Un bene intangibile, parte dell’immaginario collettivo e patrimonio identitario del nostro territorio, prima messo a disposizione di una gestione privata per 50 anni ma poi ristrutturato con risorse pubbliche e, allo stato, trasformato in discarica di rifiuti speciali.
È questo in sintesi ciò che si sta perpetrando per il Faro di Capo Murro di Porco.
L’operazione di recupero e valorizzazione dei fari e degli edifici costieri italiani nell’ambito di un programma nazionale, avviata dall’Agenzia del Demanio e dal Ministero della Difesa a partire dal 2015, nella proclamata ottica della riqualificazione degli immobili demaniali, è tra gli interventi più contestati e avversati dalle associazioni di difesa del territorio degli ultimi anni.
Di fatto l’alienazione, la trasformazione e la privatizzazione a fini speculativi di alcuni siti di interesse pubblico, beni della comunità, attraverso procedure del tutto discutibili. Tra questi proprio il Faro del Plemmirio.
L’Agenzia del Demanio ha firmato nel 2018 l’atto di concessione del Faro affidandone la gestione per 50 anni alla società “Beacon Hope – Lighthouse Resort srl”, nata ad hoc. Concessa incredibilmente la modifica dei luoghi che diventeranno “spazi per la ristorazione, banqueting, centro congressi, 14 posti letto tra suite e boutique apartment e sede di eventi dedicati al teatro e alla moda”.
Inaffidabile il chiarimento che non sia però prevista “alcuna nuova costruzione né modifica del suolo, a parte gli adeguamenti alla viabilità per rendere più funzionale l’accessibilità”.
Un iter di assegnazione finora rallentato da un ricorso presentato dal secondo classificato nella gara, promotore di un progetto più rispettoso dell’identità dei luoghi e con finalità di interesse pubblico; un ricorso al momento respinto dal Tar Lazio e impugnato al Consiglio di Stato.
In disaccordo con il progetto anche il coordinamento di associazione ambientaliste SOS.
Ma questo è il contesto.
Quello che è accaduto è stato, anche se è difficile immaginalo, peggiore delle aspettative! Nell’ottobre 2019, il Provveditorato Interregionale Opere Pubbliche Sicilia-Calabria del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, rilevando una situazione di “degrado”, ha dato il via a lavori di manutenzione straordinaria della torre e delle pertinenze del Faro, un intervento previsto nel piano di gestione del SIC come “Recupero e valorizzazione di fabbricati rurali tradizionali da adibire ad uso pubblico come centro di educazione ambientale”.
Un’iniziativa plausibile per evitare danni strutturali gravissimi all’edificio, forse, ma fondata su una contradictio in terminis: da una parte la privatizzazione e trasformazione in resort del Faro, dall’altra la finalità pubblica del piano SIC che giustifica l’impiego di fondi statali. 147mila euro!
In sostanza una consistente compartecipazione dello Stato all’investimento privato per vantaggi che saranno poi esclusivi degli imprenditori.
Non si tratta infatti di semplici opere di consolidamento/mantenimento della struttura in attesa dell’intervento a carico della società che lo avrà in gestione cinquantennale ma di una manutenzione straordinaria consistente “nel recupero e nel risanamento dell’impaginato prospettico della struttura della torre del faro e dei limitati locali di servizio ubicati al piano terra, oltre alle necessarie opere di finitura”. Per dare un’idea dell’entità dei lavori ne indichiamo solo alcuni: oltre al nuovo intonaco esterno e interno con materiali “rigorosamente” prescritti dalla Soprintendenza “per non danneggiare il supporto murario in pietra calcare al fine di favorirne la buona conservazione”, l’impermeabilizzazione e pavimentazione del ballatoio in corrispondenza della lanterna; la sistemazione della scala a chiocciola; nuove soglie di marmo per le finestre; la posa in opera di elementi in profilati pieni di acciaio inox, della sez. 30×30 mm, per la realizzazione della nuova struttura di sostegno e di alloggiamento del nuovo vetro temperato di sicurezza, antinfortunistico ed infrangibile della lanterna; la sostituzione di tutte le apparecchiature per il funzionamento del Faro; le varie opere di finitura.
In poche parole quello che da tempo ognuno di noi avrebbe auspicato che si facesse per recuperare un Faro di sicuro “pregio storico ed architettonico”, attivato per la prima volta nel 1859.
Ma non un attimo prima di cederlo al privato, forse.
“Tutta l’area – evidenzia la presidente di Rifiuti Zero, l’avvocato Emma Schembari – è attualmente inclusa nella zona A della riserva naturale Capo Murro di Porco e penisola della Maddalena, oltre a far parte di un Sito di interesse comunitario. Non solo quindi è sottoposta alle norme di salvaguardia previste dalla legge regionale 98/81, ma è anche soggetta a valutazione di incidenza per le finalità di conservazione”.
Ma c’è ancora altro. La segnalazione dell’Associazione Rifiuti Zero sullo stato di abbandono e degrado in cui è stato lasciato il sito dopo aver avviato lavori che avrebbero dovuto terminare nell’aprile 2020 e il pericolo per le persone.
E se di sicuro a fermare i lavori avrà giocato l’emergenza covid, questo non potrebbe spiegare quanto lamentato dall’Associazione. “Attualmente questo luogo di rilevante interesse per la comunità locale, meta di passeggiate e punto di meditazione, è in condizioni disastrose – si legge nella pec inviata a tutte le autorità competenti –. Il sito è stato depredato, vandalizzato e adibito a copiosa discarica abusiva per la presenza di rifiuti speciali di natura edile. Qualunque attività si presume debba essere condotta in modo compatibile con la tipologia di riserva e con lo stato dei luoghi compresi gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria: appare evidente che questo non è avvenuto”. Una discarica a km zero, quindi! E questo sebbene, per lo smaltimento rifiuti prodotti per l’esecuzione dei lavori, si sia fatto riferimento “a discariche di ditte specializzate presenti sul territorio dislocate ad una distanza di circa 30 km dal sito dei lavori”.
Inevitabile a questo punto immaginare la delusione dei visitatori che arriveranno fino alla Penisola della Maddalena magari richiamati dalle splendide foto presenti sul sito dell’Area Marina Protetta.
C’è del rammarico per non essere riusciti a proteggere anche questo luogo incantato compromesso dall’avidità di alcuni e dall’indifferenza di molti. Risuonano, amare, le parole di Carlo Pedrini, gastronomo, giornalista e scrittore, “Il turismo del futuro? Parte dai cittadini residenti, dalla loro qualità della vita, dalla capacità di essere felici, dalla loro cura verso la terra che abitano. I turisti arriveranno di conseguenza”.

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