Nuovi sbarchi: vi può essere una graduatoria dei destinatari dei bisogni?

 

Il fenomeno migratorio in Sicilia è nuovamente apparso sull’isola maggiore. Dopo aver esaurito la disponibilità di posti al centro di Lampedusa, la regia dei trafficanti di uomini, sempre attenta alle dinamiche sociali, sposta gli arrivi. A Pozzallo, dov’è un hotspot assolutamente inadeguato, affidato ad una società, Badia Grande di Trapani, fondata nel 2007, ormai operante in tutta Italia, spesso finita sotto i riflettori della cronaca anche per contestazioni alle modalità di gestione del personale.

In due giorni sono sbarcati 250 disperati. Sicuramente nel peggiore momento possibile. Nel momento più confuso della Sicilia repubblicana, approfittando dell’impegno di ogni energia sul fronte sanitario e socio assistenziale, ecco che si organizza il ritorno in Sicilia. Come accadeva in epoca non pandemica, gli Italiani sono divisi tra accoglienza e divieto di ingresso, a maggior ragione in un momento tanto delicato. Le necessità gestionali di un centro di accoglienza per immigrati richiede infatti un intervento corale per le istituzioni investite da responsabilità: Prefettura, Comune, Forze dell’ordine ed Asp, già oberate dalla gestione di una complessa pandemia. Inevitabile la scelta della quarantena coatta in una struttura vigilata, un centro medico dedicato, il vitto secondo standard sanitari e un alloggio decoroso. Il minimo concedibile.

Ma i sindaci di Lampedusa e Pozzallo diventano così subito oggetto di forti contestazioni da parte delle due comunità cittadine: inevitabilmente, purtroppo, la gestione emergenziale di questi arrivi assume nell’immaginario collettivo la valenza di una discriminazione tra il cittadino e lo straniero.

In molti, per lo più, vivono la doverosa gestione del fenomeno da parte delle istituzioni come una attenzione maggiore, e pertanto non condivisibile, verso i bisogni degli immigrati che verso se stessi. Trasporti, vigilanza, sanità, istruzione, il soddisfacimento dei più elementari diritti di chi, appena approdato, è privo di tutto, non sono considerati come ineludibili, come dovuti, bensì come un qualcosa che viene sottratto a chi, residente, ne avrebbe bisogno. Ancor di più se, in questi tempi di lotta al corona virus, si parla di tamponi, di quei test che per molti, per i più, restano quasi un miraggio.

Ma vi può essere una graduatoria dei destinatari dei bisogni? Come viene percepita l’attenzione verso cittadini stranieri “piuttosto che verso i propri connazionali”?

Nella scaletta delle priorità, i più fragili dei cittadini italiani sono considerati meno meritevoli di attenzione rispetto “a questi marocchini”? queste le domande che immediatamente trovano spazio sui social, dove si può urlare il proprio dissenso senza che vi sia la possibilità di un confronto sereno; dove invece troppo spesso si scatena l’effetto domino della più becera rivolta; ma dove anche non è possibile cogliere il senso di alcune proteste che hanno aspetti di legittimità.

In una riflessione serena si potrebbe forse anche spiegare quanto, in una crisi pandemica, sia di fondamentale rilevanza l’immediata individuazione di uno “straniero” positivo al Covid 19 e da qui l’estrema urgenza di fare una immediata diagnosi in grado di annullare ogni possibilità di rischio di contagio ulteriore. Basterà questa magari fin troppo semplicistica descrizione dell’emergenza immigrazione, per dare una necessaria spiegazione della differenza di trattamento tra cittadini italiani ed extra comunitari, alias africani ed asiatici? Perché è fin troppo chiaro che l’astio nasce dalla diversità già del solo colore della pelle. Ovviamente la reazione verso un cittadino britannico non più comunitario sarebbe ben diversa rispetto a quella verso un cittadino non comunitario dalla pelle scura. Almeno questo è chiaro?

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