“Impegnati a promuovere la conoscenza del patrimonio classico attraverso le rappresentazioni dei testi del teatro greco e romano al Teatro Greco, i membri del Cda dell’INDA non ritengono opportuno dare voce a rivendicazioni che esulano dal compito istituzionale della Fondazione. Pertanto, quantunque solidali con le ineludibili attese di libertà, non possono accogliere la richiesta di leggere, all’inizio di ogni spettacolo della 60. Stagione in corso al Teatro Greco, la lettera pervenuta dal Comitato Palestina due Popoli, due Stati e dall’Associazione Ad Gentes. Il Consigliere Delegato dell’INDA Marina Valensise“
È stata questa la risposta alla richiesta, inviata tramite Pec per il tramite dell’Associazione Ad Gentes, del Comitato Palestina due Popoli, due Stati, impegnato da tempo – con un’attività più intensa da due mesi a questa parte, con un presidio settimanale, il sabato pomeriggio, in piazza Archimede, davanti alla Prefettura -, in una campagna di sensibilizzazione anche nella nostra città per la ‘tragedia’ che si vive a Gaza.
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Eppure l’Istituto del Dramma Antico, negli anni, non ha fatto mancare non soltanto dichiarazioni o appelli di solidarietà ma addirittura manifestazioni come “La Giornata (annuale) del Rifugiato” o l’iniziativa del 2 giugno 2022 “in difesa dell’identità e dell’orgoglio nazionale di un popolo (ucraino) tragicamente colpito dalla guerra alle porte dell’Europa”, e tante altre (se non andiamo errati a favore delle persone down e la più recente per i malati di sclerosi multipla.
Il Comitato aveva pensato che l’immane tragedia contemporanea che sta vivendo il popolo palestinese (che è altro da Hamas), di dimensioni ormai bibliche, avrebbe avuto un attento ascolto nel numeroso pubblico che sempre accorre a rivivere con empatia, nella cavea del nostro teatro, antichi drammi in genere più individuali che collettivi. Quale migliore coinvolgimento? E invece tale invito “esula dal compito istituzionale della Fondazione” come se altri Enti o Istituzioni avessero tra i propri fini statutari quello di fare appelli contro le guerre.
Certo non sarà stata la richiesta di ripetere il comunicato ogni sera a ‘spaventare’ l’Inda. Se così fosse stato infatti, i membri del Cda avrebbero potuto quanto meno proporre una qualsiasi altra alternativa. E invece la risposta è stato un categorico NIET.
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Eppure da sempre nelle traduzioni dei testi classici, negli stessi apparati scenografici, la contemporaneità irrompe sulla scena, e penetra nei cuori degli spettatori. Lo spettacolo teatrale non è mai stato vissuto, che ci risulti, come in uno spazio metatemporale, avulso dalla storia. Anzi la riflessione sui drammi dell’ieri è sempre stata vissuta come interrogativo sul nostro presente.
Ma al di là di tutto questo urge una domanda per il Cda dell’Inda. Qual è il discrimine profondo tra le vittime di una strage per la cui disumanità non si sanno trovare le parole adatte e le persone affette da sclerosi multipla per le quali giustamente proprio oggi il sindaco Italia esprimerà solidarietà prima della replica dell’Edipo a Colono aprendo la Settimana Nazionale della Sclerosi Multipla?
“Dal Teatro Greco di Siracusa – sono le parole di Italia – partirà dunque un messaggio di solidarietà e sensibilizzazione che rivolgiamo al pubblico delle rappresentazioni classiche ma anche a chiunque voglia sostenere l’attività dell’AISM”.
È possibile un qualche commento a questo punto?
Proponiamo il testo del comunicato inviato all’Inda dal Comitato Palestina due Popoli, due Stati, perchè crediamo non sia possibile potersi girare dall’altra parte.
“Se dovessi morire,
tu devi vivere
per raccontare
la mia storia
per vendere le mie cose
per comprare un po’ di carta
e qualche filo,
per farne un aquilone
(fallo bianco con una lunga coda)
cosicché un bambino,
da qualche parte a Gaza,
guardando il cielo
negli occhi
in attesa di suo padre che
se ne andò in una fiamma
senza dare l’addio a nessuno
nemmeno alla sua stessa carne
nemmeno a se stesso
veda l’aquilone, il mio
aquilone che tu hai fatto,
volare là sopra
e pensi per un momento
che un angelo sia lì
a riportare amore.
Se dovessi morire,
fa che porti speranza
fa che sia un racconto!”
Queste le parole del poeta, attivista palestinese Refaat Al Areer, ucciso in un raid israeliano nella sua casa, a Gaza, nel dicembre 2023. A Gaza, un rettangolo di 40 km per 8 km, più di 2 milioni di persone, da ormai 2 anni, subiscono bombardamenti quotidiani in una perenne migrazione forzata, confinati in tende, non poche volte alluvionate. Gli aiuti umanitari non arrivano da giorni: al minimo cibo e acqua, neanche pulita; condizioni igieniche terribili: aumentano le malattie e questi morti si aggiungono a quelli dei bombardamenti. Università, biblioteche ospedali, operatori sanitari presi di mira. Più di 200 i giornalisti uccisi, 400 feriti, 40 nelle carceri israeliane sottoposti a trattamenti inumani. La vita ridotta a uno sforzo di sopravvivenza.
Dei morti – 50, 60, 80mila? – almeno il 60% sono donne, bambini, anziani. Civili. Innocenti.
Gaza è stracolma di dolore: da prigione a cielo aperto è diventata un enorme cimitero senza via di fuga per i vivi. Al di là del giudizio su Hamas, quello che sta avvenendo lì come in Cisgiordania è “ignobile”, così ha detto papa Francesco prima di morire. L’occupazione della Palestina va avanti da 70 anni e solo la fine di questa occupazione può aprire al dialogo e alla riconciliazione: i palestinesi hanno il diritto di restare in quella che ora è la loro terra.
Siamo tutti complici se pensiamo che non ci riguardi quanto accade a Gaza, in Ucraina, in Sudan, in Congo, ovunque ci siano conflitti. Abbiamo compassione per gli israeliani che muoiono in guerra, per i palestinesi innocenti, per gli ostaggi ancora prigionieri, ma a Gaza in queste ore, si sta compiendo, in un silenzio complice, l’inenarrabile. Edward Said scriveva che la scrittura è «l’ultima resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità».
Raccontiamo, denunciamo, intensifichiamo gli sforzi per porre fine alla strage.
Per restare umani.

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