Il mondo del lavoro è fondato sulle competenze, specie del digitale che evolve velocemente. Urgono per i giovani percorsi formativi che uniscano le dimensioni tecnica e umanistica
(Giambattista Totis) La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017
E’ di qualche tempo fa la polemica, sempre aspra e sempre radicale, con il ministro dell’istruzione sulla necessità di adeguare il percorso di studi a quello europeo, fatto che comporta, tra l’altro e non solo, la riduzione di un anno del percorso scolastico alle superiori.
Alla tiritera dei soliti allarmatori seriali che, ad ogni novità, senza un minimo di riflessione avanzano previsioni catastrofiche su presunte demolizioni della scuola pubblica, si sono aggiunti i “nuovi” politici a 5 stelle, i quali non perdono occasione di cavalcare qualunque protesta trascurando bellamente che decenni di tran tran, di ipergaranzie a prescindere e mancate verifiche sulla qualità del lavoro svolto hanno segnato la nostra scuola avviandola verso un declino inesorabile. Alla protesta non è seguita alcuna riflessione né alcun approfondimento sui motivi che hanno reso necessaria la proposta. Lanciato l’allarme e manifestato lo sdegno ci si è occupati d’altro come se la scuola fosse paragonabile a un qualsiasi ufficio pubblico inutile (come quei tanti che infestano il paese) la cui sorte fosse ininfluente sullo sviluppo del paese e sulla sua capacità di rispondere alle varie crisi che, in assenza di risposte adeguate, ci rendono sempre più poveri.
Eppure siamo sempre più consapevoli che la qualità della nostra scuola, la sua capacità di incidere sulla conoscenza e sulle competenze dei giovani è essenziale; ciò dovrebbe spingerci ad essere sempre più attenti e responsabili nell’occuparcene. Ma tant’è! Ormai nell’era dei social uno slogan è più interessante di una analisi: il tempo va vissuto in fretta ed è sempre meno importante quale sia la qualità del tempo vissuto o del tempo raccontato.
Eppure sono sufficientemente presenti, almeno nella letteratura specializzata, le problematiche relative alla qualità della scuola e alla natura dei problemi che non riesce a risolvere: ad esempio quella della disarmonia tra numero di disoccupati nel mondo giovanile e quantità dei posti disponibili e che non si riescono ad occupare, come denunciato da un recente studio del sistema Excelsior di Unioncamere. Excelsior stima che fra agosto e ottobre di quest’anno entreranno nel mercato del lavoro 875.600 persone, di cui il 34% (circa 300.000 unità) saranno giovani fino a 29 anni.
Se si considerano le dieci professioni con maggiore difficoltà di reperimento, le statistiche mettono in evidenza una particolare sofferenza in tre ambiti fra loro collegati: i tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, dove la difficoltà di reperimento è massima (63%), gli operai nelle attività metalmeccaniche e elettromeccaniche (47%) e gli operai nelle attività metalmeccaniche richiesti in altri settori (47%). In totale si stima che, nei prossimi tre mesi, circa 40.000 giovani entreranno nel mondo del lavoro senza che vi sia una adeguata regolazione a livello di mercato del lavoro.
I dati dovrebbero, quindi, farci interrogare su come avviare percorsi di revisione della proposta formativa oggi presente utili a rispondere ai bisogni del sistema paese e che permetta ai giovani di crearsi un futuro. La velocità della trasformazione ci sfida a vedere in tutto questo una riflessione non più rinviabile in ogni settore della vita del paese e, quindi, in primo luogo nella scuola. Una prima risposta su come superare questa anomalia la troviamo su ciò che si è fatto a livello internazionale: puntare sulla formazione tecnica post diploma. Da qui la necessità di ridurre il percorso di studi generalista e rafforzare la componente che consente di fornire conoscenze e competenze cruciali, in particolare per quelle medie imprese che oggi affrontano la rivoluzione della manifattura digitale
Uno strumento sono gli ITS che oggi sono incardinati in oltre 90 fondazioni su scala nazionale e che però sono pochi. Oggi gli studenti iscritti agli ITS sono inferiori alle 10.000 unità contro gli 800.000 nella Germania e i 240.000 in Francia. Gli ITS hanno svolto un lavoro essenziale nel collegare il mondo della scuola con il mondo delle imprese ottenendo risultati significativi dal punto di vista dell’inserimento dei diplomati all’interno del mondo del lavoro, soprattutto al nord, dove un rapporto tra scuola ed impresa è più pregnante; ciò non è successo al sud dove si fanno solo chiacchiere sui giornali e raramente si mettono in campo percorsi utili e conducenti. Per tutti valga quello che si è visto nella regione Sicilia sui poli formativi (il bando emesso nel 2013, ancora oggi, non ha determinato decisioni e provvedimenti esecutivi). Spesso questi percorsi appaiono ai più solo un prolungamento del percorso scolastico precedente perché (in particolare nel mezzogiorno d’Italia) organizzati e svolti in modo che definire inadeguato è un eufemismo e che non hanno alcuna relazione con il mercato del lavoro e le sue esigenze; è necessario, invece, rendere più appetibili questi percorsi lavorando sul metodo didattico e sulla correlazione ai bisogni delle imprese. I giovani devono poter capire cosa e come si apprende all’interno di un percorso di formazione tecnica superiore. Non sarebbe sbagliato, in questo senso, utilizzare, con umiltà, i risultati delle importanti sperimentazioni che il Miur ha avviato nel corso dell’ultimo anno per innovare e rendere omogenea la didattica all’interno degli istituti e differenziare l’apprendimento negli ITS rispetto ai percorsi universitari.
Un secondo problema è legato alla mentalità con cui, specie nella società meridionale sono considerati questi percorsi. Essi sono percepiti come attività di serie B destinate sempre ai figli di qualcun altro. L’offerta formativa espressa dagli ITS deve acquisire la stessa legittimità delle lauree triennali recuperando legittimità sociale e culturale. Bisogna convincersi che una parte rilevante del futuro della nostra economia sarà in mano a persone capaci di svolgere lavori che coniugano saperi diversi e sempre più si riveleranno fondamentali per la competitività delle nostre imprese.
Un altro elemento importante da prendere in considerazione è quello legato all’influenza nella nostra vita del digitale; esso si evolve a velocità impressionante il che pone l’interrogativo su quali debbano essere le competenze da sviluppare per garantire ai nostri giovani una base utile per inserirsi nella comunità; questa domanda necessita una discussione sulla visione prospettica del lavoro nel futuro che, finalmente, porti ad acquisire la consapevolezza che sono necessari e urgenti quei percorsi formativi che uniscono le dimensioni tecnica e umanistica ed abbandonino una volta per tutte la stantia e pericolosa visione di una presunta gerarchia dei saperi e dei percorsi scolastici. E’ fin troppo chiaro, ormai, che è necessario ripensare criticamente ai confini nei quali in passato venivano chiuse le attività della formazione e della produzione, della tecnica e dell’arte. Oggi, il valore si concentra sulla conoscenza e la conoscenza essendo dinamica, non ha confini, si alimenta di ricerca e di formazione, si coglie e si genera in relazione a una visione del mondo e bisogna fare in modo che questa sintonia non sia appannaggio solo di una ristretta minoranza di persone.
Occorre acquisire tempestivamente le competenze necessarie ad affrontare con successo l’evoluzione esponenziale con la quale le tecnologie si evolvono, ma c’è sempre il rischio che la durata dei cicli di formazione renda le competenze disponibili sul mercato solo quando le tecnologie che ne hanno stimolato la necessità siano ormai state sostituite da altre.
E’ arrivato il momento di riaffermare, con ancor più convinzione, quanto sia necessario restare concentrati sul nostro essere uomini, allargando lo spettro degli interessi, stimolandone il pensiero critico e creativo, attraverso una flessibilità multidisciplinare, sviluppandone questa forma mentis e rafforzando una mentalità di crescita, incoraggiando la curiosità e la sperimentazione, favorendo l’attitudine a confrontarsi sempre con cose nuove, considerando le diversità come opportunità per porsi domande e non ancorarsi alla quotidianità, sempre uguale e sempre meno sostenibile, perché il futuro dipende in massima parte da questo.

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