“Bestiale”, “pazzesco”, ormai si parla “qualunquemente”

L’esagerazione e il paradosso per conferire un senso di preponderanza alla elementare semplicità del quotidiano. Nella vita di ogni giorno

 

La Civetta di Minerva, ottobre 2018

“Iper”, “Super”, “Mega”… L’esagerazione ormai si spreca, la sicumera fa sfoggio dalle insegne commerciali, la sfrenata vanteria si fa beffe del buonsenso. Per tacere degli imbonitori politici, che per una reprimenda contro un avversario, oppure per esaltare presunte superiorità dialettiche, fanno a chi le spara più grosse. L’enfasi, appunto. Fateci caso. È diventata una malattia contagiosa, straripante. Al punto che chi afferma (per dire) che due e due fanno quattro, fa la figura del fesso. Mentre il gradasso secondo il quale, a mani sue, due più due fanno cinque, e persino sei, agli occhi del burino passa per uno “sperto”.

Guardiamoci intorno. Il parlare quotidiano, che una volta serviva per capirsi scambiandosi opinioni e in tal modo semplicemente comunicare, oggi è diventato un eloquio infarcito di stravaganti rafforzativi, un co­municare zeppo di esagerazioni, dove il “due più due” deve fare sempre più di quattro. Fateci caso: per dire che una cosa è importante, si dice “pazzesco” conferendo così la perentorietà dell’assoluta straordinarietà. E che dire di “bestiale”? Oltre, cioè, i limiti dell’umano.

C’è poi, dilagante, l’idiota “assolutamente sì”, “assolutamente no”. Una idiozia, non c’è dubbio. Perché il “sì” è già perentorio per natura, incontrovertibile e sancito, come il “no”. E nella naturale assolutezza non ha bisogno di acconciarsi da gradasso. Questo idiotismo nacque ai tempi del processo “Mani pulite”, di cui la TV trasmetteva passaggi. C’era un tizio che veniva interrogato dal magistrato, al quale rispondeva “assolutamente”. E il magistrato: “Ma sì oppure no?”. Messo alle strette, quel “signor nessuno” ammetteva “assolutamente sì”, oppure “assolutamente no”.

Dai e dai, il ripetersi di queste risposte finì con l’entrare nel quotidiano, subito adottato da scimmiottatori. E oggi quelli che sanno esprimersi poco e male ne sono diventati gli imitatori. Ottanta volte qualcuno, magari per ruffianeria, vi ha gratificato spregiudicatamente definendovi “grande!”.

Il paradossale è anche nel calcio. Dove essere soltanto tifoso di una squadra ti colloca nell’anonimato del “qualunque”. Invece il vero tifoso, quello che esprime vistosamente il proprio entusiasmo, non può che essere spettacolarmente di meglio, al disopra, oltre l’anonimato. Ed ecco l’ultras, il vero tifoso. L’enfasi nelle qualificazioni, dunque, l’esagerazione e il paradosso per conferire un senso dipreponderanza alla elementare semplicità del quotidiano. Nella vita di ogni giorno.

Tutto sommato, una finzione. Stretta parente della bugia. Con l’avvilente crisma della infantile vanteria. Il saggio ammonirebbe: “Meditate, gente: meditate!”.

E infine: le più appariscenti esibizioni sono nel servilismo delle definizioni anglofone per mascherare la mediocrità. Proprio uno straparlare alla Abbatantuono: “eccezziunale veramente”. Con due zeta.

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