Finita l’emergenza, cosa ne sarà di quanti improvvisamente hanno avuto un volto, una storia da raccontare: storie di povertà, di sopravvivenza, di sfruttamento?

Finita l’emergenza Covid, o, più probabilmente, entrati nella normalità della convivenza – per chissà quanto tempo – con un corona virus su cui, dopo mesi, regna ancora molta confusione tra gli stessi virologi, c’è un obiettivo che riteniamo prioritario.
Se fossimo davvero una comunità, una civitas, tenuta insieme da reali sentimenti di solidarietà e rispetto reciproco, tutti convinti che il progresso del terzo millennio non possa definirsi se non nel cammino di tutti verso (almeno) le condizioni minime di benessere, dovremmo ripartire dall’analisi delle tante, differenziate, situazioni sia di povertà che di lavoro sommerso fin qui venute alla luce.
Quante le persone, le famiglie, che non hanno avuto alcun accesso a quel po’ (perché di molto poco si tratta) di sostegno offerto dallo Stato per il tramite dei Comuni per fronteggiare la sospensione della vita di questi 68 giorni, e di quelli che verranno? Che non sono mai state prese in carico dai servizi sociali del Comune? Quanti i senza fissa dimora anche tra i nostri connazionali, i richiedenti asilo, gli stranieri irregolari? È il popolo degli esclusi, degli invisibili che se sono sopravvissuti, se non si sono trasformati in predatori notturni “per necessità”, è solo perché si è messa in moto, come sempre, come ogni volta accade nelle situazioni più disperate, la macchina del volontariato.
“Una lezione di vita anche per noi, per noi che crediamo, forse con celata supponenza, di fare già tanto, di esserci per chi ha bisogno. E che invece solo oggi ci rendiamo conto di quanto sfugge della realtà cittadina anche a chi, nel mondo dei sommersi, opera da sempre – riflette Simona Cascio dell’Arci di Siracusa, tra i consiglieri comunali “ibernati” – Non potremo tornare alla nostra attività se prima non ci interrogheremo su quanto ampia e variegata sia la platea di chi, giorno per giorno, in ogni modo, e faticosamente, riesce a “guadagnare” quel tanto che serva per una sussistenza al minimo dei bisogni. Ma non ci sono unicamente i poveri che proprio non avrebbero potuto sopravvivere con il solo aiuto “istituzionale”, né quelli che vivevano con attività in nero venute meno con il lockdown; l’Associazione Astrea ha assistito in questo periodo almeno 500 famiglie non abbienti.
Noi dell’Arci abbiamo deciso di collaborare con loro perché ci lega una vicinanza non solo fisica, visto che noi ci troviamo al civico 20 e loro al 16 di piazza Santa Lucia. E proprio partendo dal quartiere Borgata siamo arrivati a tutta la città. Insieme a noi hanno collaborato le Associazioni Zuimama, Arciragazzi e Stonewall, fornendo contatti di famiglie e singoli in difficoltà e dando una mano nella ricerca dei fornitori.
Ci sono anche quelli privi di un qualsiasi documento di identità, quelli senza residenza, domiciliati là dove capita, le vittime del Decreto Salvini, interi gruppi etnici non rispettati nella loro dignità di esseri umani, titolari dei nostri stessi diritti, oggi considerati forse solo per il ruolo che hanno nella società nell’assistenza agli anziani o ai disabili, alle famiglie, in quei lavori anche essenziali che altri rifiutano. Per questi innominati, che non hanno potuto usufruire di bonus e ammortizzatori sociali, al bisogno si è aggiunta la paura dovuta all’impossibilità di uscire “all’aperto”, di essere riconosciuti; la difficoltà di ricevere aiuti senza che si chiedesse loro chi fossero, da dove venissero. Non si potrà continuare a far finta che non esistano, come abbiamo fatto finora.
Così come non si potrà prendere atto che il lavoro nero, quello sottopagato, nei più diversi settori, è una piaga che ha ramificate, e radicate, connivenze che vanno stanate, abbattute. E voglio dire un’altra cosa che mi ha colpito, che resterà dentro questa esperienza incredibile: la generosità, e onestà, degli “ultimi”. Di chi, destinatario di un pacco-spesa, lo ha rifiutato per l’arrivo di un altro sostegno chiedendo di portarlo a chi ne avesse bisogno, o di chi ha diviso con altri il poco che gli era stato dato”.
Cosa ne sarà di questi nomi che improvvisamente hanno avuto un volto, una storia da raccontare: la loro storia di sfruttamento? Quando torneremo alla “normalità”, cosa ne sarà degli elenchi della povertà di ogni Comune, di quelli fatti da ogni singola associazione di volontariato?
Quanto emerso in questi giorni, in cui i “benestanti” si sono invece chiusi (necessariamente, certo!) nelle proprie case, dovrà essere materiale di studio, di analisi. Capire quali e quante siano le situazioni di difficoltà economica nelle nostre comunità; quali siano i settori produttivi in cui, più che in altri, vige la regola della paga “nominale”; individuare le etnie che popolano le nostre città per attivare un effettivo percorso di integrazione.
Si tratta di rivedere radicalmente la nostra idea di comunità, di sviluppo, di benessere.

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