Pubblica Amministrazione e Trasformazione Digitale. Verso la democrazia ammnistrativa (2° parte)

La trasformazione digitale di un Comune non si misura in proclami, ma nella capacità di tradurre le risorse in servizi, diritti e trasparenza.

Nella prima parte di  https://www.lacivettapress.it/2026/01/19/digitalizzare-per-chi-la-cittadinanza-che-manca-dietro-i-miliardi-del-pnrr/  abbiamo visto come la digitalizzazione rischi di restare opaca se non si accompagna a una chiara visione politica. Ora il punto diventa un altro: cosa si può fare davvero con i fondi PNRR? È entrando nei numeri, nelle misure e nei progetti che la vicenda assume contorni ancora più nitidi.

Basterebbe osservare, a titolo esemplificativo, proprio la traiettoria della virtuosa Messina, nona città in Italia nella classifica City Rank sulla maturità digitale urbana, per comprendere quanto la scelta di investire i fondi PNRR e gli altri programmi comunitari non sia un fatto meramente tecnologico bensì un atto amministrativo dotato di intenzionalità politica, perché la digitalizzazione non si è fermata alla compliance con le piattaforme nazionali o alla ristrutturazione del front-office digitale, ma è stata piegata verso la semplificazione effettiva: avviando progetti di portali all’interno dei quali il cittadino può finalmente seguire l’intero ciclo del proprio procedimento amministrativo senza dover inseguire uffici, senza telefonate, senza sportelli né suppliche. Sembra fantascienza? Ma l’analogia è ormai diventata ovvia per chiunque abbia fatto un acquisto online: compri un libro o un elettrodomestico e nel giro di pochi secondi puoi sapere se l’ordine è stato preso in carico, quando verrà spedito, dove si trova, a che ora arriverà. Quindi ciò che per il mercato è dato per scontato, nella pubblica amministrazione è ancora vissuto come un’utopia, eppure, il tracciamento del procedimento amministrativo è previsto dallo stesso Codice dell’Amministrazione Digitale, è un diritto già scritto nella legge e non un favore concesso ai contribuenti più insistenti. Il PNRR non fa che finanziare ciò che la norma già impone e Comuni così virtuosi non hanno inventato la tracciabilità, hanno semplicemente avuto la lucidità di trasformare l’adempimento in servizio, il servizio in esperienza e l’esperienza in politica pubblica.

È proprio questo il punto nevralgico: quando i finanziamenti europei non vengono assorbiti come adempimenti ma come opportunità, la digitalizzazione diventa un linguaggio di governo perché la trasparenza non è un valore morale ma un dispositivo di controllo sociale: se posso verificare lo stato della mia pratica edilizia, se posso vedere chi è il responsabile del procedimento, se posso conoscere le scadenze, se posso anticipare i tempi, il Comune non è più un labirinto di competenze ma un servizio in cui i diritti amministrativi sono esercitabili senza intermediazione. Non è tecnologia, è democrazia amministrativa.

E ciò che rende ancora più interessante questo tipo di esperimenti è che la semplificazione non si limita allo sportello dei servizi: infatti una delle frontiere più avanzate della trasformazione digitale riguarda l’accessibilità dell’albo pretorio e, più in generale, la leggibilità degli atti amministrativi. Perché l’albo, nonostante sia il luogo dove si compie la pubblicità legale, è anche lo spazio in cui la distanza fra cittadino e amministrazione si manifesta nella forma più cruda, un archivio di delibere, ordinanze e determinazioni redatte in un linguaggio tecnico, normativo, intriso di riferimenti giuridici che il cittadino ordinario non possiede e che non è tenuto a possedere. È proprio in questi territori che l’intelligenza artificiale può intervenire non come gadget, ma come strumento di traduzione democratica: finestre conversazionali in grado di riassumere l’oggetto dell’atto, spiegare chi riguarda, indicare quali effetti produce e con quale tempistica, restituendo ciò che la legge già prevede – la pubblicità – ma in una forma che consente alla collettività di comprenderla, verificarla, discuterla.

Un intervento di questo tipo non serve a modernizzare un sito web, serve a modernizzare la cittadinanza. Perché l’albo pretorio è oggi, di fatto, un confine culturale: chi conosce il linguaggio burocratico, chi sa leggere un atto amministrativo, chi sa interpretare un richiamo normativo ha accesso al potere informativo; chi non lo possiede resta ai margini, pur essendo formalmente destinatario degli stessi diritti.

La semplificazione semantica e strutturale dell’albo non è quindi un esercizio tecnico, ma un atto di giustizia amministrativa: significa abbattere un divario che non è tecnologico, ma cognitivo; significa sottrarre la pubblicità legale all’interpretazione degli iniziati e riconsegnarla al corpo civico; significa, soprattutto, riunire ciò che la burocrazia ha separato il diritto di essere informati e la capacità di comprendere l’informazione.

E in questo scenario la digitalizzazione svela il suo carattere più politico.

Perché il potere non passa soltanto attraverso le decisioni, ma anche attraverso la leggibilità delle decisioni; e un’amministrazione che espone i propri atti in modo comprensibile è un’amministrazione che accetta di essere scrutinata. Si parla spesso di digital divide, ma raramente si parla del divide più antico: quello tra chi può leggere lo Stato e chi può soltanto subirlo. La semplificazione dell’albo pretorio sarebbe perciò il primo esperimento serio per colmare quel divario, cancellando l’asimmetria culturale che separa il cittadino dall’apparato e restituendo all’amministrazione il suo senso originario: essere al servizio della collettività.

È uno scenario ancora in costruzione ma che pone una questione precisa e non più eludibile: la digitalizzazione non serve ad accelerare le procedure, serve a renderle leggibili e quando le procedure si fanno leggibili, la democrazia si fa verificabile.

E allora, a distanza di anni dall’approvazione del CAD e a miliardi di euro dal PNRR, vale la pena domandarsi a chi appartenga davvero la digitalizzazione: se appartenga all’amministrazione, che la vive come esercizio di modernizzazione procedurale; agli apparati tecnologici, che la interpretano come terreno di sperimentazione; o ai cittadini, che dovrebbero poterne trarre diritti, trasparenza, comprensione e controllo. E se non è ai cittadini che appartiene, a chi dovrebbe appartenere?

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