La tournèe in Francia del gruppo folk siracusano nel racconto del suo protagonista. A Tourquoi molti emigrati furono delusi: speravano nelle classiche canzoni siciliane, ma a Valentienne…
La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018
Nantes. Dopo trent’anni, ho un ricordo frammentario del nostro arrivo a Nantes. Mi pare che l’aereo sul quale ci imbarcammo a Parigi e col quale atterrammo fosse a elica, piccolo; non so se fosse mattina o sera, ma rivedo, distinto, Paolo Fazzino che stava ad aspettarci sorridente allo scalo. Poi, dell’attesa prima del giorno del concerto, ho un vero e proprio vuoto di memoria. Solo una percezione chiara emerge: un senso appagante di felicità, di tranquillità. Ma la sera dell’esibizione, nel grande teatro, quella la ricordo bene e resta memorabile per il calore con cui il pubblico ci accolse.
Il giorno successivo un giornale, “POCHE , le guide de vos loisirs”, riportò la cronaca dell’evento con parole delicate, emozionanti, che rispecchiavano l’atmosfera che si era creata la sera precedente: “Lo spettacolo di questa sera è molto particolare: una famiglia siciliana, venuta da Siracusa, I Caliri, canta il proprio paese. Il padre alla fisarmonica, la madre alla chitarra acustica, la figlia al tamburello o al flauto e il figlio con uno strano piccolo pezzo di canna di quindici centimetri, non di più, dal quale egli trae dei suoni di una purezza, di una precisione e di un’ampiezza straordinari. Essi sono seri come dei papi, o come dei Siciliani se voi volete, un po’ sperduti sulla grande scena, immobili, modesti. Ci vorrà un’ora e il calore della sala per sorridere finalmente un po’. Essi interpretano dei brani di loro composizione, ballabili o nostalgici, e quando cantano “La voce del vento”, “Il volo” o “La tristezza del tempo perduto”, la loro musica ha degli accenti vicini a quella delle Ande: un calore, un’emozione che fanno venire un grosso singhiozzo di tenerezza malinconica. Dietro le note così chiare del fischietto, c’è il soffio del vento di Sicilia. Essi ci fanno amare il loro paese, e loro stessi, noi li amiamo. Bisogna assicurare loro tutta la serata poiché il gruppo polacco previsto dopo non è più arrivato. Ma se essi avessero dato ascolto alla sala, avrebbero potuto suonare tutta la notte”.
Dopo, riunitici nell’ufficio del teatro, gli organizzatori della manifestazione erano molto contenti, affettuosi come se ci conoscessimo da sempre. Al momento di saldare il compenso, ci diedero molto di più di quanto pattuito, con naturalezza, con dolcezza, come se fosse una cosa normale dopo una simile serata. Un gesto tanto generoso non si è verificato mai più nella mia carriera di musicista.
La tournèe proseguì nel nord della Francia. A Tourquoi suonammo nella sede del conservatorio e la sala era gremita per la maggior parte di siciliani anziani che erano emigrati diversi decenni prima e, stranamente, come qualcuno ci aveva detto, non erano mai più tornati in Sicilia. Ascoltavano in silenzio, con la massima attenzione, ci parve, ma in effetti erano solo increduli, sbigottiti e forse delusi perché si aspettavano da noi le classiche canzoni siciliane e di sicuro non riuscivano a capire il repertorio che proponevamo.
La medesima cosa riscontrammo all’inizio del concerto a Valentienne, sempre nel salone del conservatorio. Qui, per fortuna, tra gli spettatori c’erano parecchi giovani francesi i quali, non appena afferrarono il significato e la novità della nostra musica, manifestarono un entusiasmo tale che fu come una sveglia tra il pubblico. L’atmosfera allora subito cambiò e ci sentimmo rinfrancati.
Prima di rientrare in Sicilia, ci fermammo qualche giorno a Parigi dove due episodi mi sono rimasti impressi. Il primo, il pernottamento in un albergo di Montmartre dove qualcuno tentò di forzare la porta della camera dove dormivamo io, Cecilia e Manlio. Quella camera inizialmente doveva essere occupata da mia moglie, mia figlia e D., la ragazza di Manlio. All’ultimo momento avevamo deciso diversamente. La mia voce allarmata e quella di mio figlio fecero allontanare i male intenzionati. Il secondo episodio si riferisce alla visita al Louvre nei cui saloni io e Cecilia ci inoltrammo quasi con sgomento nell’ammirare tanta bellezza. Eravamo molto stanchi quella mattina ma, come per incanto, l’eccitazione cancellò del tutto la stanchezza. I miei figli e D. avevano preferito visitare i monumenti della città: non sapevano che il Louvre racchiudeva molti dei tesori più incredibili del mondo intero, non solo artistici.

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