Non si contano gli erroracci grammaticali sugli elaborati. Sette anni di studi, invece che otto, accorciano i tempi ma pregiudicano i risultati
La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018
L’immagine Cede non ha scoperto nulla di nuovo. Meglio, ha ribadito quel che già si sapeva: l’analfabetismo strumentale di gran parte dei nostri diciottenni e in particolar modo dei licenziati della scuola media inferiore.
Altre agenzie, altre istituzioni universitarie avevano messo il dito sulla piaga. La lingua italiana è la grande malata della nostra cultura media. Scomparsi i congiuntivi, i condizionali, ignorato il significato di parole semplicissime: remunerativo, causale, domicilio… Ad essere spietati c’è da aggiungere che non si contano gli erroracci grammaticali sugli elaborati in lingua italiana agli esami di Stato, così come è notorio l’uso scorretto della nostra lingua italiana anche a livelli elevati. Negli uffici le domande sono di “concedo”, l’istante pone le sue richieste prima in terza persona (il sottoscritto), poi sbrigativamente in prima persona (io). Insomma del famoso leggere scrivere e far di conto si è perduta memoria. Abbiamo il computer, sappiamo navigare su Internet, visitiamo biblioteche nazionali ed estere con agevole speditezza, ma abbiamo perduto le conoscenze anche elementari della nostra parlata. E il bello è che i nostri ragazzi parlano anche a scuola una lingua che è a mezza strada tra il siciliano e l’italiano (Camilleri docet!).
Alla illustrazione dei risultati dell’indagine Cede era presente il nostro ministro della Pubblica istruzione. Quali impressioni egli abbia tratto dalle sconvolgenti annotazioni non è dato sapere. Anche perché sarebbe interessante apprendere quale miglioramento qualitativo della nostra istituzione egli attenda dal suo discutibilissimo “riordino dei cicli”. Che non servirà a lenire i mali della nostra scuola, ma concorrerà ad aggravarli. Sette anni di studi invece che otto accorciano i tempi, ma pregiudicano i risultati, la fusione materna, elementare, media affida gli istituti comprensivi a docenti che non hanno competenze specifiche per tutti e tre i rami della istruzione. Maestri e professori viaggiano su binari diversi destinati al perpetuo distinguo.
Temibilissima è l’onda anomala prevista, non è detto che sull’altare della riforma non si debba sacrificare un numero rilevante di cattedre. Checché ne pensino gli innovatori, la ricetta della nuova scuola deve sicuramente tener presenti i sussidi della tecnologia, ma non potrà fare a meno della insostituibile “voce” del docente, non potrà non raccomandare agli studenti le lunghe fatiche dello studio. “I forzati del libro” non sono figure ingiallite del passato, ma creature ancora attuali per un futuro che alle famose tre “i” intenda affiancare una seria cultura a misura d’uomo. Chi si ostinasse a ritenere che col solo computer si possa pervenire a decorosi traguardi culturali, è tra i fautori di un degrado scolastico ormai palese.
Le nostre non sono nostalgie del passato, ma considerazioni amare su quel che oggi è la nostra scuola. Ci si prepari a riformarla dando peso al primo nutrimento culturale che è l’ apprendimento della nostra lingua, mezzo insostituibile di comunicazione. Chi non sa comunicare, non capisce quel che dicono gli altri. Nell’era tecnologica somiglia ad un cieco che col computer in mano brancola nel buio.

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