The Key-Civita), che potrebbe farsi carico della movimentazione dell’opera, dell’allestimento, etc.

In considerazione, invece, della destinazione finale che riporterà il dipinto nella chiesa alla Borgata, propongo di affiancare ai canali di finanziamento pubblico (somme a disposizione dell’Assessorato BB.CC.IS., fondi europei e/o sponsorizzazione), un crowdfunding (il primo in Sicilia), come è stato per esempio per il restauro della Nike di Samotracia del Louvre. I visitatori del museo, ma anche gli stessi cittadini, sarebbero invitati all’acquisto di «Un’Azione per il Caravaggio», come quelle su cui si investe in Borsa. Investire anche così sul patrimonio per sostenerlo significa accedere a una quota-parte di esso, nella convinzione che la riappropriazione dei beni collettivi passi anche attraverso queste forme di protagonismo sociale.

Lì dove è collocato, il dipinto è terreno di coltura di agenti biodeteriogeni che si propagano alla pala d’altare retrostante, vittima di un microclima ad effetto serra

FABIO FAZZIO

Nell’anno 2006 tra i mesi di marzo e aprile, in occasione della presenza del dipinto presso il museo Abatellis di Palermo, ad opera del CRPR fu condotta una campagna di indagini scientifiche, aventi come obiettivo la attenta analisi delle condizioni conservative dell’opera rispetto all’ultimo restauro condotto presso l’ICR di Roma tra gli anni 1972/79.

La campagna di indagini, oltre a quelle chimiche e biologiche, ha interessato anche il laboratorio di fisica che, munito di macchina multispettrale, per l’occasione l’ha utilizzata per effettuare le indagini fotografiche speciali; fluorescenza ultravioletta; infrarosso in falso colore; riflettografia in infrarosso, mentre con spettroradiometro sono state condotte indagini colorimetriche. In particolare, riguardo la fluorescenza in ultravioletto, questa, condotta per la prima volta dopo il restauro ICR del 79, ha consentito la lettura delle stesure dei vari strati di vernici applicate sulla superficie pittorica del dipinto del Caravaggio. Il risultato sorprendente metteva in luce la notevole disomogeneità di questo film protettivo fatto di grossi scompensi, discontinuità e ossidazioni a varie intensità, con disturbo, nel visibile, della giusta lettura dell’intera superficie pittorica.

Altro aspetto significativo è che la stesura delle stesse è avvenuta, col dipinto, non posto in piano orizzontale, come prassi richiede, ma disposto e posizionato di fianco e/o di taglio, oltretutto orizzontalmente rispetto alla verticalità della scena. Tutto ciò, come operazione, sarebbe poco discutibile se non si notasse, in più parti della superficie, la maldestra stesura con pennellate abbondanti, tali da aver prodotto vistose percolature.

Oggi il dipinto collocato dietro l’altare maggiore nella chiesa di S. Lucia alla Badia, occulta con la sua presenza il dipinto che in quella sede era ed è ancora della pala d’altare del Guinaccia. Operazione dall’apparente carattere effimero, condotta comunque con la totale assenza delle fondamentali leggi sulla giusta fruizione e valorizzazione di beni culturali, lo è anche e soprattutto sotto il profilo conservativo. Infatti, il dipinto di Caravaggio restaurato è stato rintelato con la tecnica definita “classica”, in quanto basata sull’utilizzo di materiali tradizionali, quasi esclusivamente di natura organica, come gelatine animali e adesivi a base di farine vegetali. Queste, in condizioni microclimatiche ideali costituiscono un perfetto terreno di coltura per lo sviluppo di microrganismi, in particolare da parte di spore fungine.

Visti da recentissimo i risultati delle misurazioni termoigrometriche fornite sempre dal CRPR che ha condotto all’interno della chiesa e, per un lungo periodo che comprende le 4 stagioni, la conclusione è la seguente: i valori, non ottimali, offrono seri spunti per un attacco da agenti biodeteriogeni che avrebbero come terreno di coltura l’opera del Caravaggio e da questo la facile propagazione al dipinto subito dopo retrostante, vittima di un microclima ed effetto serra.

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