La trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione è spesso raccontata come un fenomeno tecnico, fatto di piattaforme, software e adempimenti. Eppure, è in realtà una questione profondamente civile, politica e democratica: riguarda il modo in cui lo Stato si rende leggibile ai suoi cittadini. Con questa rubrica proveremo a capire cosa significa davvero “innovare un Comune”: quali strumenti esistono, come si usano, quali diritti garantiscono e cosa cambia quando un’Amministrazione decide di farlo davvero. Questo primo contributo apre la domanda: digitalizzare per chi?
Si potrebbe raccontare che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sia un flusso di miliardi in discesa dalle altezze di Bruxelles, una pioggia di investimenti pensata per rianimare le infrastrutture fragili del Paese e che tra quei capitoli di spesa ci sia anche la voce più silenziosa e allo stesso tempo più ambiziosa: la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Ma a storia vera inizia molto più in basso, quando questi fondi raggiungono i Comuni, si innestano nelle loro burocrazie, si mescolano ai loro vizi amministrativi, e infine si lasciano leggere – o non leggere – dai cittadini che dovrebbero beneficiarne. È lì che il PNRR diventa politico, giuridico, sociale: è lì che si decide se la trasformazione digitale sarà una promessa o un fatto.
Siracusa, setaccio di civiltà, tesoro barocco e città che da anni rincorre la propria modernizzazione, è uno dei luoghi in cui questa vicenda assume la forma più eloquente. Perché Siracusa i fondi li ha ottenuti, li ha visti transitare per i capitoli di bilancio, ha imboccato le stesse misure della Missione 1 dedicate alla trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione: dalla Piattaforma Digitale Nazionale Dati alla migrazione al cloud, da PagoPA alla App IO, fino alle notifiche digitali e alla digitalizzazione dei procedimenti edilizi e, tuttavia, ciò che non appare è la trama che li tiene insieme, la visione di lungo periodo, il documento che racconta come quel denaro pubblico, vincolato a obiettivi precisi dalla disciplina europea, dovrebbe trasformarsi in servizi migliori, più accessibili, più trasparenti e, conseguentemente, il cittadino che volesse capire quanto PNRR stia muovendo la città troverebbe solo schede sparse, pagine nascoste in angoli remoti del portale istituzionale, senza una cifra complessiva, senza un cronoprogramma leggibile o (magari) senza una dichiarazione politica o amministrativa che dica: «Ecco come Siracusa cambia attraverso questi fondi, ecco a che punto siamo, ecco cosa manca, ecco il patto che stiamo stringendo con voi».
A poco più di cento chilometri di distanza, invece, la vicina Messina sceglie un’altra narrazione: pubblica un Piano Triennale per la Transizione Digitale che non è solo un adempimento, ma un manifesto in cui l’amministrazione espone la propria strategia, nomina le piattaforme e traduce le varie misure in una roadmap verificabile, riconoscendo che nella digitalizzazione non c’è solo tecnologia, ma relazione di fiducia.
La differenza tra Siracusa e Messina, quindi, non si misura solo nel quantum delle risorse, ma nella qualità della governance, cioè nel modo in cui un Comune sceglie di raccontare ai cittadini ciò che fa con i soldi comuni, nel modo in cui rende leggibile ciò che altrove resta opaco, nel modo in cui interpreta quel capitolo misterioso che si chiama accountability.
La domanda, quindi, se posta così, diventa inevitabile: che cosa significa per una comunità amministrata non poter ricostruire la propria transizione digitale? Qual è il costo democratico del non sapere se la propria città stia davvero migrando verso servizi più accessibili, più interoperabili, più trasparenti? E soprattutto, può la digitalizzazione, che nasce come promessa di apertura e semplificazione, diventare essa stessa un territorio opaco, comprensibile solo agli iniziati, ai tecnici, agli addetti ai lavori? Nel silenzio dei portali istituzionali si gioca una partita che non è puramente informativa, ma politica e giuridica insieme perché quando la trasparenza si spezza, il cittadino perde il diritto di capire e di chiedere conto.
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Se si entra poi nel merito dei numeri, delle misure e degli atti, la vicenda assume contorni ancora più nitidi.
Il Comune di Siracusa, secondo i dati di OpenPNRR, risulta soggetto attuatore di trentaquattro progetti PNRR, per un valore complessivo superiore ai cinquanta milioni e con oltre quarantuno di questi provenienti direttamente da fondi Next Generation EU. Una cifra imponente per una città di medie dimensioni, tanto più se si considera che una parte non marginale di queste risorse è incardinata nella Missione 1, quella che la Commissione ha definito e finanziato per “digitalizzare la pubblica amministrazione, modernizzare il Paese e migliorare la relazione tra cittadini, imprese e Stato”. Ma ciò che colpisce è la sproporzione tra la rilevanza economica dei progetti e la capacità dell’Ente di restituire una fotografia chiara della propria transizione digitale: non esiste un documento pubblico che ricomponga la dimensione finanziaria, tecnologica e organizzativa degli interventi, non esiste un piano triennale locale e non esiste neppure una pagina del sito istituzionale che, in forma aggregata, dica semplicemente quanti fondi digitali siano giunti in città, per quali servizi e a che punto sia la loro implementazione. Al loro posto si trova un mosaico di sottopagine, allocate in una sezione ad albero del portale, ciascuna riferita a una misura PNRR, ciascuna con il proprio lessico tecnico, alcune con importi, altre senza, alcune con stato di avanzamento, altre prive di qualsiasi indicazione temporale, e soprattutto nessuna dichiarazione che converta questi interventi in un racconto politico-amministrativo, nessuna spiegazione di come la trasformazione digitale stia effettivamente incidendo sui diritti digitali del cittadino, sull’accessibilità dei servizi, sull’uso delle piattaforme nazionali o sulla sicurezza del patrimonio informativo dell’Ente.
Per ricostruire il quadro bisogna attraversare i circuiti paralleli delle banche dati pubbliche: OpenPNRR, OpenCUP, i CUP dei singoli progetti, gli atti di adesione ai sistemi PagoPA e IO, le schede relative alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati e alla Piattaforma Notifiche Digitali, i finanziamenti per l’integrazione ANPR e ANSC dello stato civile digitale, fino ai contributi per la digitalizzazione dei procedimenti SUAP e SUE. È solo incrociando queste fonti che emergono le cifre, come fossero indizi: 516.323 euro per la citizen experience del nuovo sito e dei servizi digitali, 142.844 per PagoPA, 53.851 per l’App IO, 19.642 per l’estensione ANPR, 69.000 per le notifiche digitali, 53.011 per la digitalizzazione dei procedimenti edilizi, e ancora i fondi, non quantificati dal Comune ma esistenti, per la Piattaforma Digitale Nazionale Dati e per la migrazione verso il cloud. Una somma che già da sola sfiora il milione di euro, e che andrebbe ulteriormente ampliata includendo la quota territoriale della Misura 1.7.2 sulla facilitazione digitale, finanziata dalla Regione Siciliana e attuata dal GAL NatIblei, grazie alla quale è stato istituito un presidio di assistenza digitale sul territorio siracusano (ma come opera? quante persone raggiunge? in quali contesti sociali? e soprattutto, qualcuno si è mai chiesto se questo sia davvero il dispositivo migliore per combattere il digital divide?).
Il dato non è banale, perché i fondi per la facilitazione digitale sono quelli che servono a colmare il divario tra disegno istituzionale e uso concreto dei servizi, senza i quali la modernizzazione rimane un privilegio per utenti competenti, mentre la platea reale (anziani, fragili, tecnicamente inesperti, stranieri, lavoratori a bassa scolarità) viene esclusa dalla cittadinanza digitale che la Costituzione vorrebbe inclusiva.
Ma è qui che la questione si spinge oltre la constatazione dell’esistente e lambisce il terreno delle scelte politiche che un’Amministrazione avrebbe potuto compiere: un presidio di facilitazione digitale affidato a un GAL è un modello territoriale interessante, ma non è l’unico. Si sarebbero forse potuti attivare network civici più ampi, coinvolgere associazioni locali, università, biblioteche e centri culturali, strutturare percorsi di competenze digitali in logica permanente, costruire poli comunali di accesso assistito, oppure legare la facilitazione ai nuovi servizi digitali comunali, così che ogni innovazione non producesse esclusione ma domanda consapevole.
Il nodo centrale, quindi, è un altro: ciò che a Siracusa resta implicito o incompiuto, altrove viene tradotto in servizio. Ma cosa significa davvero questa differenza? E soprattutto: cosa succede quando la modernizzazione non riesce a diventare cittadinanza? Lo vedremo nella seconda parte di questa inchiesta.

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