Sbrogiò, Corifeo in Edipo a Colono: “Un silenzio sacrale”

L’attore augustano: “Il Teatro Greco ti regala emozioni che nessun altro teatro è in grado di darti. Negli ultimi anni, poi, si sono affermate rappresentazioni di regia con testi attualizzati che catturano”

 

La Civetta di Minerva, 22 giugno 2018

In questi anni lo abbiamo visto impegnato in molti ruoli diversi, interpretati sempre con il piglio dell’attore appassionato, rispettoso della propria arte e giustamente soddisfatto per l’apprezzamento del pubblico. Finalmente, lo ritroviamo a calcare la scena di quello che pare essere il suo ambiente naturale, il Teatro Greco di Siracusa. Le pietre arroventate dal sole di quello splendido catino di un bianco abbacinante, sentono risuonare dallo scorso maggio, tra le altre, anche la eco della voce di Davide Sbrogiò, attore augustano formatosi nel teatro classico, che ritorna a “casa” nelle vesti del Corifeo nell’ “Edipo a Colono”.

“Sono stati due mesi straordinari – spiega Davide Sbrogiò – soprattutto perché provengo dall’ambiente dell’Istituto del dramma antico. Infatti, mi sono diplomato alla scuola di teatro dell’Ente nel 1994. E’ la settima volta che partecipo alle rappresentazioni come attore e ritorno al Teatro Greco dopo nove anni. Si può quindi immaginare l’emozione che ho vissuto di fronte ad una platea di 5000 spettatori”.

In questi anni di lavoro come hai visto cambiare il clima attorno alle rappresentazioni classiche? Hai notato più interesse o un maggior coinvolgimento?

“Difficile a dirsi. Se mi affido alle cifre, noto che il pubblico è aumentato di anno in anno. Quando ho cominciato con l’Istituto del dramma antico, gli eventi venivano organizzati ogni due anni, da qualche tempo a questa parte le rappresentazioni sono, invece, diventate annuali. All’inizio pensavo che sarebbe venuto meno quell’interesse o quella suspense creati dall’attesa dell’evento, devo dire invece che è accaduto il contrario, infatti, c’è sempre più gente e sempre più attesa per questi spettacoli”.

Come è cambiato il pubblico in questi anni, hai notato una maggiore consapevolezza?

“Per quanto riguarda il mio spettacolo ogni sera è un trionfo e da parte di tutti durante la rappresentazione c’è un silenzio che ha quasi del sacro. L’attenzione pare essere totale, da parte degli spettatori c’è il desiderio di capire cosa sia “Edipo a Colono” e perché sia stato messo in scena in questo modo. In un primo momento, può sempre esserci della diffidenza di fronte ad uno spettacolo che da un punto di vista filologico non ricalca l’aspettativa di vedere scudi, lance e armature. Ma fino ad oggi, la mia soddisfazione è proprio quella di cogliere il desiderio del pubblico di capire fino in fondo quello che accade in scena”.

Come si stanno evolvendo le rappresentazioni classiche?

“Con il passare del tempo sta prendendo piede un teatro sempre più di regia, che porta ad una messa in scena sempre più attualizzata, al contrario di quanto non accadesse diversi anni fa, quando andare al Teatro Greco significava respirare un’aria di maggiore classicità. È un modo di dimostrare come il messaggio degli autori classici sia eterno e arrivi anche ai nostri giorni”.

Questo rinnovato approccio, nella messa in scena teatrale, incide sul vostro modo di recitare?

“Noi abbiamo avuto da Yannis Kokkos, il regista di “Edipo a Colono”, l’invito a non usare dei toni altisonanti o una recitazione antica. Ci siamo calati in una recitazione più pacata, dove la parola diventi il veicolo di tutto e il significato della parola non necessiti di accenti interpretativi propri di un teatro di altri tempi. Questo non vuol dire che non si senta un respiro di classicità, c’è stato infatti un grande rispetto per il testo che non è stato stravolto nella sua essenza”.

Da diversi anni sei anche impegnato nella divulgazione della cultura del teatro presso le scuole, che impressioni hai colto in merito al rapporto tra i ragazzi e il mondo del teatro? Questo viene visto come un autentico strumento di espressione?

“In questi anni, ho lavorato molto occupandomi non solo di teatro, ma anche di pedagogia del teatro, dal 2004 tengo dei laboratori teatrali presso le scuole, enti, associazioni e da ultimo anche presso il carcere di Brucoli. Nei miei laboratori, noto all’inizio due approcci diversi, il primo è proprio di chi si butta a capofitto nell’esperienza, poiché ha un’idea di cosa sia il teatro, negli altri c’è, invece, un misto di curiosità e diffidenza. Fare teatro significa mettersi in gioco e mostrare capacità espressive che magari non si pensava di possedere. È un modo con cui si scopre di avere certe qualità e di poterle affinare. I ragazzi che maturano questa esperienza, poi tornano al teatro con rinnovato entusiasmo. Il teatro, inoltre, insegna il rispetto dei ruoli, insegna ad ascoltarsi, e anche se alcuni insegnanti non gli attribuiscano un ruolo formativo, credo che a scuola, come la musica e la poesia, anche il teatro possa essere altamente formativo, anche da un punto di vista relazionale”.

Come immagini il futuro del tuo rapporto con il Teatro Greco, pensi di tornare presto in scena o credi passeranno ancora nove anni?

“Mi auguro non debba passare un tempo così lungo, anzi spero di costruire un rapporto con l’Ente che mi ha formato e che mi ha regalato emozioni straordinarie, il Teatro Greco ti regala emozioni che nessun altro teatro è in grado di darti. Credo, inoltre, che confrontarsi con registi diversi sia un’occasione straordinariamente formativa”.

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