Villaggio bizantino della cavetta attraversato dall'asfalto

Fagocitate alcune tombe della necropoli di Pantalica

Negli anni Settanta si asfaltò, sulla vecchia carrereccia, la Ferla-Sortino allargando la carreggiata e tagliando i fianchi rocciosi, dove c’erano tombe e abitazioni rupestri…

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

Sortino/Ferla. Alcune tombe a grotticella artificiale, scavate a mano nella roccia calcarea di Pantalica, non ci sono più. La necropoli rupestre più vasta d’Europa, stimata dall’archeologo Paolo Orsi in circa 5000 tombe, si è ridotta, ha subito delle perdite. Per essere il sito archeologico in cui Orsi ritenne indispensabile fare quattro campagne di scavo (1895, 1897, 1900-1901, 1910), e in cui ritornò a scavare l’archeologo Luigi Bernabò Brea, la notizia non è proprio quella che tutti ci aspetteremmo.

Decine di tombe sono scomparse, ma non per magia, per scelta. Negli anni 70 qualche miope ingegnere, con la complicità di qualche altrettanto miope amministratore siracusano, ebbe la becera idea di fare asfaltare la carrareccia che da Ferla e da Sortino portava a Pantalica. L’idea era quella di realizzare una strada larga e transitabile anche per i pullman, per accogliere il turismo di massa. Una strada moderna, in sostituzione di quella sterrata che per oltre 3000 anni era bastata a tutti i popoli che si erano succeduti: siculi, greci, romani, bizantini, arabi, normanni… Una carrareccia percorsa centinaia di volte a dorso di mulo e in calesse dall’archeologo roveretano Orsi, sufficiente a fargli scoprire un luogo meraviglioso e unico che quando vide per la prima volta così descrisse nel suo taccuino: “Impressione grandiosa ed indimenticabile della necropoli di grotte a finestra aperte nei fianchi rocciosi del monte isolato fra l’Anapo ed il suo confluente (Calcinara). Necessaria assolutamente una macchina fotografica per rilievi di vedute d’assieme”.

MONCONE DELLA STRADA DI FERLA

La nuova strada doveva collegare Ferla a Sortino, superando il canyon del torrente Calcinara, quello in cui si trova la necropoli più antica (XIII sec. a.C.), con un ponte in cemento armato. Qui l’idiozia umana fu fermata. Erano gli anni in cui a Siracusa era Soprintendente Giuseppe Voza. Suppongo sia stato egli a bloccare il cantiere. Nessuno degli speculatori prevedeva che il ponte sopra la necropoli, anche se assurdo, non sarebbe mai stato autorizzato. Pertanto asfaltarono i due tratti, quello di Sortino e quello di Ferla, che ad oggi risultano monchi perché privi del ponte di collegamento.

 

Per costruire la nuova strada dovettero allargare la carreggiata tagliando i fianchi rocciosi, dove c’erano tombe e abitazioni rupestri. Dalla necropoli di Filiporto a quella della Cavetta, le tombe preistoriche e le abitazioni bizantine fagocitate furono decine e decine. Le tracce della distruzione sono visibili a tutti. Senza neanche scendere dall’automobile, percorrendo il moncone di Ferla, si incontrano alcune celle funerarie e alcuni abituri trogloditici sezionati. Sia chiaro che queste non sono le uniche parti distrutte ma solo quelle più vicine ai margini della carreggiata. Le altre, quelle centrali, sono state totalmente fagocitate dalle ruspe, senza lasciar traccia.

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