Althaea officinalis L., nata dalle lacrime di una madre

 

Il nome del genere Althaea viene dal greco “altho” che significa curare, il nome della famiglia a cui appartiene, Malvaceae, deriva invece dal greco “malake” che significa morbido. All’altea è legata la leggenda di Meleagro, figlio di Altea e di Eneo, signore di Calidone. Meleagro uccise un terribile cinghiale mandato da Artemide, offesa perché Eneo non aveva compiuto sacrifici in suo nome; la pelle dell’animale suscitò un’aspra contesa fra due popolazioni confinanti: Etoli e Cureti. Durante la lotta Meleagro si schierò con i primi e per mano sua morirono i fratelli di Altea. Fin dalla nascita del figlio la donna aveva custodito un tizzone ardente che, secondo l’avvertimento delle Moire, era legato alla vita di Meleagro. Alla morte dei suoi fratelli Althaea, in un momento di rabbia, gettò il tizzone nel fuoco provocando così la morte del figlio. Subito pentitasi la donna pianse disperata e dalle sue lacrime nacque la pianticella le cui proprietà erano note ancor prima di Omero.

L’Althaea officinalis è una pianta erbacea perenne caratterizzata da una radice carnosa fusiforme cilindrica con polpa interna biancastra ed esternamente giallastra; lunga fino a 50 cm, è affusolata, lunga e spessa, con una corteccia dura ma flessibile e presenta radici secondarie di alcuni cm di spessore. L’intera pianta, in particolare la radice, è ricca di mucillagine.

Ippocrate consiglia il decotto della radice come rimedio per le ferite, mentre Dioscoride per trattare anuria, diarrea, litiasi, lesioni interne, dolore ai nervi, puntura d’ape, mal di denti. Nel Medioevo Paracelso la prescrive negli ascessi per le spiccate proprietà emollienti, Lonicerus e Mattioli come espettorante e diuretico, in lesioni interne ed esterne come ulcere e ustioni. Il suo uso terapeutico fu censito per la prima volta nel IX secolo a.C., periodo in cui era ampiamente usato dalla medicina greca. La radice ancora oggi viene spesso adoperata come componente di decotti o sciroppi destinati al trattamento della tosse. Dalla medicina greca si estese a quella araba, poi a quella Ayurveda e alla medicina Unani. Pare che i primi medici arabi l’usassero principalmente nella preparazione di un impiastro fatto con le foglie per contrastare l’infiammazione. Persino il re Enrico VIII utilizzava un impiastro a base di altea per le ulcere alle gambe, di cui sovente soffriva, e per le caviglie gonfie.

La farmacopea Ayurveda indiana (2006) riporta usi terapeutici delle radici e dei semi nel trattamento, tra le altre condizioni, di tosse, bronchite, corizza (naso che cola) e disturbi della gola. Un importante formula che contiene i semi, chiamata “Gojihvadi Kvath”, indicata per la tosse, è utilizzata ancora oggi negli ospedali. La medicina Unani usa il seme per il trattamento di bronchite, pleurite, polmonite e calcoli renali. Anche la medicina tradizionale mediterranea la utilizza per i calcoli, non i semi ma la radice la quale appare tra le piante maggiormente lenitive a tal proposito. Esiste una preparazione appartenente alla medicina Unani, chiamata “Lauq-e-Sapistan”, adoperata con successo per secoli nella tosse secca e irritante, soprattutto in caso di espettorato scarso, di bronchite catarrale cronica: è a base di miele e polvere di semi di altea, melone (Cucumis melo, var. momordica, Cucurbitaceae), frutto di giuggiola (Ziziphus jujuba, Rhamnaceae) cotogna (Cydonia oblonga, Rosaceae) ed altro.

Un dolce tradizionale arrivato fino ai giorni nostri è il marshmellow, che peraltro è uno dei nomi con cui viene chiamata l’altea; nel recente passato (circa la metà del XVII sec.) i farmacisti francesi prepararono una meringa con estratto di radice di altea, albume d’uovo e zucchero chiamata “Pâté de Guimauve”, usata per trattare le “lamentele al petto”. Verso la fine del XIX secolo il marshmallow era facilmente disponibile al pubblico sotto forma di caramelle ma da allora, a causa della produzione industriale, non contenne più l’estratto di altea.

Nel 1989 la Commissione E approva sia la foglia sia la radice nel trattamento dell’irritazione alla bocca e della gola, anche nel caso vi sia associata la tosse secca. La radice è stata anche approvata per l’infiammazione della mucosa gastrica; tale uso mette in evidenzia la simmetria che coesiste tra le varie tradizioni e l’uso odierno, non a caso ancora oggi molti erboristi tradizionali adoperano tale radice (in pezzetti o in polvere) per sostenere le mucose infiammate, come nel caso del reflusso gastroesofageo (uso peraltro approfondito, ma non confermato, da uno studio

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