Politica: ultima chance per un possibile passaggio di testimone – “Sarebbe bello se la vecchia guardia si mettesse al servizio delle nuove leve…”

Sorrido quando leggo la parola giovani. Soprattutto quando è riferita ai miei coetanei ché proprio giovani non sono più. Sono adulti, professionisti affermati, padri e madri di famiglia, quasi tutti ultra-quarantenni, certamente più che trentenni. Con buona pace della nostra vecchia guardia, che ci ha cresciuti, nutriti, spesso letteralmente generati e che continua a osservarci in quanto piccoli prodigi che imparano a camminare. A quarant’anni o quasi. E quasi come fosse un premio, un riconoscimento, ogni tanto si paventa all’orizzonte per qualcuno un’ipotetica candidatura a consiglio comunale. Senza spingersi in considerazioni numeriche che renderebbero impossibile candidare più di uno tra quelli citati (uno qualsiasi ma uno solo visto che la provenienza e l’elettorato sarebbero in ogni caso perfettamente sovrapponibili).

I giovani, quelli veri, noi non li conosciamo neanche (figuriamoci se li conosce la vecchia guardia), forse bisognerebbe andarli a cercare con il lanternino, ai margini delle assemblee di Friday For Future o Plastic Free, in qualche podcast sulle tematiche di genere, ai concerti della musica che non ci piace. Più probabilmente su qualche piattaforma social, se sapessimo come funziona. I giovani veri non sappiamo proprio che vogliono e come parlano, dove si incontrano e soprattutto se per pura casualità gli è rimasta una minima voglia di fare qualcosa per questo mondo che non si è mai accorto di loro, mentre giustamente se ne inventano un altro al quale non ci è consentito l’accesso.

E mi chiedo, ma conosco la risposta, a che età i nostri mentori si sono lanciati nell’avventura politica? Quando hanno ricoperto la prima carica pubblica, quando gli è stato riconosciuto il privilegio di esistere in quanto individui portatori di istanze? Non ho voglia, elementi o memoria sufficiente per indagare le dinamiche di scelta dei candidati prima che si istituisse l’elezione diretta del sindaco. Ma posso certamente affermare che all’epoca della giunta Fatuzzo (1994, eterno e unico faro nel nostro palmares amministrativo) gli attuali saggi della sinistra siracusana fossero tutti più giovani di quanto ricordano. E alla giovinezza dovrebbero associare la carica di idee ed energie su cui ancora si fondano le basi per quel poco di buono che accade per la comunità. Nei successivi quasi trent’anni poi è accaduto di tutto. Per prima cosa i terremoti partitici che hanno via via annacquato le sigle di riferimento per cui ad oggi mi pare che la consuetudine voglia si parli di campo progressista (che sale proprio un’irrefrenabile voglia di militanza), esperienze sempre crescenti sul piano regionale e nazionale, e una politica locale sana, senza infamia e senza lode, che faceva il suo senza mai trovare particolari slanci di stravolgimento nella palude, anzi nei Pantanelli, in cui ci rivoltiamo ancora.

Una politica d’opposizione che, bisogna ammettere, ha resistito fino a tempi recenti ma che ora inizia a dare seri segnali di cedimento. Una politica di opposizione che, a dirla tutta, abbiamo portato avanti insieme: vecchia guardia e falsi giovani. E già perché un bel pezzo di questi trent’anni sulle barricate li abbiamo passati insieme, anche se pare il nostro praticantato non sia ancora finito prima di poter conquistare il patentino di indipendenza politica. Ora, è chiaro che non c’è dolo in questa dinamica di sudditanza interna alla sinistra nostrana, nei confronti di quelli che davvero ci hanno insegnato tutto (la vecchia guardia) e che con ogni probabilità noi (falsi giovani) abbiamo idealizzato in quanto modelli, per i quali nutriamo prima di tutto stima, rispetto ed una qual certa riverenza. Del resto nessuno ha mai imposto questa consuetudine, eppure ad ogni giro di boa (ed iniziano ad essere tanti) non posso che vederla sempre più nettamente: l’unica cosa che in questi trent’anni non ha avuto modo di materializzarsi è un passaggio di testimone. I capi bastone dello schieramento restano di fatto gli stessi e detengono misteriosamente lo scettro del veto sulla direzione da seguire. Attenzione, l’ho detto, questo accade senza malizia: un po’ per sano individualismo, un po’ per manifesta incontrastata superiorità nella competenza, per difetto di percezione (che appunto il mondo è cambiato e manco ce ne si è accorti), un po’ per quel vuoto generazionale per cui chi dovrebbe subentrare alla fine non è che abbia poi tutta sta voglia di farlo, un po’ alle volte per sopraggiunta cocciutagine ché, sacrosanto, un po’ di rincoglionimento ci prenderà tutti ad una certa età.

Mi ricordo i giovani consiglieri comunali degli anni 2000, in opposizione a Bufardeci e Visentin. Me li ricordo ma non li tiro in ballo perché dalla politica mi pare si siano allontanati, e non si può biasimarli, forse disillusi da uno schieramento a cui si vorrebbe dedicare un impegno sempre crescente per fare meglio e di più ma si finisce a fare il praticante a vita. E così si è saltato un turno di rinnovamento. Mi ricordo anche quando l’attuale capo di gabinetto del sindaco era l’insperata promessa nelle giovanili del partito democratico: ovviamente giovanissimo, sindaco prodigio, volto da copertina, eppure lo si è lasciato a fare il sindaco in uno dei comuni più piccoli della provincia (per grande fortuna del medesimo comune). Michelangelo continua a fare -benissimo- lo stesso mestiere, ma la tessera di quel partito non mi pare che l’abbia rinnovata. Anche lì non entro nel merito non conoscendo i fatti altrui, ma parrebbe un’altra occasione sprecata per il rinnovamento sempre più e sempre più a lungo invocato. E si è saltato un altro turno. Mi ricordo quando – ancora giovani ma non più ragazzini- ci lasciavano giocare a costituire coordinamenti, a mettere le mani in pasta e chiedere diritto di parola per un’amministrazione che superasse la fase cementizia cittadina. Cambia-Città, Sos-Siracusa, correnti di aria nuova nella base elettorale. E nel 2013 abbiamo corso le primarie proponendo Alessio Lo Giudice alternativa all’apparato che sosteneva Giancarlo Garozzo. Al netto di certi furgoncini messi a fare la spola per raccogliere i voti dei braccianti, abbiamo perso ma poi Garozzo è diventato sindaco. Peccato che l’esperienza amministrativa non sia stata all’altezza delle aspettative, Garozzo ha divorziato dal partito e ha creato i presupposti per la giunta Italia. Anche Alessio Lo Giudice dopo la disastrosa esperienza da Segretario Capro Espiatorio è passato a ruoli di secondo piano. E si è perduta un’altra occasione per il rinnovamento della squadra.

Alle ultime amministrative abbiamo proposto la candidatura illustre e conciliante di Giovanni Randazzo, che non ha raccolto il favore della dirigenza di partito e si è preferito contrapporgli il nome di Fabio Moschella che ha portato alla rottura di un fronte sempre meno compatto e alla conseguente speranzosa ammucchiata del secondo turno a sostegno di Francesco Italia. Esperienza finita come sappiamo, dopo il suicidio del consiglio comunale, i rimpasti personalistici di una giunta che aveva i numeri per fare bene ma si è trascinata in una triste deriva politica dettata dai risentimenti. Non mi permetto di entrare nel merito delle dinamiche interne al Partito Democratico, di cui non sono elettore ma che oggettivamente non si può ignorare nello schieramento di cui è socio di maggioranza (più che immotivatamente, alla luce dei risultati ottenuti a livello locale, ma tant’è) e che si ostina a comportarsi più come palla al piede che come elemento di spinta. Ad oggi si potrebbe finalmente fare tesoro di queste ricorrenti cadute, involontari ostruzionismi alla successione, difetti di percezione nel leggere una realtà che cambia nostro malgrado e che si fatica ad inseguire con le stesse vecchie formule che oltre a non trovare il sostegno dell’elettorato raccolgono anche l’insofferenza dello zoccolo duro che giustamente è stanco di lotte intestine prima ancora che della dialettica con i naturali avversari politici. Mi piacerebbe che oggi stesso tutti gli attori di questo fantomatico fronte progressista possano mettere in campo dei nomi. Se non per una candidatura netta quantomeno per delle primarie, senza veti e senza correnti, sarebbe bello che la vecchia guardia si mettesse al servizio delle nuove leve (che nuove non sono più da un bel pezzo). Che si rassegnassero al ruolo di consiglieri saggi senza per forza entrare nel merito, che lasciassero in dote i loro bacini elettorali a quanti hanno dimostrato di possedere energia e competenze per offrire un’alternativa alla città, alternativa che loro faticano a scorgere, figuriamoci a comprendere, figuriamoci a fidarsene. Anziché sfruttare la loro autorevolezza, le loro risorse, conoscenze, influenze, per osteggiare una visione diversa da quella che hanno plasmato in questi decenni. Che si facciano dei nomi, offriteli sull’altare della contesa prima di aspettare i giochi nazionali e regionali per riciclare candidature fallite ai livelli più alti. Metteteci la faccia oggi, se ci credete, e giocatevela con qualche donna forte o con un non più ragazzino di buona volontà, se ancora ne sono rimasti disposti ad accollarsi fango e gastriti per evitare una sindacatura peggio di quella in carica. O quantomeno cercate di non remare contro, se per caso esistesse ancora qualcuno vocato alla carica, che possa restituirci una visione e una speranza, di impuntarvi sempre con la stessa proposta stanca da manuale, perdente per tutti tranne agli occhi di chi la concepisce.

Sarebbe bello se anche Francesco Italia fosse capace di un passo indietro e volesse proporre un volto pulito della sua squadra per salvare quel poco di buono che è stato costruito in questi anni, anziché ostinarsi nel creare la lista Per Taormina Sempre Dritto. E magari sperando che anche a destra il consiglio degli anziani abbia le proprie tare: se così non fosse il loro gioco sarebbe ancora più semplice per portare al primo turno all’elezione di un Edy Bandiera (o di un ostinato Reale III).

Così non fosse avremmo perso l’ultimo turno possibile di rinnovamento e avremo lasciato la patata bollente in mano ai veri giovani, ragazzini di oggi, lontani da noi e dalle nostre faide immaginarie, a ricominciare da zero, tra qualche anno. Aspettando che si incontrino quando ancora nemmeno si conoscono e non conoscono nulla della storia che ci ha portati qui, rischiamo di lasciare a chi ci seguirà un percorso difficile, senza nessun bagaglio a corredo, senza consigli e senza esperienza, per portare avanti una visione di città diversa dalla consuetudine, che sia capace di sognare. Perché chi oggi possiede questi strumenti non riesce a passare la mano. E la colpa è di tutti.

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