Dal catalogo della Mostra al Museo Bellomo nel 1991. Privitera, Moscuzza, Arezzo della Targia. Marco Goraci: “Chi ricorda più questi musicisti?”
La Civetta di Minerva, novembre 2018
“Avrebbe potuto, sull’orizzonte musicale, essere un astro di prima grandezza e lasciar lunghe tracce nella storia dell’arte; ma la fortuna, che spesso aiuta i mediocri, non gli arrise benigna e costante, né sgombrò le nubi che intorno a lui addensavano la gelosia e la malevolenza dei contemporanei, rivali non giusti, né coscienziosi.”
Con qualche pretesa storico-critica (così, almeno, sembra), è questo il giudizio sintetico di Emilie Di Natale su Vincenzo Moscuzza, musicista siracusano. Ancora Di Natale sul collega, concittadino e contemporaneo di Moscuzza, Giuseppe Privitera, così si esprime: “Tra i Maestri di musica, più degni di pubblica fama, è certamente Giuseppe Privitera, vissuto, per lo più, nella modestia del paese natale e meritevole d’uno stato molto migliore di quello in cui ha finora languito e che però è sovente guiderdone degli uomini d’ingegno“.
E, se ci si imbattesse in qualche testimonianza dello stesso autore su Giovanni Battista della Targia, questa sarebbe certamente dello stesso tenore delle due citate.
Sulle fortune di Moscuzza e Privitera (per altro distinti da quel “vissuto, per lo più, nella modestia del paese natale”), alle quali si può tranquillamente accomunare (in sottordine) quella di Arezzo della Targia, Di Natale non sbaglia, purché si abbia il coraggio di sollevare qualche appunto sulla sintetizzata vicenda biografica del primo, per il quale, tutto sommato, “gelosia” e “malevolenza” (sia pure nobilitate da motivazioni attinenti a problemi di carriera) non sempre si possono attribuire ai suoi “contemporanei”, né, in qualche caso, ci è legittimo ritenere che gli siano state del tutto nocive.
Ciò che importa, però, a questo proposito, non è tanto l’essenza dei contenuti espressi nelle posizioni citate (che sono di natura esageratamente romantica e, comunque, sono lontani molte lunghezze dai criteri razionali dell’indagine storica) quanto, piuttosto, distinguere i significati che certe disfatte artistiche possono assumere, in via preliminare (senza, tuttavia, condizionare le scelte), nel piano generale della ricerca. Nella fattispecie (ma si tratta, in definitiva, di un luogo comune) si possono isolare due interpretazioni diverse.
Se Moscuzza, Privitera e Arezzo della Targia devono essere da noi compianti (alla stregua di qualsiasi altro artista maltrattato dalla storia) perché le loro opere hanno subito l’onta del silenzio per colpa di intere generazioni di posteri che non hanno capito la grandezza di capolavori dei quali si sono per ignoranza privati e se, per giunta, riteniamo giusto inveire contro tali posteri ottusi dei quali facciamo parte anche noi che, volenti o nolenti, continuiamo a far tacere questi repertori (forse anche per un insano e miserevole timore che la riproposta di certi prodotti artistici del passato, rifiutati dalla storia, possa non essere del tutto gradita alla gran parte dei pubblici), compiangiamoli pure ma con quali risultati sul piano del recupero dei nostri precedenti culturali? Se, invece, considerata l’inopportunità di certi ripescaggi sporadici e senza preparazione, è vero, come è vero, che il passato, qui rappresentato dai personaggi in questione, è degno di sistemazione scientifica, di salvataggio fisico, di catalogazione e di quanto altro possa permettere la conoscenza testuale, lo studio e l’elaborazione critica di quanto è avvenuto, a prescindere da presunte dignità provenienti da giudizi di valore fallaci e soggettivi, piangere diventa irrilevante o, meglio, assolutamente insensato al punto da non venire più in mente a chicchessia.
In altre parole, il possibile capolavoro di Moscuzza, di Privitera o di Arezzo della Targia può essere tale solo se vivente in un contesto dai caratteri esaurientemente scientifici; e, ancora, se un tale capolavoro non dovesse esistere (secondo i traballanti canoni dell’estetica in vigore nel momento in cui lo si cerca), poco male: una ben fatta catalogazione di un fondo giustifica ampiamente il tempo ed i mezzi utilizzati per realizzarlo.
Tornando a Di Natale, non gli si può certo attribuire rigorosamente l’uno o l’altro degli intendimenti considerati, sebbene, a lume di naso, si può immaginare che ciò che lo spingeva a rammaricarsi sia da riferire alla vacanza spettacolare di alcune partiture piuttosto che alla mancanza di una schedatura. È certo, tuttavia, che le motivazioni assenti nei giudizi del Di Natale hanno dato vita a questa mostra ed al suo catalogo ed, in questo senso si inquadrano in quel processo di inventariazione dei documenti di biblioteca che riguarda anche i fondi di natura musicale e che, per fortuna, procede, sebbene con lentezza e con diverse difficoltà, verso quell’irraggiungibile traguardo della totalità, perseguibile solo in linea di principio ma, in ogni caso, necessario non fosse altro che allo scopo di fugare definitivamente l’affannosa quanto inutile tentazione tesa alla ricerca del capolavoro.
Per tutta una serie di cause, imputabili soprattutto alla disparata varietà dei documenti ed alle specifiche competenze indispensabili per la loro catalogazione, i fondi musicali e di pertinenza musicale sono, ancor oggi, i più sacrificati. Sono quelli che, in genere, giacciono nei depositi più nascosti delle biblioteche, trascurati dai bibliotecari e, quel che è peggio mal collocati e, più spesso, pluricollocati (qualche volta tentare modifiche in tal senso può risultare rimedio più grave del male, specie se non si ha cura di annullare la versione precedente la correzione) o totalmente ignorati. È questa una calamità che ha reso estremamente difficoltosa la ricerca ed ha persino alterato la stessa verità storica.
In dimensione propedeutica, l’ideale di una scheda nazionale, internazionale o intercontinentale (ma siamo all’iperbole) si allontana sempre di più. Non si può certo attendere oltre la redazione definitiva di una scheda universale (o di schede categoriali universali) e lasciare ancora a lungo le carte, spesso preziose e deteriorabili, a disposizione degli agenti atmosferici, dei parassiti e dei “collezionisti”. I modelli di schede esistenti non sempre risultano idonei per tutti i fondi ed è meglio optare per una soluzione che tenda ad invertire le procedure. Una scheda unificata potrà meglio essere redatta quando gran parte dei fondi disponibili sarà sistemata. Ciò significa che, in questa fase, tutto è ancora provvisorio e suscettibile di modifiche dettate, via via, dal tasso di esperienza raggiunto.

Commenti recenti