La sentenza della Corte di Appello di Messina ha decisamente ridimensionato le responsabilità degli imputati del filone principale del cosiddetto ”Sistema Siracusa”. Alcune nostre considerazioni, in attesa delle motivazioni della sentenza (anche sul cartaceo in edicola con L’Isola dei Cani)
Dovremo aspettare almeno fine luglio, per conoscere le motivazioni della sentenza del 28 aprile 2025, della Corte di Appello di Messina intrisa di clemenza rispetto alla sentenza di primo grado (la n.1683 del del 27 settembre 2022) che in 157 pagine aveva messo in evidenza con un giudizio durissimo le pesantissime responsabilità dei tanti attori del filone principale di quel Sistema Siracusa fondato su una corruzione giudiziaria ai massimi livelli, che ha avuto i suoi pilastri negli avvocati ‘nostrani’ Piero Amara di Augusta e Giuseppe Calafiore di Siracusa. Un’intricata rete di rapporti illeciti tra imprenditori, magistrati, politici, avvocati e consulenti che ha rappresentato uno dei momenti più bui nella storia della nostra nazione e che forse pochi ancora ricordano per quello strano vizio tutto italico della memoria a scartamento ridotto. Relazioni che hanno profondamente inquinato la vita della nostra città con un enorme danno economico mai quantificato e con ricadute dolorose sull’esistenza di persone che hanno avuto l’unica colpa di fare correttamente, doverosamente, il proprio lavoro.
Forse solo chi ha ancora ben chiara quella vicenda, che ne è stato in un modo o nell’altro protagonista, che ne ha misurato l’abisso di degrado etico, la gravità dei reati commessi per favorire il gruppo imprenditoriale Frontino, l’aggressione perpetrata nei confronti dell’ambiente (i fatti legati alla discarica Cisma) come del paesaggio (il tentativo di cementificare, ulteriormente, il pianoro dell’Epipoli), oggi non può che indignarsi per l’epilogo di questo enorme scandalo alla luce delle decisioni della Corte di Appello di Messina. E non sappiamo se nelle motivazioni che arriveranno troveremo da parte dei giudici convincenti ragioni per l’essere andati in senso contrario alle pesanti parole di condanna dei colleghi del primo grado. O se continueremo a pensare che abbiano pesato su di esse lo sfumare, il perdersi anche di quel poco di attenzione per quei gravissimi fatti che ancora qualche anno fa si avvertiva, proprio come è andato perdendosi nelle nebbie il caso Palamara.
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Questo secondo grado del processo si è concluso infatti con una riduzione, o annullamento, delle pene per quasi tutti gli imputati, con la sola conferma delle precedenti condanne in due casi: i 2 anni a Denis Verdini, ex senatore di Alleanza Liberal Popolare, costola di Forza Italia, inizialmente imputato di illecito finanziamento ai partiti, reato poi riqualificato in concorso in corruzione, e 1 anno e 6 mesi al direttore de Il Diario Giuseppe Guastella ‘voce mediatica’, diffamante, del suo dante lavoro, e denaro, avv. Amara.
È stato anche assolto con formula piena, “per non aver commesso il fatto”, l’imprenditore romano Fabrizio Centofanti, in primo grado condannato a 6 anni per corruzione in atti giudiziari. A lui si contestava di aver sostenuto, in occasione del Capodanno 2014, le spese di un viaggio a Dubai, in favore di Amara, Calafiore e del pm Giancarlo Longo (nonché dei rispettivi familiari) che sarebbe stato organizzato per stabilire ‘utili’ collegamenti tra l’imprenditore e il magistrato. Per i giudici di appello non c’era prova che Centofanti fosse a conoscenza dell’esistenza di tale accordo (in un altro procedimento per presunta corruzione, quello che ha visto come imputato principale l’ex magistrato Luca Palamara, Centofanti ha patteggiato una condanna a un anno e sei mesi).
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Alcuni ‘sconti’ di pena sono stati fatti grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche. Per l’ex magistrato del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia Giuseppe Mineo, all’epoca chiamato con i colleghi a esaminare i ricorsi amministrativi proposti dalle società del gruppo Frontino, la condanna da sei anni e due mesi in primo grado è stata ridotta a 4 anni (uno sconto che si è aggiunto alla prescrizione del reato di falso: un “premio” in aggiunta alla lentezza della giustizia?). E così, il factotum, braccio operativo di Amara, Alessandro Ferraro ha usufruito (perché no?) del concordato di pena con la Procura generale, e la condanna dai 7 anni del primo grado è stata ridotta in appello a 4 anni e sei mesi.
Eppure, proprio in relazione alle attenuanti generiche, così scrivevano nel 2022 tre giudici della prima sezione penale del Tribunale di Messina: “Nessuno degli imputati è meritevole del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. Le condotte a loro carico esaminate nell’ambito del presente processo si inseriscono in un più ampio contesto di arrogante strumentalizzazione e distorsione della funzione giurisdizionale per il perseguimento di interessi privati, a cui ciascuno degli imputati ha consapevolmente dato il proprio apporto. L’azione di ciascuno di loro si inserisce quindi in un unitario programma criminoso, che giustifica il riconoscimento del vincolo della continuazione”.
E poi una sorta di ‘libera tutti’ per i consulenti, assolti nell’appello che ha ribaltato le condanne che erano state inferte in primo grado e che, sempre in attesa di conoscere le nuove motivazioni, ricordiamo: Mauro Verace in primo grado era stato condannato a 6 anni e 9 mesi perché, secondo l’accusa, nominato CTU dal pm Longo nel procedimento 10604/13, avrebbe redatto una consulenza ideologicamente falsa al fine di dimostrare la veridicità della Comunicazione di fine lavori trasmessa dalla società Emmea del gruppo Frontino al Comune di Siracusa, nonché la legittimità della comunicazione per la realizzazione di opere interne, la conformità del fabbricato al progetto a cui si riferiva la concessione edilizia, ecc.
Gianluca De Micheli nel processo di primo grado era stato condannato a 3 anni e 6 mesi perché ritenuto responsabile, nella qualità di consulente tecnico nominato da Longo nel proc. pen 11964/15 di aver stigmatizzato gli accertamenti della Guardia di Finanza a carico delle società del gruppo Frontino con conclusioni che si basavano su analisi non rigorose o incomplete.
Per Salvatore Pace, anche lui assolto in appello come gli altri consulenti, in primo grado la condanna era stata di 6 anni e 5 mesi in quanto, nominato CTU dinanzi al CGA, avrebbe formato su impulso di Calafiore due perizie ideologicamente false in nelle quali sovrastimava a favore di Open Land il danno che la stessa società asseriva di avere sofferto. Tutti e tre, dichiarata la prescrizione per l’ipotesi di falso (!), sono stati assolti dal reato di corruzione.
Invece per Vincenzo Naso, nominato allora consulente tecnico dal C.G.A, nel contenzioso AM Group – Soprintendenza di Siracusa, l’accusa era di aver scritto, sempre su impulso dell’ex avvocato Calafiore, una relazione ideologicamente falsa sovrastimando l’asserito danno: in primo grado la condanna era stata di 6 anni e 2 mesi di reclusione, mentre ora la Corte di Appello ha stabilito di “non doversi procedere” perché giudicato in altre circostanze.
Nel giudizio di primo grado così i giudici si esprimevano in merito: con il pm Giancarlo Longo “la strumentalizzazione della funzione inquirente ha assunto carattere sistematico e spregiudicato, con metodi collaudati e in vicende di elevato impatto sociale ed economico, ‘infettando’ l’applicazione della legge, anche con l’apporto di consulenti tecnici e pubblici ufficiali infedeli che hanno fornito conclusioni frutto di mercimonio e di indicazioni esterne”.
La matrice unitaria del Sistema Siracusa era, per quei giudici, l’unica chiave di lettura delle condotte dei consulenti, che quindi non avrebbero potuto essere giudicate fuori dal contesto in cui erano iscritte, per esempio solo come frutto di superficialità come hanno sostenuto i loro legali.
La lettura dei fatti “deve essere compiuta in modo costantemente ‘sinottico’, cogliendo cioè il filo conduttore di visibili e similari metodi di alterazione criminosa delle cadenze dei procedimenti, con il preciso scopo, foraggiato dalla corruzione di Longo, di fare gli interessi di soggetti e imprese legate ad Amara e Calafiore” concludevano.
Leggeremo dunque con interesse le motivazioni della Corte di Appello che hanno determinato la diversa decisione e ovviamente ve ne daremo conto.

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