È VIOLENZA
Ricordo il sacerdote con le braccia alzate in una veste dorata, di spalle, che celebrava in un linguaggio incomprensibile e quasi mistico. Solo per venti minuti si voltava e si rivolgeva all’assemblea in italiano; le sue parole erano talvolta anatemi, spesso esortazioni e raccomandazioni ma nella mia testa rappresentavano “la guida”. Così mi avevano insegnato. Ero piccolo, tanto piccolo. Era il periodo in cui alle elementari c’era il maestro di religione con i libricini di catechismo su cui si elencavano i dieci comandamenti. Non ero sicuro di capirli tutti, anzi alcuni erano poco comprensibili, come ad esempio “non commettere atti impuri” o “non nominare il nome di Dio invano”.
Io ero preoccupatissimo per le bugie e l’onore dovuto al padre ed alla madre. Non vedevo altre possibilità di peccare e mi chiedevo chi mai potesse uccidere; per questo non c’erano spiegazioni se non il demonio fatto persona.
Era un peccato innominabile apparentemente lontanissimo e ti sembrava di coglierne l’esistenza solo quando tuo papà ti parlava dei campi di sterminio o quando vedevi quelle immagini sfocate in bianco e nero che parlavano di una bomba scoppiata in una banca di Milano con tanti morti. Ma tu ti sentivi protetto dai tanti muri alzati dai tuoi genitori, dai nonni, dai maestri, dall’insegnante di religione, dall’oratorio; erano muri fortissimi ma immateriali, semplici, alzati per insegnarti che c’erano cose che era bene fare ed altre che non erano compatibili col genere umano e con l’esistenza stessa, cose innominabili ed esecrabili, lontanissimi dalla nostra mente di “non diavoli”.
NON UCCIDERE!
Ed il diktat era lo stesso, sia che provenisse da una famiglia cristiana, sia che provenisse da una famiglia laica, … comunisti si diceva. Non riconoscevano il peccato, ma anche per loro tutti gli uomini avevano pari dignità, erano uguali tra loro, e quindi si dovevano rispettare; una sacralità diversa, ma sempre sacralità.
Era il nostro sentire e di conseguenza non si viveva nella paura. A pensarci ora, comprendiamo che probabilmente era un sentire falso o debole, perché di molti eventi tragici non si aveva notizia, ma il comandamento c’era, era radicato, era chiaro e fuori discussione! All’epoca non esisteva la parola femminicidio, uccisioni di donne per motivi basati sul genere, tendenzialmente avvenuti in ambito familiare o semplicemente affettivo. In Italia siamo testimoni sgomenti di “CENTOSEI DONNE UCCISE” nel 2023 di cui 83 in ambito familiare e 54 dal partner o ex partner, dato in continua crescita rispetto al passato.
Dopo l’uccisione della povera Giulia Cecchettin, brillante donna di 22 anni, è come se qualcosa avesse finalmente scosso l’opinione pubblica, facendogli scoprire un orrore che prima vedeva ma era come incapace di cogliere; forse nessuno si aspettava che un compagno coetaneo e quindi pure egli giovanissimo, potesse arrivare a tanto. Nel nostro falso immaginario i giovani innamorati dovrebbero essere belli, lanciati verso la costruzione della loro vita, liberi nel corpo e nell’anima, privi di preconcetti, alieni alla violenza ed alle prevaricazioni. Ecco, abbiamo drammaticamente realizzato con grande ritardo che questo non è vero; uccise da uomini, mariti, fidanzati, ex fidanzati, compagni, o anche solo sconosciuti che le hanno fatto violenza in quanto donne prede.
Lo sdegno è fortissimo ma forse durerà poco, come sempre, per ridestarsi al prossimo femminicidio solo se sarà particolarmente efferato. Oggi partecipiamo a cortei, assistiamo a dibattiti e sentiamo appelli dai parenti delle vittime, dal mondo della cultura, dalla politica, dalla società nel suo complesso; tutti accusano con chiarezza l’uomo e la sua violenza, il fatto che nel suo inconscio sia radicato in maniera fortissima lo spirito del patriarcato e della sopraffazione. E comprendiamo come lo spirito libertario del ‘68, il femminismo, la rivoluzione sociale che ha portato la donna ad assurgere a livelli paritari nel mondo del lavoro, della ricerca e della politica non sono serviti a niente, perché se oggi una donna si frappone tra me e la realizzazione del mio ego, io uomo la devo bloccare con tutti i mezzi, leciti ed illeciti. E ciò è purtroppo particolarmente vero nei rapporti affettivi dove la donna viene considerata da quest’uomo malato come una proprietà da violare ed abusare.
Grazie a Dio non tutti gli uomini sono così perché questa società è comunque figlia dell’Illuminismo e della rinascita del dopo guerra ed ha combattuto per le conquiste sociali e democratiche, le donne insieme con gli uomini. Ma rimane una moltitudine consistente di maschi che si sentono ancora dominanti, come nobili che hanno potere di vita e di morte sopra la presunta plebe femminile. E sono ricchi o poveri, colti o ignoranti, operai o borghesi senza distinzione di classe, uomini di mezza età ed anziani e giovani; giovani che non dovrebbero esserci in questo gruppo perché figli di una società che credeva di aver abbandonato barbari preconcetti, …… ma ci sono.
Abbiamo una legge in Italia che prevede il cosiddetto codice rosso per tentare di contrastare la violenza di genere e questa legge è stata di recente “potenziata” con nuove norme più severe sui reati spia, quali atti persecutori, maltrattamenti e violenze sessuali, e l’inseverimento delle norme di misura cautelare per meglio proteggere le vittime di violenza. Ma queste misure non possono bastare senza una prevenzione che torni a lavorare sulle coscienze sin dai primi anni di vita, nelle scuole; destinatari soprattutto e giustamente i maschi che non devono più accettare come normali anche solo gesti e parole discriminanti sessualmente esplicite, offensive, derisorie e persecutorie nei confronti della dignità femminile in quanto porta principale verso violenze ben più gravi. Sacrosanto! Ma può bastare?
Ritornano alla mente nuovamente alcuni ricordi lontani e sbiaditi, come “ama il prossimo tuo come te stesso” di San Paolo e “la non violenza” laica dei figli dei fiori, ma sbiaditi, tanto sbiaditi. E nell’affiorare di questi pensieri capisci che il proporre interventi mirati solo a risolvere quello che è un problema dell’uomo violento a causa del quale le donne pagano conseguenze drammatiche, non potrà portare ad avere effetti risolutori che permangano nel tempo.
Si deve quindi andare alla radice eradicando la violenza, tutta la violenza, non solo quella di genere; dopo gli interventi sopra citati, questo è il passo successivo definitivo senza il quale qualunque risultato ottenuto sulla lotta al femminicidio rischia di rimanere temporaneo.
La società moderna, almeno quella occidentale a noi nota, deviando da un percorso virtuoso si è sviluppata nel credo della competizione, della supremazia, del vincente; cresciamo in ambienti di lavoro, gruppi sociali, scuola, famiglie, associazioni sportive dove devono emergere i più forti, quelli che meglio di tutti riescono a fornire risultati oltre misura, senza riguardo per chi rimane indietro. I nostri ragazzi devono dare il massimo non per amore del sapere ma per conquistare posizioni migliori degli altri e non sono aiutati nella ricerca dei loro veri talenti, vengono messi in vetrina dai loro genitori, vedono gli adulti schiaffeggiare insegnanti e medici nel più totale disprezzo dell’autorità, vedono gli altri raggiungere risultati grazie a spinte a loro negate come il benessere economico o le raccomandazioni, vedono il mondo del lavoro che li sfrutta con gli stage senza poi assumerli, immaginano i loro coetanei come più forti e senza emozioni, vengono allevati nell’invidia e da ultimo come conseguenza non conoscono empatia.
È insomma una società disumanizzata senza più valori nella quale vige la sopraffazione e dove, se non puoi mostrare, non sei nessuno. Un mondo dove esporre debolezze, piangere, esprimere sentimenti è da sconfitti dalla vita; un mondo nel quale monta rabbia che non puoi mostrare e dove, nelle menti più deboli e abbandonate, non ci sono limiti alla tua reazione. Il punto è questo! E i limiti non ci sono a causa della crisi valoriale degli ultimi 40 anni dove ai “muri immateriali” posti dalla religione o dalle ideologie si è sostituito il nulla. Porgere l’altra guancia sarebbe una follia incomprensibile e l’omicidio è diventato una opzione possibile tra le tante e non più una azione esecrabile per il mio “io più intimo”.
Ci siamo dimenticati il rispetto per gli altri e l’inviolabilità della vita, quale che sia il nostro prossimo. E chi ne soffre in questo mondo se non quelli più deboli? In primis le donne cui la natura ha destinato un fisico più minuto rispetto a quello degli uomini, poi i bambini e i vecchi che sono totalmente indifesi, il diverso da solo contro la moltitudine; perché il violento è un vigliacco che indirizza la sua violenza verso il più debole. Ed oggi la donna è quell’anima in precedenza sottomessa che ha orgogliosamente alzato la testa osando guardare l’uomo negli occhi ma rimanendo ancora senza vere difese. Il punto non è eliminare la rabbia dell’essere umano perché questa è tra i suoi istinti naturali, ma dobbiamo tutti capire, e gli anziani ricordarsi, che l’ira si può gestire prima che diventi violenza. I santi stessi sono stati iracondi; San Pietro, Francesco di Sales, San Pio. Ma la loro forza è stata sempre quella di trasformare il loro furore in canali appropriati.
Nei rapporti affettivi la vicinanza e la frequenza col partner o con i familiari creano continue occasioni di scontro ma se ti fa orrore la violenza, se non sai tirare uno schiaffo, se mai e poi mai faresti fisicamente male ad un essere umano perché ti fa orrore e hai rispetto sacrale della vita, non colpirai. Potrai alzare la voce, anche dare un pugno sul tavolo per sfogarti, ma mai fare del male anzi, piuttosto ti allontanerai.
Ma ottenere questo cambio comportamentale non è una sfida facile perché bisognerà agire sui nostri modelli sociali, cambiare paradigmi e inventarsi nuovi modelli valoriali, laddove si riconosca che la religione e le ideologie cui ci aggrappavamo nel passato hanno perso la forza; modelli che propongano la competizione solo con se stessi per migliorarsi, e non col prossimo. Dovrà essere una crescita di tutti, giovani da educare e genitori da rieducare affinché tornino maestri di vita, didattica che rimetta al centro dei programmi l’umanesimo e l’educazione civica e che preveda psicologi di ruolo di supporto agli insegnati, oratori laici da riaprire e società da riplasmare verso modelli aggregativi che abbandonino la competizione verso la solidarietà tra tutti.
Solo così si potranno consolidare in futuro i risultati che tutti speriamo di raggiungere nell’immediato con le azioni di legge in corso e la risvegliata solidarietà verso le nostre compagne. Dobbiamo però comprendere che la violenza non conosce generi ma riconosce bene i più deboli e per questo va eradicata e sconfitta in toto.

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