CROLLANO LE BORSE. PERCHÉ NON CHIUDERLE?

L’ombra del cigno nero si avvicina. Ma nessuno blocca ancora la speculazione finanziaria.

Sarebbe meglio internalizzare il debito. Arroccandosi a difesa degli interessi comuni.

 

In questo 2020, anno zero dell’era d.c. (dopo coronavirus), le borse scendono in picchiata. Ma nessuno si preoccupa di chiuderle. Eppure la situazione è veramente eccezionale. Qualche giorno fa la borsa di Milano ha registrato -17%. Il confronto con ciò che accadde dopo l’11 settembre del 2001 è calzante. Ma allora nessuno obiettò se la borsa di New York serrò i battenti. Oggi si chiudono gli aeroporti, si chiudono i negozi, si blocca l’attività di varie aziende… ma le borse no! Forse perché si intende reggere il sacco ai signori che vi esercitano la grande speculazione finanziaria? A pensar male, forse, si fa peccato, ma si coglie il vero. Ebbene, noi confessiamo di ritrovarci in questa schiera di peccatori malpensanti.

C’è poi chi obietta che la chiusura delle borse potrebbe, nell’attuale frangente, rappresentare una protezione per vari titoli azionari fortemente in calo perché danneggiati dalla pandemia, ma potrebbe impedire di puntare su altri prodotti forse più appetibili e in rialzo. E qualcuno già strilla al sacrilegio: chiudere le contrattazioni significherebbe impedire il libero mercato. Chiamiamo le cose con il nome più appropriato: significherebbe solo ostacolare la libera speculazione. Ed è questo che dovrebbe fare un’autorità pubblica degna di rispetto. Ma probabilmente oggi contano troppo gli interessi di gruppi privati come le più potenti centrali di investimento finanziario, che possono trar lucro da qualsiasi piccola oscillazione, movimentando ingenti somme in frazioni di secondo. Immaginiamo quanto possano lucrare dalle attuali oscillazioni, più ampie delle montagne russe.

Nel mondo politico si levano delle voci a favore della chiusura ad altre che chiedono almeno il blocco delle vendite allo scoperto, che più si prestano a fini speculativi. Ma dal fronte opposto si obietta che esiste già una norma che consente di bloccare le contrattazioni di un singolo titolo per eccesso di ribasso. E tanto, si dice, basterebbe. Anche nel caso di un tonfo come quello registrato non da un singolo titolo ma, complessivamente, dalla borsa di Milano (-17%)? Da profani, riteniamo di no. Ma chiunque, da profano, osi proferir verbo a favore della chiusura (o s’azzardi a interloquire su temi economici in generale) viene tacitato come incompetente. E si fa notare che proprio questa pandemia stia rivalutando la competenza (medica!) e stia spingendo fuori gioco l’incompetenza dei no-vax. Giusto! Solo che in questo caso si parla di economia e, com’è noto, la competenza e l’infallibilità degli economisti è più sfuggente dell’araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Secondo un noto aforisma, poi, l’economista sarebbe spesso colui che spiega oggi perché sia risultata errata la previsione da lui formulata ieri. Dobbiamo continuare a inchinarci alla fede che gli economisti mainstream professano nel dio quattrino, nella teologia iperliberista e nei dogmi correlati? C’è poi chi si oppone alla chiusura di una sola borsa o di poche borse, temendo (non senza ragione!) che gli scambi si sposterebbero immediatamente su altre piazze. Ma il punto è proprio questo: stiamo mettendo il mondo in quarantena, stiamo bloccando la circolazione delle persone e non abbiamo la capacità, la voglia, l’accortezza di bloccare le oscillazioni dei titoli azionari in attesa di tempi migliori. Eppure dovrebbe risultare ovvio che, con una pandemia in corso, sarà difficile evitare rumors, bufale, timori più o meno fondati di catastrofi, speranze più o meno giustificabili in alcune delle ricerche in corso… Le sorti di una industria farmaceutica potrebbero volare in alto o precipitare anche per un falso annuncio o per una indiscrezione divulgata intenzionalmente da qualche voce prezzolata da avvoltoi pronti a speculare. La speculazione si alimenta spesso degli effetti psicologici di voci incontrollate o chiaramente mendaci. Le asimmetrie informative rischiano di risultare accentuate e le capacità di verifica ulteriormente ridotte dalla situazione attuale. Senza contare, infine, che la probabile diffusione del contagio negli USA e nei paesi del Nord Europa, che hanno minimizzato i rischi e stanno ancora tardando ad avviare le dovute precauzioni, e il combinato delle possibili conseguenze di tutto ciò potrà costituire un vero cigno nero in grado di provocare la più consistente fuga dagli investimenti di tutti i tempi. Se tutti decideranno di capitalizzare i risparmi, fuggendo da ogni tipo di investimento, che succederà? Meglio cacciar la testa sotto la sabbia? A noi questo comportamento da struzzi piace poco. Preferiremmo una chiusura prudenziale e generalizzata dei mercati finanziari. Ed anche un blocco (a tempo) dei prezzi di medicine, prodotti sanitari (come amuchina e mascherine) e beni alimentari. Nell’interesse comune per una certa stabilità che, almeno nell’immediato e finché non sia debellato o addomesticato il coronavirus, non aggiunga incertezze ad incertezze. Ma… già! Noi siamo dei profani. E l’incertezza può essere un’arma da sfruttare da parte dei furbi a danno dei meno potenti. Per tosare il valore dei loro risparmi. Come osiamo opporci ai furbi di tutto il mondo, che hanno fatto dei mercati il loro campo di battaglia? Al massimo, possiamo limitarci a sussurrare ai piccoli risparmiatori un piccolo suggerimento: fare un passo indietro, disimpegnare i loro risparmi da fondi comuni e da prodotti rischiosi ed affidarli, per solidarietà, allo stato di appartenenza, nel tentativo di sottrarre alla speculazione planetaria i titoli del debito pubblico. Alla chetichella e finché i mercati saranno aperti. Perché, anche se adesso non vogliono chiuderli prudenzialmente, forse saranno costretti a farlo se si materializzerà il cigno nero.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto modo di ascoltare, per bocca della Lagarde, quanto importi all’attuale vertice della BCE debellare la tagliola dello spread con cui la speculazione spreme più esosi interessi da uno stato fortemente indebitato come il nostro. Poi la signora Ursula ha cercato ripetutamente di rimediare con dichiarazioni di solidarietà nei confronti dell’Italia. È doveroso ringraziarla. Ed anche ammettere che probabilmente è sincera.

Ma è realistico considerare che il vero potere di influire sull’economia con politiche monetarie è nella disponibilità della BCE e solo in misura minima può essere esercitato da una Commissione Europea, che è una sorta di simil-governo dell’Unione, depotenziato. Dunque, con tutto il rispetto dovuto alla gentile signora Ursula von der Leyen, forse sarà bene non farsi illusioni.

L’unica solidarietà effettiva ed efficace che possiamo aspettarci (forse!) è quella dei nostri concittadini e delle nostre istituzioni statali. Se tutto il nostro debito pubblico fosse in mani di italiani (e la cosa è possibile poiché il nostro risparmio privato è pari circa al triplo del debito pubblico), saremmo al sicuro dalle speculazioni almeno quanto il Giappone, che pure ha un debito doppio rispetto al nostro. Per tale ragione il Giappone non teme speculazioni a suon di spread.

Ma molti incauti, sedotti da prospettive di guadagno sempre più aleatorie e rischiose, preferiscono ancora affidare a fondi comuni e alle borse i loro risparmi. Per quanto tempo ancora?

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