Diminuiscono le api e perdiamo biodiversità e colture alimentari

I ricorrenti eventi climatici estremi – siccità, bombe d’acqua, grandinate, gelate nei mesi primaverili ed oltre – stanno incidendo da tempo sulla produzione del miele, che in tutta Italia segna mediamente un calo del 30% secondo gli ultimi dati forniti da Coldiretti, la quale, analogamente ad altre associazioni professionali, chiede sostegni pubblici per la categoria. Un comparto, quello apistico, per il quale sono stati di recente raggiunti alcuni interventi normativi, fra cui 2 milioni di euro per progetti finalizzati a sostenere produzioni e allevamenti di particolare rilievo ambientale, economico, sociale e occupazionale, e che dovrebbe poter contare su parte dei 10 milioni di euro messi a disposizione delle cosiddette filiere minori nell’ultima legge di Bilancio del governo nazionale.

Sostegni a un comparto lavorativo, che dovrebbero e devono rientrare nell’azione più ampia, coerente ed efficace di vera sostenibilità in un settore strategico per l’agricoltura e la vita. Le api sono un indicatore dello stato di salute dell’ambiente e, attraverso l’impollinazione dei fiori, sono essenziali per il lavoro degli agricoltori. Le loro crescenti difficoltà rappresentano pertanto un grave pericolo per la biodiversità. Allarmi che da anni vengono lanciati dalla comunità scientifica e dal mondo ambientalista, ribaditi per l’ennesima volta nella recente “Giornata mondiale delle api” istituita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Dalla qualità e dalla resa della loro impollinazione dipendono tre colture alimentari su quattro, fra cui pere, mele, ciliegie, fragole, cocomeri, arance e tantissime altre. Infatti più del 75% delle colture alimentari mondiali è frutto del lavoro delle api e di altri impollinatori (farfalle, pipistrelli, coleotteri, colibrì). Secondo la FAO (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) 71 delle 100 colture più importanti al mondo si riproducono grazie all’impollinazione, e il lavoro di questi insetti è fondamentale per più dell’80% delle coltivazioni agricole destinate alla nutrizione umana. Lunghissimo l’elenco degli alimenti che diventerebbero seriamente a rischio se continuerà a diminuire il numero delle api la cui popolazione, assieme a quella delle vespe, si è ridotta del 36% dal 1980 al 2010 (fonte FAO).

Non ci sono solo i cambiamenti climatici a minacciarle, dato che le attività umane dannose (e non solo per loro) includono i pesticidi, l’uso intensivo di fitofarmaci per l’agricoltura e varie forme d’inquinamento. Nelle campagne italiane usare diserbanti o altri prodotti chimici per trattare le colture durante le fioriture non è permesso. Eppure ci sono irresponsabili, se non peggio, che continuano a farlo, uccidendo le api e inquinando massicciamente gli ecosistemi naturali. In Sicilia la Cia (Confederazione italiana agricoltori) chiede altresì lo sviluppo di corridoi ecologici per il mantenimento delle api, e denuncia la mancata cura dei boschi invitando la Regione a provvedere a liberare eucalipti e castagni dalla cinipide e dalla psilla, insetti che infestano e indeboliscono piante come l’eucalipto e il castagno mettendo a rischio le loro fioriture.

C’è veramente bisogno di molta più attenzione, contenuti e fatti concreti da parte delle istituzioni per dimostrare che “sostenibilità” e “transizione ecologica” non sono soltanto parole o definizioni ad effetto. Per l’Aras, Associazione regionale apicoltori siciliani, è importante che venga presto approvata la proposta di legge siciliana  sull’agroecologia. Proposta, elaborata da decine di associazioni professionali e ambientaliste riunite nel “coordinamento agroecologia Sicilia 2030”, che da mesi attende di essere discussa dall’Assemblea regionale siciliana.

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