A Siracusa ogni tanto, per lo più su iniziativa sempre delle stesse organizzazioni (sindacati, Confindustria, associazioni ambientaliste, partiti, ecc.), si torna a discutere delle bonifiche della zona industriale. Un’occasione per ricordarsi che il problema è annoso e irrisolto, ma purtroppo spesso si tratta di ripetere una sorta di refrain che già si sa che non sarà in grado di modificare il futuro e condanna tutto alla stagnazione.
Forse occorrerebbe portare elementi di novità quali, per esempio, relazioni più che di politici, sindacalisti, ecc. , di tecnici, di esperti di buon livello; presentazione di accurate analisi e dati completi, attinenti e circostanziati; studi e elaborazioni sia effettuati localmente sia provenienti dal CNR, S.e.n.t.i.e.r.i. (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) e altri ancora (sono ormai tantissimi), proporre gli esempi delle bonifiche già effettuate con successo in siti internazionali.
Da questo potrebbero nascere proposte per azioni specifiche da verificare con i protagonisti del territorio.
Un contributo fattivo da parte di chi organizza l’evento potrebbe anche essere la presentazione di un progetto con le varie indicazioni e tempi da discutere.
Recentemente la Corte Costituzionale ha sancito il diritto alla sicurezza ambientale come diritto prioritario, per cui gli attori istituzionali non possono ancora limitarsi al dibattito così come sindacati e associazioni ambientaliste dovrebbero individuare strategie più incisive per dare più forza ai loro intenti. Il rischio è di continuare ad assistere da spettatori passivi e inermi a disastri ambientali provocati da un’impresa che in piena estate, e ripetutamente, va a fuoco con l’emissione di sostanze tossiche e nocive, o da un grande depuratore consortile da anni all’attenzione della magistratura.
Al di là della dichiarazione del quadrilatero industriale come Sin (sito d’interesse generale) nulla è cambiato se non il nome.
Ma se poniamo a confronto questo sito con un altro più grande e più antico (dunque maggiormente inquinato), quello di Porto Marghera, riusciamo a comprendere meglio la gravità del nostro ritardo.
Un rapporto su Porto Marghera presente nell’atlante dei conflitti sociali evidenzia che “negli anni vi sono state proteste con mobilitazioni visibili. Gli effetti del conflitto hanno portato a sentenze favorevoli alla giustizia ambientale con la cancellazione di progetti e le proposte alternative sulla questione del trattamento rifiuti pericolosi nazionali. Sono state mantenute solo le opere strettamente necessarie alle operazioni di disinquinamento dell’area industriale di Porto Marghera e quindi per lo scavo e il trattamento dei fanghi provenienti dai canali industriali sotto il controllo pubblico escludendo l’utilizzo degli inceneritori, ecc.”.
Significa che i veri risultati non sono stati ottenuti solo dagli incontri tra forze politiche, sindacati e ambientalisti, ma anche (e chissà se non soprattutto) dalla mobilitazione popolare che ha avuto successo grazie al forte attivismo di tanti cittadini che hanno scelto di non delegare a nessuno la difesa della propria salute e del proprio territorio e perciò di auto-organizzarsi. La spinta dal basso ha costretto gli organi pubblici, enti locali, TAR, ecc. a tenere conto del volere della popolazione. Anche il governo della regione presieduto da una forza politica, la Lega, che afferma solo a parole di combattere per i Veneti chiedendo migliori condizioni di qualità, s’è dovuto attivare quando la pressione della popolazione veneziana si è fatta sentire.
I fatti ci dicono che a febbraio del 2016, dopo l’accordo di programma del 2012 per l’ennesima bonifica di Porto Marghera (un altro di minore spessore era stato siglato nel 1998), già erano spesi 780 milioni di euro. Ma alla Camera la relazione della commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti ne richiedeva altri 250 milioni, per completare l’ultimo 6% delle opere.
Così fu sottoscritto un nuovo Accordo di Programma per il rilancio di Porto Marghera di circa 152 milioni di euro d’investimenti nell’area industriale, per concludere quest’ultima trance ambientale. Inoltre fu avviato già nel 2010 il progetto SENTIERI da parte del Dipartimento di ambiente e salute che oramai rappresenta un sistema permanente di sorveglianza epidemiologica della popolazione residente in 45 aree del Paese definite dal Ministero dell’Ambiente quali Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche (SIN). È solo in tal modo che il nostro polo industriale fu immesso nei SIN, non per volere di locali forze politiche, sociali, ecc.
In tal modo Porto Marghera è giunta negli anni a una grande trasformazione procedendo verso un’ottica di sviluppo sostenibile che rispetti l’ambiente e al tempo stesso salvaguardi l’occupazione. Così è stato creato il VEGA Science Technology Park, un parco scientifico-tecnologico che ospiterà nuove aziende. Anche il quartiere urbano si sta evolvendo da periferia dormitorio di Venezia e Mestre in una realtà con una fisionomia propria, cercando di rispettare l’idea originaria che voleva fare di Marghera una “città giardino”.
È chiaro che le due realtà (sin di Porto Marghera e il nostro quadrilatero industriale) vivono in due universi differenti (nord industrializzato e mezzogiorno arretrato) con la conseguenza che lo Stato dispone pochi aiuti economici per il sud rispetto al nord.
Un esempio eclatante è stato quello della nostra zona industriale nata colonia da sfruttare con le grandi imprese poi andate via senza pagare (raggirata la direttiva 2000/60/CE che impone per un danno ambientale significativo la riparazione del danno stesso). Queste hanno lasciato territorio e mare inquinati in cambio di denaro per pochi e morte per tanti. Arrivati a ciò oggi lo Stato deve farsi carico di una vera e profonda “Bonifica”. Invece alcune imprese in zona si presentano ancora con i loro futuri progetti green deal con programmi discutibili. C’è quello della Sasol che vorrebbe produrre circa 10.000 t/anno di “idrogeno verde”. Ma l’idrogeno verde proviene solo da energia verde. C’è l’annuncio della Versalis che vuole impiantare una bioraffineria anch’essa dipinta di verde. (https://www.lacivettapress.it/2025/03/28/le-bioraffinerie-lultima-via-per-dipingersi-di-green-e-ottenere-finanziamenti-pubblici/). Erano solo propositi presentati per usufruire d’investimenti provenienti dal PNRR che richiedeva solo obiettivi green.
L’attuale esecutivo è più di tanti a trazione nordista, in tal modo si dirottano investimenti del PNRR al nord, come i 2,5 miliardi di euro trasferiti alle regioni Piemonte, Lombardia e Veneto.
Davanti a ciò se la maggior parte della popolazione si ferma all’indignazione non possono i propositori d’incontri sul tema bonifiche premere per un percorso più concreto? Agli abitanti di questa città non può interessare il solo reclamare un degno sistema sanitario e sappiamo che la salute dei residenti nel quadrilatero industriale passa per le bonifiche (studi del CNR). Qui si accetta in silenzio l’essere trattati da cittadini di serie B, invece per il bene di tutti bisogna proporre e agire.
La storia di Porto Marghera, silenziata dal potere costituito per ovvi motivi, ci indica la strada di un popolo che può riuscire a ottenere ciò che gli spetta agendo in maniera democratica, ma decisa e compatta. Potrebbe iniziare anche qui da parte di un gruppo di cittadini organizzati e combattivi.

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