LA LEGGENDA DI COLAPESCE E LA SCUOLA

La Maraini scrive di buona scuola, di una Sicilia, di una città, quella in cui vivo, che viene raccontata poco, ma esiste

Scuole con docenti desiderosi di darsi e alunni vogliosi di apprendere e che inventano mondi e pensieri nuovi

 

Ogni giorno, prima di affrontare la routine quotidiana, mi piace restare sotto le coperte per almeno 20 minuti e leggere le pagine dei giornali. Ho sempre difficoltà ad ingranare la mattina, le mie articolazioni sono state ferme per ore, il mio cervello, almeno apparentemente, a riposo: da sempre, hanno avuto e continuano ad avere la meglio, mi chiedono di soprassedere per qualche minuto, prima di iniziare la giornata; e io mi sono arresa da subito alla loro volontà, non senza un certo sottile piacere. Il mio è un rito: stropiccio gli occhi, prendo il caffè e, sempre a letto, leggo i quotidiani online, i titoli e qualche articolo che cattura la mia attenzione.

E chi incontro tra le coperte il 17 Febbraio scorso? Colapesce. È sgattaiolato fuori dal mio smartphone, complici le parole di Dacia Maraini sul Corriere della Sera, e fiero di sé legge con me l’editoriale.

Si scrive di scuola, di buona scuola, si parla di un’Italia, di una Sicilia, di una città, quella in cui vivo, che viene raccontata poco, ma esiste.

Si racconta di buoni insegnanti, buone pratiche, cultura, saperi, creatività.

Stavolta non leggo di edifici scolastici cadenti e pericolosi, che ci sono, né di genitori petulanti e diseducativi, che pure esistono, e nemmeno di professori fannulloni o supponenti, che neanche a dirlo non mancano, tantomeno di ragazzi bulli e violenti, smarriti e tristi, demotivati e dispersi, che restano il nostro tormento quotidiano.

Oggi leggo, avida, di una comunità educante che crede in quello che fa, che prova ogni giorno a costruire senso e prospettiva, rispetto e condivisione, inclusione e cittadinanza attiva, speranza e coscienza critica, saperi e visione, anche qui, anche dentro questa terra offesa, dentro questi edifici dagli intonaci cadenti e dalle balaustre pericolanti, dentro i quartieri a margine, nei piccoli paesi perduti dentro il cuore di un’isola di commovente bellezza e di triste abbandono. E sento risuonare le voci festanti di bambini tra corridoi e aule, vedo gli occhi pazienti di insegnanti che leggono passi di libri con i propri allievi, ascolto i discenti stranieri che pronunciano sorridendo la loro prima frase in italiano, sorrido all’alunno ottantenne che recita la sua prima poesia davanti alla preside. Tutto questo lo leggo tra le pagine di un giornale, nelle parole di Dacia Maraini, che ha visitato molte scuole siciliane: lo leggo ancora avvolta dentro il calore delle coperte e delle parole che scaldano il cuore, ma so di vederle ogni giorno, nella quotidianità che vivo tra mille difficoltà e fatiche.

Dacia Maraini ringrazia gli insegnanti, che resistono e continuano a credere alla scuola, unico baluardo che può non solo costruire, ma salvare il nostro futuro: perché ogni giorno a scuola noi non accudiamo i nostri figli, noi ci prendiamo cura del nostro, e soprattutto del loro, futuro. E il suo ringraziamento, come il mio, è particolarmente sentito, perché sa che farlo dentro un Paese che manca di nocchiere, è più difficile: eppure Dacia scrive di eccellenze a Floridia e a Vittoria, a Mazzarino e a Gela, a Caltanissetta e a Trapani, a Canicattì e a Catania, a Termini Imerese e a Siracusa; e non racconta di scuole di élite, ma anche e soprattutto di scuole ai margini, dove è più difficile operare e dove è più gratificante conseguire insieme il successo formativo.

Mi emoziono quando scopro che tra le scuole “con docenti desiderosi di darsi e alunni vogliosi di apprendere e che studiano, inventano mondi e pensieri nuovi”, ci sia anche la scuola da me diretta, il CPIA ‘A. Manzi’ di Siracusa, citato proprio da Dacia Maraini tra le eccellenze da ricordare: mi emoziono due volte, perché i miei alunni spesso non sono più ragazzi, ma autoctoni e stranieri con una grande voglia di crescere, imparare, capire, esercitare coscienza critica e rispetto, adulti che vogliono imparare e rimettersi in gioco, vogliono acquisire competenze spendibili e pretendono risposte dal territorio in cui vivono, formative e occupazionali, sono persone che fanno grandi sacrifici per appartenere ad una comunità educante: ed esserci, con e per loro, è più che una missione, è un dovere.

L’entusiasmo, la disciplina, la voglia di apprendere, includere, crescere insieme e stare alle regole che la Maraini trova anche nella mia scuola, sono le stesse per cui ci spendiamo ogni giorno, nonostante i se e i ma, le risposte che non arrivano, le urgenze che rimangono tali, una politica spesso lontana e assente dal bene comune.

Scrive Dacia: “La mia idea? Che la scuola come Istituzione effettivamente sia ridotta a pezzi. Ma esiste una rete di insegnanti preparati, dediti alla propria missione, che reggono sulle loro spalle la scuola, come la leggenda racconta che fece un certo Cola Pesce che era bravissimo a recuperare le cose perse nel mare. Andava, raccoglieva e portava a galla”.

Ogni giorno tante delle nostre scuole in questa isola splendida e abbandonata, si comportano come Colapesce, portano a galla le cose perse in mare: sono felice che tra quelle scuole ci sia il nostro CPIA, che porta a galla anche persone perse nel mare, sottratte al buio di un viaggio finito nei fondali; ed è una fatica bellissima e gratificante.

Racconta la leggenda di Colapesce che il re Ruggero di Sicilia gettò una corona in un punto particolarmente profondo del mare e mentre Colapesce la cercava, vide che la Sicilia poggiava su tre colonne: due erano intatte mentre la terza era consumata da un fuoco che c’era tra Catania e Messina. Colapesce, tornando in superficie, raccontò al re Ruggero ciò che vide, ma il sovrano non gli credette e obbligò, minacciandolo, di riportare dal mare quel fuoco. Colapesce gli rispose: «Maestà, vedete questo pezzo di legno? Io mi tufferò con esso, e se lo vedrete rimontare a galla bruciato, vuol dire che il fuoco c’è davvero, come dico io; ma vorrà anche dire che io sarò morto, perché il fuoco brucerà anche me». Coraggiosamente Colapesce si tuffò in mare e tutti, dal re ai nobili alla gente del popolo, rimasero in attesa che egli tornasse in superficie. Ma tornò a galla solo il pezzo di legno bruciato. Colapesce rimase in mare nel mezzo di quel fuoco a sorreggere (come tuttora fa) quella colonna mal combinata, perché la sua terra tanto amata non crolli; e se ogni tanto la terra tra Messina e Catania trema un po’, è solamente perché Colapesce cambia lato della sua spalla.

Trema quest’isola, e non sprofonda: nonostante il fuoco pare abbia iniziato a corrodere le altre colonne, tanti piccoli Colapesce la reggono assieme a lui, aiutandolo a non stancarsi troppo ed evitando che Trinachia sprofondi. E il pezzo di legno bruciato ancora a galla nel nostro mare serve a tutti, proprio a tutti, per salire su questa grande nave che si chiama scuola e che non si arrende, neanche dentro la tempesta, e continua a regalare molto più che una speranza di salvezza.

Posso alzarmi adesso, e prepararmi per andare a scuola. Con Colapesce, s’intende.

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