Il segretario Cgil: “Confindustria dimostra miopia politica”

Roberto Alosi: “Ci sono segnali di massima inquietudine. La drammaticità del territorio è che sono aggrediti i fondamentali del vivere insieme”

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

Al giro di boa tra un anno e l’altro, cerchiamo di fare il punto sulla situazione del lavoro con la Cgil. Segretario generale Alosi, cosa ci dice dell’attuale realtà?

C’è il risanamento ambientale con le bonifiche che costituiscono un tassello importantissimo per il territorio, la popolazione, l’ambiente e che portano occupazione. Ma non accettiamo estremismi d’ambo i lati come le ultime vicende accadute ciò non aiuta, porta alla paralisi. Inoltre, è da tempo che avvengono operazioni carbonare come la recente operazione Esso – Sonatrach dove le notizie ci sono giunte a cose fatte.

Nella Cgil c’è una voce univoca sulla questione salute, sulle neoplasie?

L’aumento dei tumori è oramai largamente percepito dal territorio. Il tema di fondo c’è: sentiamo brutti odori, certamente, fra questi ci dovranno essere delle sostanze cancerogene. Questo non si può nascondere. Comunque, per noi la zona rimane a vocazione industriale e per questo necessita di una bonifica, non tutta a carico dello Stato, per poter avviare progetti di reindustrializzazione ecocompatibili. Eppure, ancora oggi osserviamo che qui non esiste una cultura industriale. Questo è un grosso problema.

Non vi sono leaders ambientalmente capaci?

È vero. La confindustria dimostra una miopia politica. In queste condizioni il territorio non governato sta dando segnali di massima inquietudine, con una coscienza antindustriale anche radicale.

Oggi il sindacato non deve cambiare imparando dai suoi enormi sbagli?

Si, noi non vogliamo la chiusura delle industrie, ma esse devono essere rispettose dell’ambiente e della sicurezza. Le bonifiche possono portare ad avere un’altra tipologia d’industrie, nuove opportunità.

Il sindacato può proporre soluzioni?

Siamo l’unico sindacato con 19 presidi nella provincia, parliamo con migliaia di persone ogni giorno, siamo sensori radicati sul territorio davanti alle emergenze giornaliere e registriamo una situazione socioeconomica preoccupante. Ma siamo anche sindacato, oltre che di protesta, di programma con la presunzione di costruire una coscienza critica sul territorio. Con i nostri mezzi vogliamo guardare a una strategia futura di medio-lungo periodo. Difatti, abbiamo elaborato una proposta in un piano provinciale del lavoro che mettiamo a disposizione del decisore politico che a tutt’oggi ci manca. Questo è un problema, perché i nostri consigli provengono dalla conoscenza delle potenzialità del territorio e da come si potrebbe uscire dalla crisi, eppure avviene che il sindacato è tenuto lontano dai tavoli di trattative, dà fastidio, rallenta le decisioni. Questo fa sì che dobbiamo conquistarceli duramente quei tavoli di trattative.

Avete posto di nuovo il Mezzogiorno alla vostra attenzione?

Si, La drammaticità del nostro territorio è che sono stati aggrediti i fondamentali del vivere insieme. Sono quelle fondamenta su cui si era costruito il patto sociale. Tutto va sgretolandosi non c’è un settore che funzioni. Esiste una situazione molto debole. C’è il rischio dello sprofondarsi in un’area di sottosviluppo per parecchio tempo. È necessario che al sud si concentrino investimenti pubblici e privati. Prendiamo la sanità: qui tanta gente rinuncia alle cure mediche. Mentre prima avevamo una sanità invidiata in tutto il mondo ora la stanno smontando pezzo per pezzo con finanziamenti alle strutture convenzionate e addirittura ai privati. Ci tolgono numeri di posti letti pubblici e aumentano quelli privati. Così perdendo i fondamenti della società civile come si può concepire la democrazia?

Cosa dire del rapporto fra la Cgil e i giovani?

Bisogna entrare in sintonia con loro tramite un codice comunicativo. Noi siamo avvitati in differenti nostri linguaggi culturali. Bisogna intercettare le loro esigenze. Infatti, quale molla dovrebbe scattare nel giovane per avere la curiosità d’avvicinarsi al sindacato? Abbiamo preparato un programma per il 2019 e speriamo possa dare dei frutti. È quello di partire dalle scuole sulla “Costituzione” e i suoi diritti. La memoria del passato permette di leggere il presente e avvistare il futuro. L’aprire un dialogo con loro sarà difficile, ma vogliamo far conoscere il sindacato come punto di riferimento provando a incanalare le loro passioni.

Sull’unità sindacale?

A Siracusa fra noi sindacati enfatizziamo i punti che ci uniscono piuttosto quelli che ci dividono. Sulle grandi questioni come bonifiche, ambiente, sull’ex provincia con 600 persone che vivono una vicenda surreale, sullo sfruttamento del caporalato, ecc. siamo in perfetta sintonia. Ciò non toglie che dentro le organizzazioni di categoria ci sia dialettica, ma negli ultimi anni abbiamo avuto una profonda coesione. Credo di aver costruito insieme un’alleanza socioeconomica ed etica da renderci più incisivi e protagonisti del cambiamento sul territorio.

Sono avvenuti episodi abbastanza spiacevoli che hanno coinvolto tutti i sindacati, cosa rispondere?

Al netto delle responsabilità individuali, su cui sta indagando la magistratura, ribadiamo che come Cgil siamo sempre stati assolutamente lontani da logiche di questa natura rappresentando un baluardo di legalità e democrazia. Abbiamo gli anticorpi. Certamente, la vicenda ha determinato una situazione di profondo sbandamento nell’opinione pubblica e questo rischia di mettere in discussione 70 anni di onorata attività sindacale su un territorio dove abbiamo raggiunto risultati straordinari per l’intera collettività. Sono certo che questa vicenda arrivi presto a conclusione e le organizzazioni sindacali possano uscirne nel modo più pulito.

Dopo il congresso quali obiettivi?

Abbiamo posto al centro la questione sulla dignità del lavoratore, perché abbiamo la ragionevole certezza che questa si sia sgretolata sul territorio. Al congresso abbiamo esposto dei dati allarmanti. Difatti, oggi il 60% della forza lavorativa è concentrata nel settore terziario: commercio/alberghiero di bassissima qualità in termini di diritti e salari che vanno da 0 a 400€. È un impoverimento collettivo di questa comunità, un segno che va in una dimensione mai prima vista. Siamo entrati nella nuova realtà del lavoro povero non esistente fino a pochi decenni fa. In questa condizione lavorativa formata da lavoro nero e contratti atipici c’è una fascia larghissima di giovani e meno giovani che, chiaramente, non possono soddisfare le minime esigenze. Se poi passiamo ai 120.000 pensionati con una media di 750€ al mese possiamo affermare che già siamo sprofondati in una situazione di sottosviluppo. Questi sono temi su cui bisogna agire. Il territorio può fare quadrato per ridare dignità al lavoro. Noi nel 2019 lavoreremo per mettere insieme una vera e grande mobilitazione nel ricostituire l’unità e la dignità dei lavoratori. È su tutto il sistema lavoro che dobbiamo mobilitarci dovrà essere una vertenza generale capace di scuotere chi ha il potere decisionale politico. Se riusciremo in questa costruzione unitaria, portando con noi anche le imprese che vogliono lo sviluppo della provincia, potremmo farcela. Abbiamo gli strumenti. Si sono aperte numerose reti civiche di tutti i generi: associazioni, movimenti. Noi, come sindacato, non possiamo non essere alla testa di questa rete complessa, insieme ad esse vogliamo percorrere questa strada condividendo alcune questioni strategiche importanti. Sono convinto che su questo territorio potremmo imprimere quella svolta che fino adesso non siamo riusciti a dare.

 

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