Luis Sepulveda: il virus spegne la voce non zittita neanche dalla dittatura di Pinochet

 

Il coronavirus falcia le vite di anziani e giovani, contagia persone comuni, premier e reali.

Non ha risparmiato la voce dello scrittore cileno Luis Sepúlveda, che neppure la dittatura di Pinochet era riuscito a tacitare.

Sì, perché per Sepúlveda la penna e l’azione, la mano e il pensiero non erano scissi ma uniti nella coerenza di un sentire appassionato, di un’adesione completa alle cause sostenute, che fossero la sorte delle balene e delle altre creature marine difese insieme a Greenpeace, il destino degli ultimi indios – baluardo contro la capitalistica cieca cupidigia dell’uomo bianco nei confronti della natura –, la lotta per la democrazia e la libertà in un mondo che ci vuole sempre più sottomessi alla dittatura del mercato e del pensiero unico.

“Abbiamo bisogno delle opinioni, abbiamo bisogno di scienziati coraggiosi che si giochino tutto per dire “Eppur si muove” anche nel peggiore momento, abbiamo bisogno del politico che è capace di dire “La politica non è semplicemente una forma per difendere un interesse determinato”; la rivoluzione che sognava era quella contro il lucro, l’individualismo, l’egoismo, la prepotenza, per una “società di cittadini e non di miserabili consumatori”: queste le sue parole in occasione della sua ultima partecipazione al Salone del libro di Torino.

Nei suoi libri si trasfigurano l’impegno militante, il trauma – un marchio di fuoco – dell’uccisione di Allende, che lo scrittore aveva conosciuto, i viaggi – da curioso viaggiatore, non da turista –, la passione per la scrittura – amava i nostri Fo e Strehler e sognava di diventare un autore di teatro –, gli amori, specie quello che lo ha unito nella lotta contro la dittatura e contro il coronavirus alla prima e ultima moglie, Carmen Yanez.

Ospite a Catania nel 2016, aveva omaggiato la Sicilia con queste parole: “Tanti anni fa, la mia casa editrice, che è la stessa di Camilleri, mi dice che lui sarebbe arrivato da lì a poco in Spagna e aveva il desiderio di salutarmi. No, dissi io. Sono io che voglio salutare lui. Ho un’ammirazione enorme verso Camilleri, così come verso tanti altri autori siciliani da Luigi Pirandello a Leonardo Sciascia. La sicilianità è qualcosa di straordinario, l’aspetto che amo di più della Sicilia. È un’attitudine umana, una forma dell’essere che si traduce in qualità come per esempio l’ospitalità, un pregio tipico dei siciliani”.

Rimangono – oltre lo sgomento, penso ai messaggi dei nostri alunni, che hanno amato e letto e perfino portato in scena, alle elementari e alle medie, i suoi lavori, “La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare” – la scrittura limpida di Sepúlveda, le sue idee e soprattutto i suoi libri.

“Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia”.

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