Ho letto e riletto più volte l’articolo sulla violenza di genere pubblicato dalla Civetta di Minerva il 28/11/2023
soprattutto le conclusioni, e quasi non mi ci ritrovo più. L’ articolo fu scritto a valle del femminicidio di Giulia Cecchettin, nel tentativo di proporre forse ingenuamente una via d’uscita alla spirale di violenza in cui siamo caduti.
Sostenevo che qualunque iniziativa volta ad arginare la violenza di genere doveva essere bene accolta e le azioni proposte certamente da perseguire, ma che limitarsi a vedere l’orrore dei femminicidi come qualcosa di legato solo al genere rischiava di vanificare tutti gli sforzi fatti per fermarli. E riconoscendo che il mostro da combattere è la cultura della violenza in toto, quella rivolta ai più deboli, che fossero donne, anziani, bambini, clochard, disabili, ritenevo possibile un cambio culturale immaginando nuovi modelli valoriali che proponessero la competizione solo con se stessi per migliorarsi, e non col prossimo. Chiudevo il pezzo scrivendo: “Dovrà essere una crescita di tutti, giovani da educare e genitori da rieducare affinché tornino maestri di vita, didattica che rimetta al centro dei programmi l’umanesimo e l’educazione civica e che preveda psicologi di ruolo di supporto agli insegnati, oratori laici da riaprire e società da riplasmare verso modelli aggregativi che abbandonino la competizione verso la solidarietà tra tutti”.
Ora, nel giro di meno di un mese abbiamo assistito a due orrendi delitti. Il 29 luglio una giovane donna, Sharon Verzeni, mentre fa jogging viene barbaramente uccisa da una persona a Lei perfettamente sconosciuta; l’omicida sostiene di aver sentito un “feeling” che lo ha portato ad uccidere senza alcun motivo chiedendo paradossalmente scusa alla vittima durante l’esecuzione.
Il 2 di settembre a Paderno Dugnano un minorenne uccide a coltellate la sua famiglia, madre padre e fratello, senza saper dare una ragione ma sostenendo soltanto che desiderava sentirsi libero da costrizioni; salvo poi dichiarare che un minuto dopo l’omicidio ha subito compreso che la morte dei suoi cari non avrebbe sortito l’effetto da lui voluto.
I due casi apparentemente diversi in realtà sono legati da una macabra logica comune. Uccidere per uccidere, senza un tornaconto che fosse odio, vendetta, interesse finanziario, potere.
Non possiamo ora in questa sede tentare di capire le ragioni di questi omicidi, non ne abbiamo i titoli e le capacità, se anche pensiamo che professionisti come Crepet e Lancini sul Corriere della sera, con riferimento in particolare al secondo omicidio, si rifiutano di dare risposta al “perché lo ha fatto”; rimarcano piuttosto solo la necessità di prevenire, tentando di cogliere per tempo i segnali lanciati da un individuo sottoposto ad un disagio talmente forte da spingerlo ad uccidere senza motivo. Di fronte a questo, a quella che sembra quasi una resa degli specialisti, ci si sente come definitivamente sconfitti e si viene colti da paura vera.
Se l’omicidio in sé è esecrabile, saperlo giustificato da un movente lo rende almeno meno pauroso ai nostri occhi. Se non diamo ad altri motivo di essere odiati, pensiamo di essere salvi; ma in questa maniera, anche pensando di non voler uscire a fare una passeggiata perché non sai se poi torni a casa, non hai comunque scampo se puoi pensare che il tuo stesso figlio, in gamba, bravo a scuola, educato e rispettoso, forse un po’ introverso, possa alzare la mano omicida su di te, così per gioco.
Diventa un incubo, un mondo mai visto neanche in era primitiva quando i selvaggi si uccidevano sì tra loro ma per sopravvivere. Si deve cercare in un celebre romanzo di Stevenson per trovare il male puro, come sostanza del signor Hyde, che uccide per il solo piacere di uccidere, senza curarsi delle conseguenze, senza motivi e alibi; ma è appunto solo un romanzo dove lo scrittore, per immaginarsi il massimo del male è costretto a scindere in due esseri quella che in origine è una sola persona normale come il dottor Jekill, per trovare tutto il bene in Jekill, e tutto il male e solo il male in Hyde. Quindi un artificio letterario che da ieri però non è più tale.
La violenza e gli omicidi sono nella storia del mondo a partire dalle guerre dove decine di migliaia di esseri umani vengono trucidati nel nome di una ideologia, della superiorità di razza, del potere, della difesa preventiva, per continuare con l’assassinio della moglie per gelosia, del padre per la sua eredità, dell’avversario che sta per vincerti. Tutte con una ragione, orribile e ingiustificata, ma comunque con uno straccio di pretesto. Cosa ben diversa che uccidere per il gusto di uccidere, come sino a ieri solo in letteratura o in quei casi in cui era chiaramente identificata la vena della follia.
E questo ora ci sconvolge perché veramente non c’è più posto dove nascondersi per sentirsi protetti, neanche a casa tua.
Come siamo arrivati a questo? Se guardiamo il nostro passato il dualismo bene-male è nella storia dell’uomo, abbiamo visto il ‘68 con i figli dei fiori che predicavano la pace e i brigatisti che cercavano le morti dimostrative, la mafia che uccideva per denaro e potere ed i magistrati che la combattevano, chi deturpava l’ambiente e chi lottava per la sua conservazione ma sempre, sempre, l’esito era un passo verso la conquista della civiltà.
Pur tuttavia la società che ha promosso questa evoluzione, nel suo libertarismo e nel suo alito verso libertà e uguaglianza ha perso i propri figli, abbandonati in un deserto emotivo. Si è pensato che la corsa verso il libero mercato e il successo personale fosse la strada migliore per il benessere e che, se avessimo lasciato vittime per strada, questo sarebbe stato solo il male minore e necessario. Scopriamo ora con orrore che le vittime sono i nostri figli adolescenti e giovani in quanto i più deboli nel gioco, che da vittime si trasformano in carnefici per un solo istante di autoaffermazione.
Ma Dio è grande o forse, per chi non crede, il meglio della nostra società non ha comunque perso il contatto con gran parte della gioventù che cresce, forse spaventata, ma sana e forte. Sono pochi i dispersi, dobbiamo ammetterlo, ma quei pochi sono un dramma gigantesco e tutto nostro che non dobbiamo nascondere.
Cosa sconvolga così tanto l’animo di un ragazzo che sembra essere normalissimo sino a portarlo all’assassinio come atto istintivo e senza una ragione, non è dato sapere, non possiamo saperlo. Certo è che chi lo fa, per un momento non si rende conto dell’irreparabilità del fatto, non fosse altro che non si rende conto che in quel momento, per un istante di autoaffermazione, la sua vita sociale (oltre a quella morale) termina definitivamente.
Sebbene io non abbia altre proposte oltre a quelle riportate nel precedente articolo e qui nuovamente citate al primo capoverso, devo accettare il fatto che le proposte di soluzione non bastino più, non siano sufficienti da sole. Bisogna prima prendere coscienza del punto a cui siamo arrivati con la nostra filosofia di sviluppo che sempre più si è allontanata dai valori di aggregazione e vicinanza sociale.
L’ “Ultimo” non dovrà più esistere, perché nella comunità si dovrà trovare la forza per tutti e, cosa più difficile, dovranno crearsi le condizioni culturali perché gli adolescenti non sentano su di sé il peso di una vita incompresa, non vivano il futuro con “intimo orrore”. Ciò non vorrà dire accontentarli in tutto (uno dei grandi errori odierni), si potrà e si dovrà non essere d’accordo se del caso, ma si dovrà dargli tutte le possibilità di aprire il loro animo per un confronto tra persone di pari dignità, adulto e adolescente; perché tutto non scoppi all’improvviso. Un nuovo mondo praticamente, ma forse l’unico possibile.

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