Sistema Amara. Accolta l’istanza di impugnazione dell’avv. Davide Bruno, legale del Comune di Siracusa

Ancora una volta, in una sorta di gioco a scacchi, nella complessa vicenda giudiziaria del cosiddetto Sistema Amara, assistiamo a una divergenza di posizioni nell’ambito della magistratura giudicante. È successo altre volte, nei tanti rivoli processuali di fatti che hanno avuto il loro battesimo qui, nel nostro triangolo industriale, che, a fronte di decisioni ritenute troppo clementi, tra i giudici si siano verificate contrapposizioni.

Ora è la volta della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Messina che ha accolto l’istanza di impugnazione della sentenza di secondo grado n. 656/2025 ex art 572 cpp dell’avvocato Davide Bruno, legale del Comune di Siracusa costituitosi parte civile, il solo a fare questa scelta, critico nei confronti del generale processo di ‘rimozione’ e/o sottovalutazione di quelle gravissime vicende, e delle ricadute che esse hanno avuto sulla nostra comunità a diversi livelli, che da tempo si avverte in città.

Come è noto, l’inchiesta originaria aveva svelato l’esistenza di un sistema corruttivo con epicentro a Siracusa, finalizzato a manipolare atti giudiziari. A coordinare la rete gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore i quali, secondo l’accusa, per ottenere sentenze e perizie favorevoli a propri clienti, avrebbero “comprato” la complicità del magistrato Giancarlo Longo (PM a Siracusa) e di altri professionisti.

La sentenza del 28 aprile 2025 ha riformato in parte la condanna di primo grado del Tribunale di Messina n. 1683/2022, assolvendo con formula piena o dichiarando la prescrizione per la maggior parte dei consulenti tecnici coinvolti, mentre ha confermato – seppur con qualche ritocco – le posizioni dei protagonisti chiave, come l’ex senatore Denis Verdini, il giudice del CGA Giuseppe Mineo e il giornalista Giuseppe Guastella.

In sostanza, i giudici del secondo grado hanno ritenuto di dover parzialmente riscrivere la geografia delle responsabilità distinguendo tra i presunti “cervelli” dell’organizzazione e i professionisti “satelliti” sulla scorta di una lettura giuridicamente più restrittiva della prova della corruzione.

Il punto centrale della decisione della Corte d’Appello fonderebbe infatti su un principio espresso dalla Cassazione (sentenza n. 14227/2023): la sola nomina a consulente tecnico e il pagamento del compenso professionale non costituiscono prova sufficiente del reato di corruzione. Per la condanna, è necessario dimostrare l’esistenza di un patto corruttivo specifico, l’erogazione di un’utilità extra rispetto al dovuto e la piena consapevolezza del disegno criminoso da parte del professionista.

Facendo proprio questo assunto, la Corte ha così smontato l’ipotesi accusatoria nei confronti dei consulenti come abbiamo raccontato nel giugno scorso

https://www.lacivettapress.it/2025/06/12/cera-una-volta-il-sistema-siracusa/

La Corte d’Appello di Messina ha di fatto abbandonato l’ipotesi, la lettura, di un “sistema corruttivo diffuso” che coinvolgeva indiscriminatamente tutti i professionisti coinvolti nelle vari vicende insieme al PM Giancarlo Longo, e ha distinto le responsabilità tra chi ha avuto un ruolo attivo, consapevole e direttamente remunerato nell’illecito, riconfermando (ma con maggiore benevolenza nella condanna finale) i ruoli chiave dei politici (Verdini), dei magistrati infedeli (Mineo) e dei finanziatori/corruttori (Ferraro, Guastella), e chi, pur operando in quel contesto, non avrebbe ricevuto benefici extra-legali né avrebbe dimostrato di aderire al patto criminoso, assolvendo o prosciogliendo per prescrizione i tecnici professionisti.

Ma per l’avvocato Davide Bruno tale pronuncia si presta a rilievi di incoerenza sia rispetto alla sentenza di primo grado del 27 settembre 2022 sia alla sentenza d’appello dell’aprile dell’altr’anno le cui motivazioni sono state depositate solo l’11 marzo scorso. La ‘indulgenza’ manifestata dai giudici di secondo grado mal si concilierebbe con l’intrico complesso della “Galassia Siracusa” così come da loro stessi definita. Un sistema fondato sulla “interdipendenza relazionale e la riconduzione ad un unico centro del malaffare, ubicato in Siracusa e radicato nelle plurime, tentacolari e multilivello attività del duo Amara-Calafiore e ai loro referenti politici e giudiziari” a cui tecnici e professionisti sarebbero stati comunque funzionali.

Alla Procura Generale dunque la prossima mossa.

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